Il Baltico polacco

Un itinerario alla scoperta della costa settentrionale della Polonia da Danzica a Wolin.

 

La gigantesca chiesa di Santa Maria, Kosciól Mariacki, il più grande santuario della Polonia ed una delle chiese più grandi del mondo.

Una tappa lunga e snervante è necessaria per raggiungere Danzica dal confine tedesco settentrionale, nel Land del Brandeburgo. Impieghiamo infatti praticamente l’intera giornata per compiere la tappa di trasferimento che dal confine vicino Stettino ci porta alla meta principale di questo viaggio: Danzica. Trascorriamo otto ore di estenuante cammino lungo le strade di questa parte della Polonia, che sono sicuramente inadeguate ad accogliere un traffico così intenso, dominato soprattutto da una lunga serie di autocarri. Un sorpasso rappresenta un rischio, i limiti di velocità si susseguono rigorosi, superata una serie di tir ecco dopo pochi chilometri ne viene un’altra. E’ un continuo scoraggiamento, considerato che dobbiamo percorrere poco più di 400 chilometri. Abituati alle strade ed autostrade di Germania, questa tappa di trasferimento si rivela un incubo!

Danzica, la città dell’Hansa

Finalmente ci viene incontro l’insegna stradale: Gdansk. L’ora è tale che possiamo soltanto accontentarci di trovare un campeggio. Almeno in questo caso la fortuna ci viene incontro. Troviamo un’ottima sistemazione nel campeggio n. 19 Kamienny Potok a Sopot, piccolo quartiere periferico della città, comodamente servito da una fermata della metropolitana esterna, situata proprio di fronte al campeggio.

La città di Danzica rappresenta molto nella storia della Polonia antica e moderna. Il suo passato è legato alla sua appartenenza alla Lega Anseatica, di cui fu una delle principali città. Il suo destino è stato sempre conteso fra le grandi nazioni limitrofe, Polonia e Prussia, ma è stata soprattutto quest’ultima che ha cercato sempre di estendere su di essa la propria egemonia. Danzica, nonostante di fede protestante, si è sempre identificata con la nazionalità polacca ed ha sempre osteggiato l’incombenza teutonica. Ripetutamente sottoposta ad eventi bellici, la città ha cercato in ogni momento di mantenere la propria autonomia, fino alla tragica pagina della seconda guerra mondiale, che la vide vittima di un destino crudele. Alla fine del conflitto della superba città praticamente restarono solo macerie e quello che oggi vediamo è il risultato di un’accurata e sapiente opera di ricostruzione. Oggi con la vicina Sopot e Gdynia rappresenta un agglomerato urbano di circa 800.000 abitanti. E’ una città moderna, volta al turismo, ma anche sede di numerosi centri culturali, università e musei.

Dal campeggio col trenino urbano raggiungiamo il centro storico. Ci addentriamo subito nel cuore della città, incalzati dal tempo che corre ed ansiosi di nuove scoperte. Quasi per caso capitiamo nei pressi di una costruzione in pietra dal tetto spiovente, presso il quale si ode uno scrosciare frenetico di acque. E’ il Wielki Mlyn, il grande mulino ad acqua, unico retaggio dell’industria medievale di Danzica. Risalente alla metà del XIV secolo, rappresenta il più grande del genere in Europa, funzionante ininterrottamente fino al 1945. Oggi ospita al suo interno mostre e piccoli negozi d’artigianato.

Nei pressi del mulino si erge la maestosa mole della chiesa di Santa Caterina, Kosciól Swietej Katarzyny, in stile gotico. E’ la più antica parrocchiale della città, risalente alla metà del XIII secolo, poi portata all’aspetto odierno nel secolo XIV. L’interno a tre navate, candido e ingentilito da un reticolato in mattoni rossi, contiene soltanto i resti delle opere d’arte distrutte sotto i bombardamenti subiti. La ricostruzione è stata lunga, dal 1953 ai primi degli anni novanta. Ancora oggi, benché offeso e spoglio, il tempio emana egualmente un grande fascino mistico e suscita ammirazione per l’ampiezza della sua struttura.

