Egitto 2002: un’avventura tra le piramidi

Anche senza camper, lo spirito del viaggiatore resta immutato…

 

Non è per nulla facile riassumere in poche righe le impressioni di un viaggio. Se poi la meta è una nazione che ha condizionato la storia del mondo è facile rendersi conto che la “mission”… è diventata quasi “impossible”. E’ con questo senso di disagio che mi accingo a proporvi questo resoconto del mio ultimo viaggio in Egitto. Spesso, infatti, si corre il pericolo di utilizzare parole roboanti il cui significato è, però, iperbolico o banale. Nell’augurarmi, quindi, di poter esprimere nel modo più chiaro e completo le emozioni di questo breve tour non mi resta che parafrasare la pubblicità e dirvi: “Signori, benvenuti nel loro settimo millennio”.

Eh sì, perché quello che mi ha colpito di più è stata (poteva, forse, andare diversamente?) la piana di Giza. Al cospetto delle Piramidi non si può non rimanere meravigliati. Immaginate, quindi, di essere ai piedi della Grande Piramide di Cheope, e sopra di voi giganteggiano oltre 149 metri di marmo. Blocchi pesanti decine di tonnellate posti in opera con la sola forza umana. Ancora oggi, nonostante le molteplici ipotesi (alcune, a dir la verità molto discutibili e fantasiose), la tecnica costruttiva rimane un mistero. A tal proposito occorre sfatare un mito. Le piramidi in massima parte furono costruite non da schiavi, ma piuttosto dai contadini che, in attesa di tornare ai campi dopo la piena del Nilo, prestavano la loro forza lavoro in cambio di vitto ed alloggio per se stessi e le rispettive famiglie. Occorre anche entrare nella mentalità dell’egiziano medio del XIV secolo a.C. che vedeva nel faraone un dio sceso in terra. Lavorare per il faraone era (oltre che una necessità) anche un privilegio, almeno così asseriscono le guide locali. Ecco perché la costruzione della Grande Piramide fu terminata in appena diciotto anni. Ad essa fanno da contorno quella di Chefren e Micerino, rispettivamente figlio e nipote del grande faraone.

E’ proprio nella Piramide di Chefren che mi accingo ad entrare, attraverso un cunicolo molto stretto che discende nel ventre della piramide. Percorrendo questo cunicolo si scende per una cinquantina di metri camminando carponi (o quasi) fino ad arrivare ad un corridoio più alto, dove è possibile stare diritti e tirare un po’ il fiato. Su tale corridoio si aprono altri cunicoli (angusti come il primo) che conducono alle diverse camere sepolcrali. Per uno di essi si accede nella camera del faraone. Ormai spoglia di ogni prezioso, nella camera sono presenti solo il sarcofago più esterno in granito rosso (posto nella camera prima del completamento della piramide, dato che esso risulta di dimensioni maggiori del cunicolo di accesso) e su una parete la scritta: “Scoperta da G. Belzoni 2 mar. 1818”.

Ma lo spettacolo più bello, dal punto di vista ingegneristico, è rappresentato dalla volta. Gli Egiziani, infatti, non conoscevano il concetto, sviluppato dai Romani, dell’arco. Per scaricare a terra le migliaia di tonnellate di struttura sovrastante, gli ingegneri ed architetti di corte ebbero sicuramente più di qualche gatta da pelare. In pratica, e riducendo la spiegazione all’osso, hanno pensato di disporre delle lastre inclinate a copertura della camera sepolcrale. Queste, scambiandosi vicendevolmente gli sforzi, permettono di scaricare il peso alla base della piramide, rendendola così stabile da averle consentito di sfidare i millenni e di giungere sino a noi.

“…Quindi uscimmo a riveder le stelle”…, ovvero, messo piede fuori dalla piramide, concludiamo la visita della piana di Giza con la Sfinge e con il tempio dell’imbalsamazione. Si tratta dei locali dove veniva approntato il corpo del defunto per l’imbalsamazione. Attraverso un lungo processo (anche 70 giorni) che prevedeva il prelievo delle interiora, l’essicazione (mediante l’immersione per 40 giorni nel salnitro) e la bendatura il corpo diventava mummia, pronto per la vita eterna.

