Indimenticabile Tunisia

Il diario di un viaggio fantastico

 

Cartagine – Villa Romana

Quando il nostro presidente Maurizio Karra ha “felicemente” deciso di organizzare un viaggio in Tunisia nel periodo pasquale, noi coniugi Triolo abbiamo dato subito con entusiasmo la nostra adesione, attratti dall’idea di visitare questo paese così diverso dal nostro e dall’immagine così affascinante. Il gruppo che si è costituito era formato da otto camper. Abbiamo iniziato presto la raccolta di informazioni sul paese che avremmo visitato e lo scambio di idee sui problemi che avremmo potuto incontrare e su cosa era più opportuno portare con noi. Ci siamo posti il problema dell’acqua, chiedendoci se ne avremmo trovata a sufficienza, della sabbia del deserto che sapevamo spesso soffiare coprendo ogni cosa, delle scottature sotto il sole certamente più caldo del nostro… Abbiamo deciso che era preferibile essere il più possibile autosufficienti e ci siamo dati da fare per stipare il camper al massimo della capienza con acqua e viveri di tutti i generi. Alla fine tanta preoccupazione si è rivelata eccessiva e tutto quel carico inutile! Non abbiamo avuto problemi di acqua, buona parte dei rifornimenti sono tornati indietro non utilizzati, non abbiamo avuto quasi mai il “sole” e ci siamo spesso rallegrati vicendevolmente di avere preso all’ultimo minuto la giacca o la felpa che si erano rivelati così utili.

Le nostre aspettative sono state superate: abbiamo visto un paese straordinario, che ha certamente lasciato un segno, forse maggiore in quelli di noi che non avevano mai visitato un paese arabo. Siamo stati trascinati nella confusione delle medine tra i profumi e i colori delle essenze e delle spezie, dal deserto abbiamo avuto emozioni difficilmente descrivibili. Il sud ci ha lasciato nostalgia e rimpianto di paesaggi affascinanti, di un mondo ancora semplice, di un popolo accogliente e genuino. Ricordiamo i bambini dai visi graziosi e dai gesti aggraziati salutare agitando festosamente la mano al passaggio dei camper, affollarsi attorno a noi per chiedere con grazia “bonbon, monsieur”, i ragazzi in gita che abbiamo incontrato a Dougga, stretti attorno a noi, allegri, rumorosi, desiderosi di conoscere e di condividere, gli anziani taciturni e a volte scontrosi, le contadine lungo la strada chine sotto grossi fardelli portati sulle spalle. Abbiamo ancora nelle orecchie il canto lento del muezzin, invito per i fedeli musulmani alla preghiera, cui facevano eco i richiami di altri muezzin dai minareti vicini.

Abbiamo visto una Tunisia dai mille volti, moderna, impegnata nello sviluppo, ormai quasi occidentalizzata al nord, antica, povera, più autentica al sud. Ed è il sud che soprattutto ci ha coinvolto e ci ha dato emozioni difficilmente dimenticabili. Abbiamo in più vissuto l’esperienza di far parte di un gruppo di persone che si sono ritrovate amiche senza accorgersene, che sono spontaneamente entrate in sintonia ed hanno condiviso i giorni di viaggio come se si conoscessero da sempre. Anche questo è un ricordo che porteremo sempre con noi. Ma ecco il diario di questo meraviglioso viaggio.

Inizia l’avventura

Partiamo da Trapani alle dieci del mattino del 9 aprile e, dopo una pesante traversata con un mare molto agitato, sbarchiamo dopo circa nove ore al porto di Tunisi, La Goulette. “Subiamo” il disbrigo delle lunghe formalità doganali e ci dirigiamo verso la nostra prima tappa, Cartagine. Qualche difficoltà per trovare il posteggio, guidati dalla solerte e disponile polizia locale che però…sbaglia la strada. Infine giungiamo felicemente al piazzale antistante il Museo Oceanografico, ai bordi dell’antico porto punico, su cui ora si affacciano belle ville moderne. Qui passiamo tranquillamente la notte. Sobbalziamo all’alba al canto del muezzin, che ci accompagnerà in tutte le nostre tappe e che diventerà per noi una piacevole abitudine.

Cartagine è oggi l’elegante sobborgo di Tunisi dove sorgono ville sfarzose, residenze di facoltose famiglie e sedi di ambasciate estere. Resta poco ormai di quella che fu la grande nemica di Roma ed è emozionante calpestarne le rovine. Ammiriamo i resti delle grandiose terme di Antonino Pio e del teatro, immaginiamo il fasto dell’elegante villa di Adriano dalle belle statue e dai raffinati mosaici. Il Museo Nazionale, sulla collina di Byrsa dove nel 750 a.C. sorgeva il primo nucleo della città, conserva con cura reperti punici, romani, bei mosaici che ci ricordano quelli di Piazza Armerina.

Nel pomeriggio ci spostiamo alla vicina Sidi Bou Said attraverso la larga Avenue Bourguiba, su cui si affaccia l’imponente complesso del palazzo presidenziale. Il grazioso villaggio sul mare si conserva intatto e molto caratteristico. Luogo di elezione del movimento mistico del sufismo, fondato nel XIII secolo da Abu Said al-Baji, è luogo santo dei musulmani e ormai integralmente protetto nella sua struttura originale. Le case hanno facciate bianche con portoni azzurri su cui borchie scure formano bei disegni simbolici della cultura musulmana; le finestre dipinte di azzurro sono chiuse da artistiche inferriate tondeggianti pure azzurre delicatamente forgiate con il ferro battuto. Tra gli alberi e i fiori si aprono scorci deliziosi sul mare. Nelle piccole strade lastricate, una miriade di negozietti di artigianato locale e venditori di profumati mazzetti di gelsomino. Gironzoliamo un po’ per il paesino: acquistiamo qualche souvenir, sostiamo al tipico Cafè des Nattes dove si può gustare il tè alla menta seduti sui tappeti in un ambiente molto caratteristico, ascoltiamo il richiamo del muezzin dal minareto.