Proprio alle spalle della chiesa si trova un altro tempio importante, la chiesa di Santa Brigida, Kosciól Swietej Brygidy, chiesa gotica del XIV secolo, che deve la sua fama soprattutto come luogo di riunione del sindacato operaio Solidarnosc. All’interno è stato allestito un monumento celebrativo, meta di un vero e proprio pellegrinaggio da parte dei fedeli.

Superiamo un paio di isolati e giungiamo al Poczta Polka, l’Ufficio Postale dove l’1 settembre 1939 ebbe inizio il secondo conflitto mondiale. Mentre l’incrociatore Schleswig-Holstein bombardava il deposito di munizione del Wasterplatte, un drappello di SS prendeva d’assalto questo ufficio postale, uccidendo metà dei cinquanta impiegati e rinchiudendo i rimanenti col resto della maggior parte degli abitanti nel campo di concentramento di Stutthof. L’edificio ospita in un’ala un museo rievocativo dell’evento, dove sono pure esposti antichi strumenti un tempo utilizzati nelle trasmissioni postali.

Gioielli in ambra esposti in una gioielleria di Danzica. L’ambra è nota anche come l’oro del Baltico

Usciti di nuovo all’aperto, ci scrolliamo forzatamente il triste magone che ci opprime per quello che abbiamo appena visto e ci sforziamo di tornare ed essere ‘turisti normali’. Continuiamo ad aggirarci per le ampie strade della città, incontrando qua e là un celebre monumento, una costruzione caratteristica, come il Municipio della città vecchia o il grande Arsenale, edificio in pietra e mattoni, capolavoro del barocco olandese del XVII secolo.

D’un tratto l’ambiente cambia di colpo. Scompaiono le ampie strade quasi deserte ed i piccoli edifici dalla modesta architettura che fanno da modesto scenario. Una folla immane sciamante da ogni parte si addensa in una strada stretta e dritta, costeggiata da antiche abitazioni le cui facciate, dipinte di multicolori tinte pastello che vanno dal tenue verde, al rosa, al giallo e così via, alte e affusolate, sono l’una attaccate all’altra, come se si mostrassero in una lunga parata. Siamo entrati nella cosiddetta strada reale di Danzica, costituita dall’insieme dell’ulica Dluga e della contigua Dluga Targ, il mercato lungo, la tradizionale piazza del mercato.

E’ il centro rinascimentale della città, dove si trovano edifici pregevoli per eleganza e ricchezza architettonica. Fra le diverse eleganti costruzioni predomina per imponenza ed armonia il Municipio della città principale, Ratusz Glównego Miasta, che risale al 1379, al posto di una piccola costruzione a graticcio del secolo XIII.

La struttura originaria si svolgeva su due piani: il sottosuolo era adibito a carcere (oggi c’è un ristorante caratteristico, lo Sfink, dove gustiamo un piatto della cucina locale costituito da un’abbondante grigliata mista di carne), il piano terra custodiva la pesa e la cassa, il primo piano era adibito a rappresentanza. Dopo un incendio il municipio venne ricostruito nel 1539 in stile fiammingo, perdendo il primitivo aspetto austero, ma assumendo il tenore maestoso di rappresentanza, che celebrasse degnamente i fasti della grande città anseatica. Le sale interne furono arricchite in maniera grandiosa e superba, come la celebre sala rossa, rivestita di damasco rosso alle pareti sopra i banchi dei consiglieri.

Questo capolavoro costituisce un mirabile esempio del manierismo di Danzica da parte di artisti fiamminghi. Il resto delle sale costituiscono la sede del Muzeum Historii Miasta Gdanska, il museo storico della città di Danzica, che visitiamo. Passiamo così lentamente davanti innumerevoli bacheche colme di tesori dell’arte e dell’artigianato, stupiti da tanta bellezza, ma in particolare dai fantastici gioielli realizzati con l’oro di Danzica, l’ambra. Oggetti sacri, cofanetti, gruppi allegorici ed altri oggetti brillano come di luce propria e quasi ci sembra impossibile che mani d’uomo abbiano potuto realizzare oggetti di così fine ed elegante fattura.