La Sfinge, penso, non abbia bisogno di spiegazioni. Nell’immaginario collettivo simbolo enigmatico, in realtà essa rappresenta un guardiano. Il guardiano delle piramidi. Corpo di leone e testa di uomo doveva incutere timore nei malintenzionati e rispetto nei fedeli che si recavano a portare lo estremo saluto al faraone. Purtroppo la Sfinge non è risultata abbastanza spaventosa per fermare i ladri. Infatti, già pochi anni dopo la loro chiusura, le piramidi erano state depredate dei loro tesori, privandoci di chissà quali meraviglie. Meraviglie che, peraltro, è possibile vedere al museo egizio del Cairo.

Il museo ospita la più grande esposizione di materiale egizio del mondo. Qualcosa come centocinquantamila reperti sono esposti nelle sale e circa trentamila sono conservati negli scantinati per mancanza di spazio. Sarcofagi di tutte le fogge e maniere, steli, statue e… mummie coprono ogni superficie utile delle stanze. Tra tutte, le mostre più interessanti sono quella dedicata al tesoro di Tutankamen e la mostra delle mummie. Nella prima sono ospitati tutti gli oggetti ritrovati da Lord Carnavon all’interno della tomba del faraone presso la valle dei Re. Sono in visione reperti di uso comune: sandali, specchi, posate e persino il “preservativo” del giovane faraone. Ma anche oggetti più regali. E’ in questi ultimi che si comprende appieno quale sia il concetto di arte. La famosissima, incredibile maschera funeraria di Tutankamen è solo l’apice dell’iceberg. Gli undici chilogrammi di oro finemente cesellato con le fattezze del faraone sono ulteriormente impreziositi da smalti e pietre preziose, creando un oggetto che è entrato nell’immaginario collettivo come il simbolo dell’Egitto. Ma, dicevo, la maschera è solo la punta dell’iceberg. Quindi scopriamo collane a forma di uccelli, anelli, il letto ed il trono. Quest’ultimo è stuccato in oro zecchino e rappresenta, sullo schienale, una scena di vita quotidiana del faraone e della sua consorte. Anche qui c’è profusione di pietre preziose e smalti (basti pensare che il corpo del faraone è rappresentato in corallo ed i vestiti della regina sono in avorio).

E’ possibile anche vedere due sarcofagi del corredo funerario. A tal proposito uno, in oro e pietre preziose, era destinato ad accogliere la mummia, mentre l’altro, in legno stuccato in oro (con le immancabili pietre preziose ) costituiva una sorta di specchietto delle allodole per eventuali ladri. I faraoni, infatti, morivano nel timore che la loro tomba potesse essere violata e che la mummia potesse essere danneggiata. La religione egizia, infatti, prevedeva la vita oltre terrena finché la mummia fosse rimasta integra. L’anima dopo la morte vagava in attesa di riconoscere il proprio corpo e di rientrarvi in possesso, ma se la mummia veniva danneggiata essa non riconosceva il corpo e non poteva riappropriarsene; l’anima, allora poteva prendere sede in alcune statue (a grandezza naturale) del defunto, ma se anche queste fossero state danneggiate dai ladri essa non avrebbe più avuto un luogo dove dimorare e sarebbe definitivamente morta. Ecco, il vero incubo dei faraoni, il motivo per cui essi cercavano in ogni modo di nascondere le proprie spoglie mortali; ecco perché le grandiose piramidi, risultate troppo vulnerabili furono abbandonate preferendo le più nascoste tombe della Valle dei Re.

Ultimo spettacolo che si presenta ai visitatori del museo è rappresentato dalla stanza delle mummie. Qui sono ospitate una decina di mummie tra le più famose e meglio conservate al mondo. Tra tutte spicca, e non poteva essere altrimenti, quelle di Sua Altezza Reale, il Principe dell’Alto e del Basso Egitto, il Signore del Nilo, il Faraone Ramesse II. Il faraone appare perfetto, sembra quasi che dorma, e per essere un arzillo vecchietto con circa 7099 candeline sulle spalle risulta essere in una forma smagliante.

