Il grande deserto

Sensazioni indescrivibili, ricordi incancellabili.

 

Un bivacco di beduini (foto Maurizio Karra)

La Tunisia, porta del grande continente nero, interessa una variegata moltitudine di visitatori per i suoi molteplici aspetti e quindi interessi che riesce a suscitare e trasmettere. C’è la Tunisia punica e romana, quella delle medine, quella dei tappeti, quella del relax e del mare, quella dei souk, e poi c’è quella del grande sud con le oasi, il deserto con i suoi colori color ocra, le distese di sabbia e la sua immensità.

Quest’ultimo aspetto della Tunisia mi ha attratto più degli altri, ed è per questo che voglio parlare di questa parte della Tunisia, facendo idealmente partire il mio viaggio da Gabes: porta del deserto. Essa è situata tra il mare ed un’oasi di più di 500.000 palme. Appena arrivati si è subito respirata aria d’Africa, d’Arabia, di sud. Le strade sporche; il grande souk pieno di tutti quei prodotti dell’artigianato locale che tanto piacciono ai turisti: oggetti in ferro battuto, statuette in legno, vasi e piatti in ceramica, tappeti, gioielli, mantelli di lana, stuoie e tante altre cose; un vigile trasandato dirige mollemente il traffico; i mercati della carne, del pesce e delle verdure in condizioni davvero molto preoccupanti dal punto di vista igienico, con accanto le fogne a cielo aperto; gli odori che si fondono; la musica araba assordante proveniente da un chiosco che vendeva musicassette; il traffico serrato; i bar pieni di soli uomini che ci guardano con curiosità; le donne in abiti castigati; il canto del muezzin che cinque volte al giorno chiama i fedeli alla preghiera; …siamo davvero in Africa.

A questo punto l’attesa di vedere il deserto, i dromedari, i beduini, il grande lago salato, le oasi, le piste, si fa grande. Non molto distante da Gabes si trova Matmata, famosa nel mondo per l’architettura delle sue case troglodite scavate sotto terra. Questo paesaggio formato da buche circolari dal diametro di circa 15/20 metri e profondi 5/7 metri, nelle cui pareti argillose i nomadi del deserto hanno scavato degli spazi abitativi e dei ripostigli, la fanno assomigliare ad un pezzo di superficie lunare. Forse è per questo che il regista Steven Speilberg ha scelto questo luogo per girare alcune scene del film Star Wars. Qui le temperature sono ancora miti. L’aria è pura ma molto secca: 30% d’umidità. Da Matmata non bisogna viaggiare molto per raggiungere la più sahariana delle oasi del sud tunisino: Douz.

Nell’oasi di Douz si comincia a respirare aria di deserto. La cittadina abitata da gente d’origine berbera, ha le sue ultime case ai limiti del grande Sahara. Essa è circondata dalle dune, ed è la porta del deserto da cui partono i mehari per scalare le dune. Ed è quello che abbiamo deciso di fare. La mattina i taxi ci portano dal camping Desert Club al limite del villaggio dove ci aspettano i dromedari. L’orizzonte che ci appare ci attira in modo particolare. Nel deserto, più ci si inoltra, più si perde il senso dell’orientamento, ma i cammellieri sanno perfettamente dove sono e dove devono andare; non sono maghi: per orientarsi utilizzano il sole e le stelle.

Navighiamo in quel mare di sabbia, infastiditi dal forte vento che solleva grandi quantitativi di finissima sabbia che sembra polvere e si infila dappertutto non risparmiando, anzi procurando, purtroppo, gravi malfunzionamenti o in taluni casi anche il blocco di alcune macchine fotografiche e videocamere. Dopo circa un’ora di dromedario, ci fermiamo. La sensazione è indescrivibile: sabbia ovunque, il silenzio rotto soltanto dal rumore del vento implacabile che spazzola le dune polverizzando la sabbia; è come trovarsi su di una barchetta in mezzo al mare non vedendo terra attorno a sé. Si scattano le foto di rito, i beduini accendono il fuoco, vi si siedono intorno, parlano fra di loro. La sosta è breve, dobbiamo tornare. Lentamente e pazientemente i dromedari ubbidiscono ai loro padroni. Si rialzano, con noi in groppa, e seguono il cammelliere che si dirige, sembra casualmente, in una direzione come se una qualunque fosse stata quella giusta. Ho perduto l’orientamento, ho la sensazione che dovremmo andare nell’altra direzione… Sto zitto c’è chi ne sa più di me!