Usciamo dal glorioso edificio e, superata la bella fontana del Nettuno, che simboleggia la potenza commerciale marittima della città, entriamo nel mercato lungo. La piazza è un brulicare di gente che si aggira lentamente tra le bancarelle, tra personaggi estrosi che si esibiscono coi loro strumenti, tanto che diventa a volte persino difficile proseguire il cammino e ci costringe a volte a perderci di vista. In questa ampia piazza rettangolare, stretta e lunga, sono gli edifici più belli e famosi dell’intera zona. Sul lato nord al civico 41 scorgiamo subito la famosa casa dorata, la Zlota Kamienica, mirabile dimora a quattro piani dei primi del seicento, in stile manieristico fiammingo, ricco di fregi dorati, che ne hanno fatto attribuire il nome.

Un passo oltre, al civico 43 si scorge la Dwór Artusa, palazzo Artù, in origine in stile gotico, ricostruita nella seconda metà del XV secolo per riparare i danni di un precedente incendio. Nel 1617 Abraham van den Blocke realizzò la facciata in stile manieristico fiammingo dall’elaborato significato allegorico. Un tempo sede di riunione dei ricchi patrizi e commercianti della città, oggi è adibito a Museo storico. Concludiamo il tragitto affacciandoci sulla banchina della Motlawa, da cui si gode un bel panorama lungo il fiume.

Nelle prossimità della strada reale si erge la mole imponente della chiesa di Santa Maria, Kosciól Mariacki, il più grande santuario della Polonia ed una delle chiese più grandi del mondo. E’ una gigantesca costruzione gotica in mattoni, possente e slanciata allo stesso tempo, che raggiunge con la torre l’altezza di 78 metri. Iniziata ai primi del trecento e completata ai primi del cinquecento, subì gravissimi danni nel corso della guerra. L’interno è a tre navate, sorretta da grandiosi pilastri ottagonali ed impreziosita da numerose cappelle laterali. Aggirandosi si ha la netta percezione delle proporzioni immense, pari a 105 metri di lunghezza per 68 di larghezza, con un’altezza di 29 metri, dalla capienza di ben 25.000 fedeli.

La distruzione della guerra ha risparmiato un buon numero di opere d’arte, una parte delle quali sono state trasferite al Museo Nazionale cittadino. Tra le opere più interessanti citiamo la copia del Giudizio Universale di Hans Memling, il cui originale si trova al Museo Nazionale, il monumentale altare maggiore intagliato e dipinto, la statua della Madonna Bella, capolavoro caratteristico dell’arte gotica di Danzica, l’orologio astronomico del 1470. L’elenco delle innumerevoli opere, disseminate qua e là, come collocate in un vasto museo, non avrebbe fine. Possiamo dire soltanto che non si finisce più di ammirarle, quasi una ad una, e si ritorna ancora indietro per rivedere un particolare prima trascurato, in un giro disordinato, guidato soltanto dall’istinto e dal richiamo cromatico di questa o di quell’opera.

Avviandoci sulla via del ritorno passiamo per una strada affollatissima di gente, che, più che camminare, sembra sostare davanti le miriadi di bancarelle dove sono esposti mille articoli di tutti i generi, dalla preziosa ambra alla chincaglierie, dalle golosità a capi di abbigliamento, a giocattoli, eccetera. Finalmente usciamo da questa confusione e ritorniamo sulle ampie arterie dalle quali eravamo venuti.

Prima di rifugiarci nella stazione della metropolitana, che ci avrebbe riportato al campeggio, abbiamo l’occasione di visitare un ultimo tesoro d’arte, la chiesa di San Nicola, Kosciól Swietego Mikolaja. L’attuale tempio risale alla seconda metà del secolo XIV ad opera dei Domenicani e fu edificato al posto di una precedente chiesa in legno risalente al secolo XII. L’interno è a tre navate, su pilastri ottagonali, ed è ancora ricco di ornamenti del tempo, dato che la chiesa è una delle poche opere a non avere subito grandi danni durante la guerra.

Le dune di Leba

Due immagini delle Dune di Leba, il Sahara polacco

L’indomani lasciamo Danzica e torniamo indietro per la strada n. 6, la stessa strada percorsa due giorni prima, fino ad intercettare la n. 214 che, deviando a nord verso il mare, ci porta dopo 29 chilometri a Leba, porto peschereccio sulla foce dell’omonimo fiume. Ad ovest del paese si estende il parco nazionale di Slowinski, che comprende anche il lago Lebsko, il terzo della Polonia per grandezza.

