Fra Cornovaglia e Galles

Un itinerario di visita della Gran Bretagna che proietta in un mondo diverso dagli stereotipi inglesi.

 

La cattedrale di Salisbury

Intraprendere un viaggio in Gran Bretagna è sempre qualcosa di impegnativo, credo un po’ per tutti. La guida a sinistra, la mitica austerità britannica, il fascino che sempre ha avvolto quest’isola chiusa al resto del mondo, ed altri ancora, costituiscono elementi che in certo qual modo incutono timore e generano un alone di mistero. Abbiamo vagheggiato tante volte di attraversare la Manica, quasi un muro invalicabile come un tempo erano le colonne di Ercole, ma sempre abbiamo preferito dirottare su mete, diciamo, più facili.

Finalmente giunge il momento e con un itinerario corposo, al limite dello stress fisico, ci buttiamo nella grande avventura. Il 28 giugno salpiamo da Palermo alla volta di Genova, imbarco reso necessario per guadagnare giorni preziosi, abolendo l’interminabile attraversamento di quasi tutta la penisola. Anche la data è stata scelta in funzione di trovare un clima ottimale nella perennemente piovosa e grigia isola.

La traversata scorre tranquilla in un mare sereno e dopo 20 ore di piacevole relax sbarchiamo a Genova. La sera preferiamo pernottare in Italia nella cittadina di Fenis, in valle d’Aosta a meno di 50 chilometri dal confine svizzero. Dopo alcune soste in località tra la Svizzera e la Francia il 2 luglio nel primo pomeriggio raggiungiamo Calais per traghettare la Manica fino al porto inglese di Dover. La traversata anche qui è tranquilla, ma il cielo grigio all’orizzonte pare che voglia ricordarci che stiamo per entrare nel suolo britannico.

In prossimità della costa ci portiamo sul ponte della nave per ammirare le tanto decantate bianche scogliere, che si stagliano all’orizzonte severe ed impassibili, come ammantate di una regale eleganza. Lo spettacolo è affascinante, inaspettato per i nostri occhi abituati a ben diversi panorami. E’ un susseguirsi di fotografie e videoriprese, l’inizio di una frenetica caccia al ricordo di questo viaggio, che già si preannunzia affascinante e diverso dagli altri fatti negli anni precedenti.

I primi assaggi della Gran Bretagna

Il parco archeologico di Stonehenge

L’uscita dal traghetto coincide con l’ansia di non sbagliare e di attenersi rigorosamente alla prima novità che subito incontriamo: la guida a sinistra. Devo dire che all’atto pratico la nuova esperienza non ha provocato il tanto temuto choc. Inserendoci nella serpentina di auto e camion che si avviano all’uscita del porto, già siamo un poco britannici anche noi. Data l’ora relativamente tarda e in conformità al programma previsto per il giorno successivo pernottiamo a Dover stesso, lungo la Marine Parade, un’ampia strada che costeggia il porto, dove sono in sosta, ordinatamente allineati, altri camper di varia nazionalità. Da un apposito cartello leggiamo che la sosta è gratuita fino alle ore 8 del mattino dopo. Pazienza, ci aspetta una levataccia, ma non sarebbe stata che la prima di un tour de force quasi giornaliero. Il turismo è sacrificio e noi ci sacrifichiamo volentieri per il piacere e la voglia di conoscere il mondo.

Partiti, quindi, l’indomani di buon mattino e percorsi circa 260 chilometri per la maggior parte in autostrada, giungiamo a Salisbury, prima tappa dell’itinerario previsto. La città, originata da una roccaforte romana, ha circa 42.000 abitanti e dista soli 140 km da Londra. E’ famosa in tutto il mondo per la sua bellissima cattedrale, la più alta del Regno Unito, costruita nel 1220 in soli 38 anni in stile gotico primitivo. L’edificio, perfettamente conservato nella struttura originaria, è stato arricchito dalla Torre, alta 123 metri, la cui costruzione ebbe inizio nel 1285-1290 e continuata con l’aggiunta della guglia prima del 1315. L’esterno presenta una facciata molto elegante, con bifore su più ordini, alte finestre con arco a sesto acuto e circa trecento statue che ne ingentiliscono la forma. Al suo interno si rimane estasiati dalla grandezza e dall’imponente semplicità della sua navata, che termina nella bellissima Trinity Chapel con ampie e ricche vetrate. Degno di nota è l’orologio, il più antico tuttora funzionante dell’Inghilterra. Dall’annesso chiostro a pianta quadrata, costruito tra la fine del duecento e l’inizio del trecento, si accede alla Chapter House, una sala ottagonale in perfetto stile gotico, che ospita un rarissimo documento, una delle quattro copie originali della Magna Charta del 1215.