Da Douz in direzione Tozeur attraverso il Chott El Jerid. Qualche anno fa il governo tunisino ha deciso di costruire una strada che attraversasse il lago salato per evitare il gran numero d’incidenti e la pericolosità cui si andava incontro percorrendo le piste che qualche volta, visto l’esiguo spessore dello strato calpestabile, si squarciavano inghiottendo nel sottostante mare d’argilla qualsiasi “cosa”. Questa strada è stata costruita su un terrapieno di circa due metri di spessore ed attraversa il lago nella sua parte centrale. E’ uno spettacolo, un avvenimento indimenticabile, stiamo attraversando un immenso lago di circa 5000 chilometri quadrati (circa 250 km di lunghezza per 20 km di larghezza). L’unica cosa che rompe la monotonia di questo paesaggio così particolare, formato dal bianco del sale, dal marrone chiaro dell’argilla solidificata, dal giallo della sabbia, dai ruscelletti la cui acqua assume diversi valori cromatici, dai ciuffetti di vegetazione che si scorgono qua e là, è proprio quel serpentone d’asfalto che porta da Kebili a Tozeur. Nessun rumore in questo oceano d’argilla e sabbia.

Ognuno di noi cerca di farsi un’idea più o meno verosimile, più o meno distorta delle cose che non ha mai visto personalmente. Nel mio immaginario di bambino, ma anche fino a qualche giorno fa, avevo sempre pensato che le oasi fossero formate da qualche palma, un pozzo per l’acqua, alcune tende di beduini che attraversando il deserto vi avevano trascorso la notte, cammelli carichi di mercanzie che si riparavano sotto le palme. Non so se queste immagini, da qualche parte, possano trovare riscontro nella realtà, perché quelle che abbiamo visto sono fuori da ogni immaginazione.

Quella di Tozeur, con le sue circa 200.000 palme, è irrigata da 200 sorgenti; Nefta, con la Corbeille, un vasto spazio circolare che si trova 30 metri sotto il livello stradale, dove tra un fitto palmeto e tanta altra vegetazione, sgorgano diversi ruscelli che si raggruppano in un unico corso d’acqua. E poi le oasi ubicate sulle cime delle montagne, meritano sicuramente una visita.

Oasi

La prima, delle tre che abbiamo visitato, è quella di Chebika. Qui sulle rocce crescono le palme, vere miniere di splendidi mazzi di datteri, irrigate dalle acque di una sorgente che sgorga da una gola, che è incassata nella roccia; a Tamerza, il cui centro abitativo antico è oramai completamente abbandonato, è consigliato fare una passeggiata nel vallone dove si può ammirare una bella cascata; Mides, dove abbiamo acquistato circa 40 kg di datteri freschi che abbiamo diviso fra noi del gruppo, si inserisce in una splendida scenografia: il villaggio sembra sospeso sopra i precipizi delle pareti da cui è circondato, perché è costruito a strapiombo sopra l’oasi, un vero giardino di verde.

Molto di ciò che abbiamo visto lo dobbiamo anche alla disponibilità di Lorenzo Bonfatti, il gestore italiano dei campeggi di Douz e di Tozeur, che per due giorni ci ha portato in giro per le oasi, sul lago salato, a vedere la miniera di fosfato più grande della Tunisia ed anche sulle piste non asfaltate, per farci provare l’ebbrezza del “fuoristrada” col camper. E siccome siamo stati bravi, ha fatto avere ad ogni equipaggio l’attestato, rilasciato soltanto a pochi, dalla Commissione Mondiale Sopravvissuti del Deserto con la seguente motivazione: “Per essersi particolarmente distinto durante l’esperienza sahariana”. Qui finisce questo viaggio nel viaggio che è iniziato a Gabes.

E’ vero: ogni viaggio offre nuove esperienze che lasciano qualcosa, un segno, ed è occasione sia di arricchimento personale sia di conoscenza delle diverse realtà che ci circondano, nel rispetto e nella tolleranza dell’altrui modo di vivere e dell’altrui credo religioso.

Luigi Fiscella
(2001)