Il parco costituisce una meraviglia della natura unica, al di sopra dell’immaginabile. Si tratta di una sterminata estensione di sabbia, caratterizzata da dune alte anche 50 metri, che per effetto del vento si spostano regolarmente. Questo movimento ha fatto sì che la sabbia ha inglobato una parte della pineta che sorge ai limiti del deserto. In questo tratto gli alberi, così soffocati, si sono come pietrificati. E’ un fenomeno unico, più assimilabile al continente africano che non all’Europa, tanto che questo posto è chiamato anche Polka Sahara, Sahara polacco. Queste notizie le abbiamo lette nelle guide turistiche e da esse abbiamo attinto l’interesse che ci ha spinto fin quassù. Ma, appena ci troviamo sul posto, ci rendiamo conto che la realtà va al di là di quel che potevamo aspettarci.

Il parco è servito da diversi mezzi di trasporto, necessari per condurre i visitatori dal parcheggio limitrofo al limite del deserto, a meno che non si preferisca fare… qualche chilometro a piedi. Dopo una burrascosa traversata sopra un carro trainato da un robusto cavallo, che sembra abbia coltivato il piacere di farci provare tutte le buche della stradina, arriviamo al capolinea: una striscia di sabbia bianca che si spinge in salita tra i pini. Ci inerpichiamo a fatica, cominciando ad ‘imbarcare’ sabbia dentro le scarpe, tra alberi ancora vivi ma sommersi fino a metà fusto dalla sabbia incombente.

Finalmente giungiamo sulla sommità dell’erta. Qui, davanti ai nostri occhi, si apre uno spettacolo che è veramente difficile da descrivere: una sterminata estensione, che si perde a vista d’occhio fino a confondersi con il blu del mare lontano, di sabbia bianchissima, impalpabile, così lucente da creare un bagliore che gli occhiali da sole stentano ad attenuare. E’ un deserto! Un vero deserto di sabbia, che ci ricorda subito quello che alcuni anni fa abbiamo visto in Tunisia. Ma, a differenza di quello, qui abbiamo il mare di fronte e la sabbia è di un bianco candidissimo, che mette a dura prova l’abilità di ‘fotografi’.

Rispetto al deserto africano qui le parti si invertono: lì è la vegetazione che diventa oasi ristoratrice nel mezzo del deserto, qui è il deserto che forma una immensa conca sinuosa nel mezzo di lussureggianti foreste di pini e querce. Ci addentriamo all’interno di questo deserto, affondando quasi tutto il piede dentro la sabbia morbida, che si espande da tutti i lati sotto il peso dei nostri passi. Ci avviamo lungo un costone alto, che costituisce la sommità di una duna, da dove bambini e adulti si divertono a farsi rotolare giù in rocamboleschi capitomboli. Tutto attorno si estende un panorama sterminato, accecante, forse più consono ad un paesaggio lunare.

Andiamo coraggiosamente avanti, seguendo il miraggio di arrivare fino alla riva lontana. Ci inseriamo nel serpente umano che si snoda lentamente sotto un sole che, nonostante (fortunatamente) sia offuscato da un velo di nuvole, colpisce implacabile con una calura afosa. Compiamo un largo giro, sempre più affaticati ed accaldati, durante il quale anche lo scattare una fotografia è lo spunto per una breve sosta. Giungiamo infine alla costa baltica e cerchiamo fra la sabbia di trovare qualche “pepita” di ambra: troviamo solo conchiglie di tutte le misure e pulviscolo dell’oro del Baltico, ma niente di più.

Ritornati indietro, rinunziamo data l’ora e la stanchezza a concludere la visita con un giro in battello nel lago, e ritorniamo al camper. E’ l’ora in cui dobbiamo preoccuparci di trovare un luogo adatto per il pernottamento.