ExeterLa cattedrale di ExeterA quattordici chilometri da Salisbury sorge Stonehenge, certamente uno dei siti archeologici più famosi al mondo. L’alone di mistero, che sempre ha coperto questo nome, affiora subito al primo apparire di fronte a noi dell’enigmatica costruzione. Il complesso megalitico, risalente all’incirca al 3200 A.C., ha una forma circolare del diametro di qualche decina di metri ed è formato da due anelli di pietre alte e snelle, alcune sormontate da altre lastre monolitiche a guisa di architravi, uno esterno composto da trenta blocchi ed uno interno di sessanta.

Dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’Umanità nel 1986, il sito è stato rimaneggiato secondo un discutibile restauro iniziato ai primi dell’ottocento e protrattosi fino agli anni settanta del novecento, che a parere di esperti ne hanno modificato la struttura originaria. Tuttavia esso mantiene intatto il fascino straordinario che il suo aspetto misterioso emana. Questo fascino ci prende totalmente ed entra nella nostro animo mentre, incolonnati nel cerchio dei tanti turisti venuti di buon’ora, giriamo attorno al monumento con gli occhi fissi in avanti, come in estasi davanti a qualcosa che ci sembra quasi surreale, come un oggetto alieno di cui vorremmo interpretare l’enigma.

Scattiamo foto in ogni angolazione e guardiamo ammirati un paesaggio che ci sembra ad ogni passo così uguale eppure così diverso. Vorremmo quasi dare noi una risposta alla domanda, che da sempre ha riguardato il nome di Stonehenge, se cioè sia nato come luogo di culto o come un immenso calendario astronomico, ma poi la domanda che affiora, osservando quegli enormi monoliti, il cui peso varia da 25 a 45 tonnellate ciascuno, è come siano stati trascinati fin qui e collocati in sito. Si deve ricordare, infatti, che le cave, accertate come luogo di approvvigionamento di queste pietre, si trovano a Marlborough Down, a circa 30 chilometri, nelle colline di Presely nel Galles sud-occidentale. Ci ritiriamo naturalmente senza una risposta, ma con l’immagine indelebile nella nostra mente di qualcosa di straordinario, così affascinante da farci dire un giorno: ci sono stato anch’io!

Chiudiamo la giornata ad Exeter, città di 115.000 abitanti e capoluogo della contea del Devon. Fondata dai Romani nel 50 d.C., che ne fecero la fortezza più occidentale della colonia britannica, ha subito notevoli danni a seguito di bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale. Fortunatamente ne uscì indenne la bella Cattedrale, il monumento più importante della città. L’edificio, la cui fondazione si fa risalire al X secolo, deve il suo aspetto attuale in stile gotico ornato al rifacimento subito tra il 1270 e il 1370. Alla ricchezza della facciata con tre ordini di statue, che risalgono al trecento, e caratterizzata da un ampio rosone, contrasta la semplice eleganza delle tre navate interne. La volta, costituita da una successione di crociere, nel genere la più lunga del mondo, è sorretta da imponenti colonne a fasci. Ormai all’imbrunire ci godiamo una rilassante passeggiata dal porto canale del fiume Exe alle quasi deserte vie cittadine, dove scorrono antichi edifici a graticcio dalle facciate colorate.

Il mattino dopo il tempo grigio non affievolisce il nostro entusiasmo. Continuiamo ad entrare sempre più a fondo nell’isola e dal Devon passiamo in Cornovaglia.

In Cornovaglia sulle orme di re Artù

La Cornovaglia è una lingua di terra frastagliata che a sud si allunga verso l’oceano Atlantico. E’ un territorio molto lontano dalla vicina Inghilterra, più ridente ed evoluta. Qui il territorio è più agreste, in alcuni punti quasi selvatico, dominato dalle bianche falesie a picco sul mare; l’economia principale rimane l’agricoltura e l’allevamento e da poco il turismo; le strade sono strette e tortuose e si inerpicano in surreali gallerie di alberi secondo la morfologia del suolo. Qui si respira un’aria tutta diversa, da una lingua celtica che sembrava estinta, il cornico, abbastanza diffuso nella popolazione locale, alla mitica leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri della tavola rotonda, che alberga in tutta la penisola, dove luoghi e castelli si contendono la loro appartenenza a residenza o tomba del re oppure a segreto nascondiglio del sacro Graal.