Ma la città del Cairo offre altri spettacoli oltre quello offerto dal museo egizio. Passeggiando per le vie del centro si apprezzano tutti quei colori, tutti quegli odori e tutta quella confusione che rendono il mondo arabo così affascinante. I fedeli che escono dalle moschee, i venditori che ti assillano con le loro mercanzie, il traffico caotico di una città di oltre dieci milioni di abitanti si avvicendano come in un film mentre ci dirigiamo verso la cittadella di Solimano il Magnifico. Posta a difesa della città dal XII sec. essa consta di una serie di fortificazioni (molto ben conservate) ed ospita al proprio interno la Moschea di Solimano; l’architettura della quale si rifà chiaramente alla moschea di Aja Sofia di Istambul. L’unica differenza palesemente evidente è costituita dalla diversa colorazione della cupola (argentea per l’una, azzurra per l’altra). All’interno del cortile sorge il magnifico lavacro in alabastro dove i fedeli compiono le rituali abluzioni prima di entrare nell’aula di culto. Questa, interamente coperta da immensi tappeti, è riempita dalla luce di ben trecentosessantacinque lampade che si riverbera sulle pareti di alabastro e sugli stucchi dorati, in un caleidoscopio di colori. Usciamo dalla moschea e ci dirigiamo verso il belvedere della cittadella. Da qui si ha una visione completa del Cairo che si sviluppa ai nostri piedi a perdita d’occhio. Su tutto, nonostante la foschia ( o meglio, lo smog), all’orizzonte si riconoscono le sagome delle Piramidi.

Con quest’ultima visione negli occhi lasciamo la città del Cairo e, passando sotto il canale di Suez, ci accingiamo a percorrere la distanza che ci separa da Sharm El Sheik. Camminiamo per otto ore lungo strade immerse nel deserto, le dune si alternano le une alle altre in una magnifica “monotonia” fino a quando le tenebre non ci avvolgono nel loro abbraccio. Con la notte il viaggio diventa avventuroso. Incontriamo macchine che ci vengono incontro a fari rigorosamente spenti, posti di blocco in cui ci vengono controllati i visti; infatti, solo gli israeliani (in seguito ai patti bilaterali seguenti la guerra dei sei giorni) possono accedere al Sinai senza avere il visto sul passaporto, per gli altri non resta altro che pagare i pochi euro necessari. Ci viene spiegato, quindi, che i poliziotti sono più interessati alla presenza del bollo sul passaporto piuttosto che al suo proprietario. E, infatti, quando, a mo’ di esperimento, porgo il mio passaporto al poliziotto aprendoglielo nella pagina del visto, lui, senza nemmeno togliermelo dalle mani, mi fa cenno che è tutto a posto.

Nelle vicinanze di Sharm, là dove solo un fuoristrada ci può portare, ci rechiamo in visita di un canyon (per lunghezza il secondo al mondo dopo il ben più famoso Gran Canyon). Entriamo tra strette gole dove è possibile camminare in rigorosa fila indiana e dove i piedi cercano inutilmente un posto in piano dove potersi poggiare. Il canyon è il risultato di un terremoto che in pieno Medio Evo ha sconvolto la penisola del Sinai. Oggi appare, come già detto, come una stretta gola. Le pareti sono costituite di una roccia che, bagnata, assomiglia molto al legno. Percorrere i quasi due chilometri del canyon sono un vero e proprio esercizio ginnico e di agilità. Il caldo asfissiante, passaggi tra massi caduti, discese attraverso scivoli improvvisati rendono il percorso molto divertente ed avventuroso. Non contenti, all’uscita del canyon la guida ci domanda se preferiamo tornare alla jeep con la strada facile o quella difficile. Rispondo per tutti: “Ovviamente, quella difficile!”. Ci arrampichiamo quindi, in perfetto stile free climbing, lungo una parete di una quindicina di metri. Niente di difficile, comunque molto divertente.

La permanenza a Sharm, ovviamente, non può prescindere dal mare e dai suoi tesori. L’immersione nel Mar Rosso ci apre gli occhi ad un nuovo mondo popolato da creature meravigliose. La barriera corallina con i suoi abitanti ci rapisce con i suoi colori; pesci colorati, anemoni, coralli sono lì a pochi metri, per nulla intimoriti dalla nostra presenza. Per ore nuotiamo in pieno relax tra i gialli pesci farfalla, i coloratissimi pesci pappagallo prestando l’unica attenzione di non toccare la barriera. Sia per non rovinarla, sia perché alcuni coralli sono estremamente velenosi (corallo di fuoco). Insomma, il mare ci ospita con il suo volto migliore regalandoci emozioni difficili da cancellare; ancora oggi, a mesi di distanza, riguardo le fotografie ammirando i colori e restandone sempre affascinato.

In definitiva, questo viaggio in Egitto ha rappresentato l’occasione di ripassare un po’ di storia, di fare gite avventurose e di godere dei colori del mare. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che la meta si trova a poco meno di quattro ore di aereo dall’Italia, si comprende bene come ci si possa fare un pensierino per un breve viaggio. In fondo, è l’occasione per dare una settimana di riposo ai nostri camper che da queste parti ci possono arrivare con molta difficoltà…

Maurizio Carabillò
(2002)