Il Wolinski Park Narodowy

Riprendiamo la strada principale n. 6 alla ricerca di un posto idoneo. Il luogo che abbiamo testé visitato ci ha tanto entusiasmato che ardiamo dal desiderio di trovare un posto altrettanto ameno. Vagheggiamo allora di parcheggiare il camper a ridosso del mare e passare il resto della giornata nella pace del silenzio, cullati dal lento sciacquio delle onde che lambiscono la riva. Così, dopo avere fatto quasi cento chilometri di strada intasata di mezzi incolonnati, giunti a Koszalin, ci lasciamo tentare dall’indicazione che indica ad una ventina di chilometri la cittadina di Mielno.

Niente di meglio di un paese di pescatori per potere appagare il nostro desiderio! Ci immettiamo così nella strada n. 11, spinti ormai non sappiamo se dall’istanza turistica o dalla stanchezza. Che delusine cocente! Altro che piccolo pittoresco porto di pescatori! Il paese è letteralmente invaso da una folla immensa di turisti, che sciamano a frotte da destra e da sinistra, rendendo difficoltoso anche il procedere del camper. Pazienza! Dobbiamo rassegnarci, data l’ora inoltrata e la fatica accumulata, a trovare qui una sistemazione. Scartati un paio di posteggi al centro, perché non aperti ai camper o perché prossimi a chiudere, riusciamo a trovare alla periferia una specie di area di sosta, presuntuosamente chiamato Camping Ada, dove finalmente possiamo concludere la tappa.

L’indomani mattina ci mettiamo in moto di buon’ora. Scappiamo via dalla deludente cittadina e ritorniamo sulla strada 11 verso occidente. Arriviamo, dopo circa 150 chilometri, nell’isola di Wolin con l’intento di visitare le decantate falesie di roccia bianca, che cadono a strapiombo sul mare e che costituiscono il nucleo più saliente del Wolinski Park Narodowy.

Trovato agevolmente il parcheggio ai limiti del parco, prendiamo il bus navetta che ci conduce addentro in prossimità della meta. Penetriamo dentro un bosco foltissimo, rigoglioso e fresco, percorrendo un ampio viottolo che indica la via da seguire. Camminiamo un po’ incerti, poiché non riusciamo ad intravedere il mare. Fossimo venuti qua per gustare il silenzio bucolico del bosco, per incantarci davanti agli effetti luminescenti dei raggi del sole che riescono a penetrare la fitta boscaglia, allora ce ne saremmo andati via soddisfatti. Ma noi siamo venuti per vedere le falesie, qualcosa che non avevamo mai visto prima e che non esistono nelle nostre pur incantevoli terre.

Finalmente intravediamo davanti a noi una fascia di colore azzurro. Il viottolo prosegue (a distanza di sicurezza!) a ridosso dello strapiombo sul mare, che tuttavia si continua a vedere appena tra gli alberi fitti. E sì, purtroppo tutto si riduce a questo! E le falesie? Se ne intravedono brevi tratti affacciandoci da piccole terrazze di legno, arditamente incombenti sul vuoto. Ben poca cosa, lo dobbiamo dire con tutta franchezza! Basta appena a darci un’idea su che cosa siano le falesie. Torniamo sui nostri passi mogi e delusi. Come ci sembra lontano l’entusiasmo di ieri, dinanzi alla meraviglia delle dune mobili di Leba!

Verso il confine tedesco

Ormai siamo prossimi alla frontiera con la Germania ed a corto di zloty. Ci proponiamo così di passare in fretta la frontiera. Ma oggi è proprio una “giornata no”! Scopriamo che il posto di confine tra Polonia e Germania sulla costa, dove finisce la statale n.3, esiste solo nella nostra fantasia. In realtà, forse esiste, come alcuni del posto ci dicono, un passaggio pedonale, ma è da escludere ogni passaggio di veicoli, e quindi di camper.

Una breve occhiata sulla carta stradale non ci fa intravedere altra scelta che scendere di nuovo a sud lungo la 3 per altri 93 chilometri in direzione di Stettino e trovare il posto di frontiera a 12 chilometri ancora a sud della città. Rassegnati, ci mettiamo in movimento.

I chilometri si susseguono regolari e senza altri intoppi, mentre il camper sembra avere ritrovata la solita vitalità e scorre allegramente sull’asfalto, portandoci verso le mete successive, verso altre nazioni, ancora più a nord.

Enza Messina e Paolo Carabillò
(2005)