Con una breve deviazione e in mezzo a un tempo inclemente, tra raffiche di vento ed acquazzoni, giungiamo alla cittadina di Lizard, minuscolo villaggio sperduto in una vasta pianura quasi del tutto priva di vegetazione. Da qui allunghiamo il passo fino alla fine del promontorio, detto Lizard Point, che costituisce il punto più meridionale della Gran Bretagna. E’ un luogo selvatico, la cui costa frastagliata è piena di scogli ed insenature, dove il mare, sempre agitato, batte violento i suoi flutti. Per secoli è stato il terrore delle navi, che attraversavano questo tratto di mare, fino a quando nella metà del settecento è stato innalzato un apposito faro. Una targa elenca i tragici naufragi e le vite perdute.

Non meno caratteristico ed altrettanto affascinante è Land’s End, una punta rocciosa, estremo lembo della Cornovaglia ed estremo limite occidentale di tutta l’isola. E’ un ampio promontorio roccioso, aspro e brullo, la cui costa cade a strapiombo sul mare perennemente agitato e sotto un cielo plumbeo, che raramente fa passare qualche raggio di sole.

Proseguendo a nord, dopo 29 chilometri giungiamo alla ridente cittadina di St. Ives. Pittoresco porto di mare è un luogo di arte e di turismo, che merita una breve rilassante sosta. Ci concediamo così una passeggiata attraverso le strette vie quasi deserte, forse per l’ora o forse per il tempo che continua a infierire col freddo e con la pioggia. Riteniamo, pertanto, opportuno proseguire il cammino, data la scarsa possibilità della zona ad ospitarci per la notte. Tra strade impervie e strettissime, che avrebbero fatto gridare allo scandalo gli automobilisti nella nostra madre patria, arranchiamo verso nord, districandoci nella scarsa visibilità e cercando di evitare tronchi, più che rami, divelti dal vento, che pendono dagli alberi ad altezza di parabrezza o giacciono come macigni sul selciato.

Ma il massimo dell’angoscia è ancora da venire: una deviazione suggerita dal Tom Tom, forse nell’intento di rendere più corto il tragitto, ci fa lasciare quella che sembrava la strada maestra per una via secondaria. L’asfalto come sempre impeccabile, un bel paesaggio campestre ed il traffico quasi inesistente ci fanno proseguire spensierati e allegri, ma il nostro umore cambia quando ci rendiamo conto che la strada va progressivamente restringendosi fino a diventare un nastro di siepi alte quasi tre metri e larghe proprio quanto il nostro camper. Due muri verticali di foglie e rami scorrono a destra e a sinistra con una lentezza esasperante. I grandi specchietti retrovisori esterni stentano a rimanere aperti e più volte si chiudono forzati dalla morsa esterna che ci stringe. Sembra di passare per la stradetta di un residence (ma quelle sono ben più larghe!) e non per una strada pubblica e per giunta a doppio senso di circolazione.

Abbiamo fatto in queste condizioni chilometri di strada col cuore in gola. Non pensavamo in quel momento che la fiancata del camper sarebbe rimasta segnata da graffi profondi, ma temevamo seriamente di rimanere incastrati in qualche ulteriore strettoia, dalla quale non avremmo potuto svincolarci né andando in avanti e neppure indietro. Raccomandandoci ai numi tutelari che nessuno ci venisse di fronte, finalmente come alla fine di un incubo ritorniamo alla “luce”. Lo stress è alle stelle, ma stavolta la sorte si mostra benigna, facendoci incontrare un confortevole campeggio dove fermarci.

Ancora col ricordo vivo della brutta avventura appena trascorsa, l’indomani riprendiamo il cammino. Il tempo è pessimo con raffiche di vento sferzanti ed una pioggia battente dalla quale non esiste praticamente riparo. La nostra meta è Tintagel, nelle cui vicinanze su una scogliera a picco sul mare sorgono i resti di un imponente castello, legato alla saga del re Artù, che, secondo Goffredo di Monmouth, qui ebbe i natali. Una salita erta e la forte pioggia persistente ci sconsigliano di salire su in alto tra le poche rovine, per cui rinunziamo alla scalata, accontentandoci di scattare foto su foto all’incantevole paesaggio. Con un salto di quasi 200 chilometri entriamo nella contea del Somerset a Glastonbury, la mitica Avalon del re Artù. Qui sorgeva un’imponente abbazia edificata a detta di un’antica tradizione sopra una chiesa fondata nel 37 d.C. da Giuseppe di Arimatea, fuggito dalla Palestina con Maria, la madre di Gesù. Qui, secondo la leggenda, egli avrebbe portato con sé il sacro Graal, che avrebbe nascosto in un pozzo. Secondo la saga arturiana qui fu portato il corpo del re, deceduto dopo la battaglia di Camlann, e sepolto nella tomba riscoperta nel 1182 durante i lavori di ricostruzione della chiesa. Il complesso monastico, di cui restano imponenti rovine, fu distrutto nel 1539 da Enrico VIII a seguito dello scisma della chiesa anglicana.

Appena dieci chilometri lungo la A39 ci separano da Wells, tranquilla cittadina di 10.000 abitanti, la più piccola sede vescovile della Gran Bretagna e famosa per la sua cattedrale. Consacrata nel 1239 e completata nel 1508, è un edificio di una eleganza imponente, che si riscontra sia all’esterno che all’interno. La facciata ha un’estensione orizzontale, racchiusa da due basse torri squadrate e con circa trecento statue sistemate in nicchie e gallerie. L’interno stupisce per l’ampiezza della navata centrale e per gli imponenti archi a forbice in crociera risalenti alla prima metà del trecento.

Il Galles, terra di castelli

Siamo giunti ormai quasi al confine settentrionale della Cornovaglia. Superata la foce del fiume Severn attraverso uno spettacolare ponte moderno, entriamo nel Galles, una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito. Questa particolarità si nota subito sia dalle insegne stradali con le indicazioni in doppia lingua e sia dallo sventolio della bandiera gallese, che prevale per numero rispetto all’Union Jack, come è soprannominata la bandiera del Regno Unito.

Il Galles è infatti una nazione, assoggettata dal re Edoardo I d’Inghilterra nel 1282, che ha saputo mantenere le proprie tradizioni e la propria lingua, il Cymraeg o cimrico, antica lingua celtica. Cymru è il nome della regione nella lingua locale. Capitale del Galles è Cardiff, sedicesima città del Regno Unito per numero di abitanti. E’ una città dinamica in continuo sviluppo dopo la decadenza seguita alla forte espansione del secolo XIX ad opera dell’industria mineraria del carbone. Prima di arrivare a Cardiff, una deviazione di appena 16 chilometri porta al castello di Caerphilly, uno dei più grandi d’Europa e il secondo della Gran Bretagna dopo quello di Windsor. Le rovine imponenti mostrano un complesso militare di grande importanza, con pianta a schema concentrico, tipico delle fortezze medievali. Una serie di camminamenti e cunicoli rendevano raggiungibili tutti i punti della fortificazione, rendendola praticamente inespugnabile. A nulla, però, valsero le sue mura imponenti a difenderla dall’assalto delle truppe di Cromwell, che conquistò il castello durante la guerra civile nel XVII secolo. Durante l’assalto una granata sbrecciò la Leaning Tower, sventrandola del tutto e facendola piegare con un’inclinazione spettacolare che stupisce per la sua stabilità.

Tornando sui nostri passi verso Cardiff, a 16 chilometri raggiungiamo il sobborgo di St. Fagans, che ospita il Welsh Folk Museum. E’ un importante museo etnografico, uno dei primi in Europa a cielo aperto, dove in 100 acri di terreno sono stati edificati oltre quaranta edifici originali di diversi periodi storici, fattorie, negozi, laboratori artigianali, una scuola, una cappella e altri, arredati con mobili d’epoca e “abitati” da figuranti che indossano vestiti del periodo. Il museo ospita pure un magnifico castello della fine del XVI secolo, donato al popolo del Galles dal Conte di Plymouth. La giornata si chiude a metà pomeriggio nel Cardiff Caravan Park, un confortevole campeggio alle porte di Cardiff.

Appena dieci chilometri lungo la A39 ci L’indomani il tempo sembra farci sperare in meglio. Attraversiamo il Bute Park, un lussureggiante giardino commissionato intorno al 1870 dalla famiglia Bute all’architetto scozzese Andrew Pettigrew, specializzato nella realizzazione di giardini. Lungo il lato meridionale del parco lungo Castle Street corre un muro sul quale sculture di animali sono rappresentati nell’atto di scavalcarlo.

Più avanti sorge il castello, originaria struttura medievale quasi in rovina restaurata dalla famiglia Bute, che nel 1947 lo donarono alla città insieme al grande parco. Risalente ad un primo insediamento romano del I secolo d.C., l’edificio ha conosciuto diversi proprietari, che ne hanno modificato di volta in volta la struttura. L’ultimo intervento, sotto la famiglia Bute, risale alla fine dell’Ottocento ad opera del bizzarro architetto William Burges, autore anche dell’Animal Wall, il muro che costeggia a sud il Bute Park. E’ una serie di edifici in finto stile gotico con diverse torri dominate da quella variopinta dell’orologio alta 40 metri.

La visita guidata ci conduce in un ambiente alquanto eccentrico, quale la sala da fumo invernale, la sala araba, la camera da letto di lord Bute, la sala dei banchetti e la sala da pranzo piccola. Un tono di tenerezza si coglie, invece, nella camera dei bambini, decorata con personaggi di fiabe, nella quale sono raggruppati oggetti appartenuti ai piccoli rampolli della famiglia. All’interno del castello, nella Black Tower, è allestito un interessante museo, il Welch Regiment Museum, dove sono illustrate le imprese militari del reggimento di fanteria del Galles meridionale. Nell’ambito della mostra fa un certo effetto vedere la presenza della mascotte del reggimento, una graziosa capretta, che abitualmente sfila innanzi il reggimento ed è considerata a tutti gli effetti un membro di esso, meritevole, pertanto, anche di decorazione.

Esaurita la parte museale girovaghiamo quindi per le strade della città. Ci immettiamo in Queens Street, isola pedonale molto animata dove si susseguono negozi di ogni genere, alcuni dedicati all’artigianato locale. In uno di questi acquistiamo un dragone in legno, che adesso fa bella mostra all’interno del nostro camper, ed un cucchiaio pure in legno lavorato con volute di ogni genere, che si offre come regalo bene augurante per matrimoni o felici ricorrenze.

Dopo esserci ristorati e soprattutto riposati all’interno di un Pizza Hut, riprendiamo il giro, allungando il passo fino al Civic Center, il cuore amministrativo della città, costruito nel primo novecento in pietra bianca di Portland a ridosso degli Alexadra Gardens. Al centro spicca la City Hall, il municipio, ampio edificio in stile neoclassico ai cui lati sorgono il Tribunale e il National Museum Wales, uno dei più importanti musei del Regno Unito, dedicato all’arte, all’archeologia ed alla storia naturale.

Lasciamo l’indomani la capitale. A 150 chilometri ad occidente ci fermiamo lungo il Bristol Channel dove si trova un piccolo porto di pescatori, Tenby; è un borgo marinaro posto su un promontorio con ampie spiagge sabbiose, che rendono spettacolare l’effetto visivo della bassa marea con le piccole barche abbandonate su un lato sulla sabbia deserta. Dell’antica cinta muraria, risalente al secolo tredicesimo, si conserva un breve tratto significativo che costeggiamo fino al Five Arches Gate, da dove si entra nel borgo antico. Percorrendo pittoresche viuzze giungiamo alla parrocchiale di St. Mary, la cui semplice facciata è dominata da una torre con guglia alta 46 metri. Il piccolo centro è un dedalo di stradine dalle case variopinte e ornate di fiori. Saliti fino a quelli che sono i resti quasi indistinti del vecchio castello, cominciamo a prendere la via del ritorno sotto un cielo grigio e umido.

Il giorno dopo riprendiamo il giro verso la tappa successiva, la cittadina di Pembroke. Il piccolo centro è dominato dalla mole imponente del castello, il più grande castello privato del Galles. La sua struttura è di origine normanna e risale al 1093. Ristrutturato all’inizio del duecento, è stato praticamente distrutto da Oliver Cromwell durante la guerra civile nel 1648. All’interno sono stati allestiti quadri raffiguranti la vita del castello con figure a grandezza naturale di forte impatto visivo. Fra questi desta interesse quello che raffigura la madre Margaret con il piccolo Enrico VII, fondatore della dinastia Tudor, che qui nacque nel 1457. Soprannominato Enrico il Navigatore, questi diede un forte impulso alla politica di espansione, dando inizio alla fondazione di quello che sarebbe stato il più vasto impero dell’epoca moderna, l’impero britannico.

Dopo una rilassante passeggiata per le vie del centro, riprendiamo la strada fino a giungere dopo 45 chilometri a St. David’s, piccola cittadina famosa per la grande e imponente cattedrale dedicata a san Davide, patrono del Galles. Costruita a partire dal 1115, è stata meta fin dal medioevo di innumerevoli pellegrinaggi, da quando nel 1124 il papa Callisto II decretò che due pellegrinaggi a St. David’s equivalevano ad un pellegrinaggio a Roma. L’interno colpisce per il notevole sviluppo architettonico, per la marcata pendenza del pavimento e per il pittoresco soffitto ligneo di quercia irlandese sulla navata centrale. Le navate laterali sono costellate da tombe marmoree di importanti personaggi, per lo più vescovi, e da nicchie finemente lavorate. Appartato in un apposito vano è custodita in una nicchia chiusa da una robusta inferriata l’arca di san Davide del 1275, distrutta durante la Riforma. Poco distante dalla cattedrale ci sono i resti del Bishop’s Palace, maestosa residenza dei vescovi di St. David’s nel tardo medioevo.

Aberystwyth, la nostra tappa successiva, è una piccola località balneare affacciata sul Cardigan Bay. Posteggiamo il camper sul lungomare e ci accingiamo ad un breve giro verso il centro. Il vento ed il freddo pungente mettono a dura prova la nostra resistenza. Tutt’attorno non c’è anima viva e pare che tutta la cittadina si racchiuda in noi. Sul lungomare si affaccia la vecchia sede dell’University College of Wales, fondato nel 1872, che oggi conta più di 7000 studenti iscritti in diciotto dipartimenti accademici. Su un’altura dominante sorgono le rovine dell’antico castello, risalente alla fine del duecento e distrutto durante la guerra civile. Ci concediamo ancora una breve passeggiata lungo le vie fredde e deserte prima di allontanarci alla ricerca di un posto idoneo per il pernottamento.

Il giorno successivo, percorsi circa 130 chilometri, per lo più su strade a scorrimento veloce, giungiamo nella cittadina di Caernarfon, posta in posizione strategica all’imbocco meridionale del Menai Strait, già utilizzato in funzione militare fin dall’arrivo dei romani. Nel 1283 Edoardo I d’Inghilterra fece costruire a difesa delle conquiste gallesi un poderoso castello, di cui oggi restano imponenti rovine dopo la distruzione subita nel periodo della guerra civile. Continuando una storica tradizione, che risale al 1301, quando Edoardo I nominò principe di Galles il figlio Edoardo II, che qui nacque nel 1284, in questo castello viene dato questo titolo all’erede al trono inglese. Qui ricevettero tale investitura Edoardo VII nel 1911 ed il principe Carlo nel 1969. Annoverato dall’Unesco tra i beni dell’Umanità, il complesso assunse l’aspetto attuale nel 1323 e mai venne completato, come si evince da alcuni punti in cui si notano dei raccordi atti a prolungarsi in muri che non furono mai costruiti. Il suo aspetto esterno è caratterizzato da torri poligonali di ispirazione bizantina sul modello di Costantinopoli, come era al tempo in cui Edoardo fu crociato.

Un ponte stradale sospeso sullo stretto di Menai, costruito nel 1826, congiunge la terraferma all’isola di Anglesey. Il ponte lungo 1,6 chilometri fu progettato dall’ingegnere Thomas Telford ed è considerato il ponte a sospensione in ferro più antico al mondo. L’isola è legata alla tradizione dei druidi, qui insediati fino a quando i romani, decisi a stroncare il loro potere, la invasero. L’attrattiva più importante è il castello di Beaumaris, l’ultima fortezza costruita da Edoardo I, come estremo avamposto a nord del Galles appena conquistato, la cui costruzione non è stata portata mai a termine. Pur essendo forse il meno famoso tra i castelli costruiti da Edoardo I, esso rappresenta però l’esempio più chiaro dello stile edoardiano dei castelli a schema concentrico, già visto in altre simili fortificazioni del Galles.

Ritorniamo in terraferma e dopo una quarantina di chilometri giungiamo nel piccolo porto peschereccio di Conwy. Il borgo fortificato da bastioni è dominato dall’imponente castello, costruito da Edoardo I nel 1283, quando Conwy era probabilmente destinata a capitale di una delle quattro contee, in cui doveva essere diviso il nord del Galles. Le rovine imponenti danno un’idea della formidabile struttura, posta a difesa di un territorio impervio e strategico. Le mura della città, sviluppate per 1300 metri con ventuno torri e tre porte, racchiudono il borgo antico dalle linde vie e dagli edifici antichi recentemente restaurati. Tra questi troviamo l’Aberconwy House, la casa più antica della città, che risale al 1300 e, affacciata sul porto, The Smallest House, la casa più piccola della Gran Bretagna di soli 3,05 x 1,8 metri, abitata fino al 1900.

Impressioni e commenti

Qui finisce il nostro giro tra la Cornovaglia e il Galles. Il viaggio proseguirà ancora, verso il nord, ma sarà un altro mondo, saranno altre esperienze. I territori attraversati, le città visitate, i monumenti e i castelli in gran parte in rovina non avranno uguali nel resto della Gran Bretagna. Pur se sostanzialmente differenti fra loro le due regioni, sotto certi punti di vista “nazioni”, hanno in comune la cultura celtica, l’orgoglio di antiche tradizioni storiche e linguistiche faticosamente rivalutate nei tempi recenti. Sono due regioni che da poco si sono aperti ad un crescente flusso turistico e che tanto sanno dare come arte e come cultura.

Le difficoltà incontrate in questa prima fase del viaggio sono state notevoli. L’impatto col mondo britannico, in parte previsto prima della partenza, non è stato facile. La mentalità anglosassone è troppo differente dalla nostra mentalità latina, aperta al dialogo, esuberante, pratica e sotto certi aspetti accomodante. Qui è tutto rigido e programmato in modo quasi da annullare ogni personale iniziativa, come nella viabilità, che scorre intensa ma sciolta lungo rotonde e corsie rigidamente segnate, nelle quali ogni automobilista si trova come dentro un interminabile tapis roulant, come se non fossero le mani al volante ma l’asfalto stesso a portare alla destinazione indicata dai pochi cartelli indicatori.

Qui abbiamo trovato abitudini nuove, alcune utili come le rigide code, rigorosamente rispettate davanti ogni cosa, dai negozi, alle vetrine o alle biglietterie, altre per noi inconcepibili, come l’orario dei negozi, inderogabilmente chiusi alle 17, e nei quali non si è neppure accolti se ci si presenta cinque o dieci minuti prima della chiusura, oppure l’orario dei musei, che chiudono allo stesso orario ed il cui ingresso è negato anche mezzora prima, pur se si chiede, naturalmente pagando regolare ingresso, di dare solo un’occhiata veloce. E’ un modo troppo rigido di pensare il vivere civile, che a volte per noi diventa, direi, addirittura assurdo.

Un esempio per tutti può valere la grande difficoltà di trovare un adeguato parcheggio per il camper, non tanto per la sosta durante la visita della città, ma soprattutto per il pernottamento. A parte che i pochi campeggi sono segnalati solo quando ci si passa davanti e che rigorosamente non accettano ospiti se pur di poco sono passate le diciassette (affermando il gestore con atteggiamento glaciale che il campeggio è “pieno”, mentre si vede chiaramente che è quasi vuoto), abbiamo riscontrato che molte cittadine, anche piccole e fuori portata dai grandi flussi, hanno un numero direi esagerato di parcheggi, all’imbrunire quasi del tutto vuoti, ma tutti bloccati ai camper da un incomprensibile divieto a sostare per la notte.

Lo stress accumulato in questi pochi giorni supera a volte la stanchezza fisica dello scarpinare per vie e viuzze, ma la volontà di conoscere, il desiderio di andare avanti supera anche questo ostacolo. Del resto si sa: il turismo è sofferenza, una piacevole e volontaria sofferenza.

 

Enza Messina e Paolo Carabillò
(2009)