Più tardi decidiamo di anticipare rispetto al previsto il trasferimento alla penisola di Capo Bon. La C43 ci porta a Kelibia. È una strada piuttosto disagevole, che attraversa terreni desolati e piccoli paesi. Nella campagna circostante vediamo contadini al lavoro con mezzi rudimentali. È il primo impatto con la Tunisia povera e non ancora evoluta. A Kelibia troviamo l’indomani la bella fortezza bizantina, ben conservata, oggi in parte sede militare. Dai suoi spalti si gode una splendida vista sul mare e sulle case bianche della città sottostante.

Dopo averla visitata, riprendiamo la strada verso sud lungo il lato orientale della penisola, percorrendo la C27. Giungiamo a Nabeul, simpatica e animata cittadina, ben curata, famosa per le sue ceramiche. Queste decorano aiuole e case e proprio all’ingresso della città fa bella mostra di sé, in uno spartitraffico al centro di una piazza, un grandissimo vaso decorato dentro cui cresce il tronco di un alto albero. Facciamo qui i primi acquisti di ceramiche e iniziamo il previsto e divertente mercanteggiare sui prezzi che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Ci spostiamo quindi alla vicina Hammamet, il maggiore centro turistico della Tunisia. È una graziosa cittadina balneare, con numerosi ristoranti e alberghi, e una bella spiaggia con finissima sabbia dorata. Visitiamo la sua caratteristica medina, la città vecchia all’interno di un poderoso bastione di fronte al mare. Percorriamo le piccolissime stradine che si intersecano come in un labirinto, con le case dalle facciate bianche e le imposte azzurre, le belle grate di ferro ed i portoni con i grossi chiodi decorativi. Ci rechiamo all’affollato mercato coperto pieno di mercanzie, visitiamo negozi in cui ragazze al telaio mostrano la fattura dei tipici tappeti. Ci dicono che queste ragazze guadagnano due dinari (circa tre mila lire!) al giorno per otto ore di lavoro. Anche in questa circostanza restiamo colpiti dalla povertà del paese, in cui tutto costa così poco e i guadagni sono così esigui.

Il campeggio che troviamo, il Samares, è molto scomodo, va bene solo per sostare e prendere acqua. Non c’è acqua calda e dovremmo spostarci al vicino albergo per fare la doccia. In effetti avremo modo di notare in seguito che, tranne qualche eccezione, la Tunisia non è ancora ben attrezzata dal punto di vista del turismo plein air. Passiamo comunque ugualmente una piacevole serata. Dopo cena, infreddoliti e in piedi tra i camper mangiamo la colomba (anticipando la Pasqua!) e beviamo spumante per festeggiare il primo compleanno (seguiranno altri festeggiamenti, tra compleanni e anniversari di matrimonio!). Restiamo, fintanto che il freddo lo consente, a chiacchierare all’aperto.

Il viaggio verso sud

Il giorno successivo riprendiamo il viaggio verso sud lungo l’unica autostrada della Tunisia. Siamo presto a Sousse, capoluogo della sviluppata regione agricola del Sahel, la terza città del paese dopo Tunisi e Sfax. Troviamo facilmente un buon posteggio al centro, proprio sotto le mura della medina. Entriamo così nella cinta delle mura ed incontriamo subito un affollato e rumoroso mercato con una grande varietà di pesce, frutta, pane. Alcuni di noi approfittano per fare qualche acquisto. Visitiamo poi la Grande Moschea e il Ribat. Della Grande Moschea, simile ad una fortezza, possiamo solo visitare il cortile circondato su tre lati da portici e affacciarci a sbirciare l’interno della sala della preghiera attraverso la porta di ingresso. Da qualche anno, infatti, solo i musulmani praticanti vi possono entrare.

I ribat sono monasteri fortificati costruiti in tutta la Tunisia intorno all’800. Lì vivevano i monaci guerrieri che in tempo di pace si dedicavano alla diffusione della fede islamica e accoglievano i pellegrini in viaggio verso La Mecca. Nei momenti di bisogno offrivano protezione alla popolazione contro gli attacchi nemici e partivano per le guerre sante di attacco e di difesa contro gli infedeli. Entriamo al ribat dall’unica porta rettangolare che si apre nella massiccia fortezza a pianta quadrata. Il cortile presenta su tre lati le celle dei monaci ed i locali utilizzati come stalle e magazzini. Al primo piano, troviamo celle su tre lati e nel quarto lato la sala di preghiera, la più antica esistente in Africa, dai pesanti pilastri e dalle volte a botte. Qui possiamo avvicinarci al mihrab, la nicchia che indica la direzione de La Mecca, verso cui si rivolgono i fedeli durante la preghiera. Centro focale delle moschee, è normalmente decorata riccamente (ma in quello di Sousse rimangono solo deboli tracce del decoro originario). Attraverso 60 ripidi gradini saliamo poi sulla torre di avvistamento. Da lassù si gode una vista spettacolare sul mare, la Grande Moschea, le case bianche della medina.

Andiamo quindi a fare spese! Ci imbattiamo in un grande centro turistico commerciale, il Soula Center, colmo di oggetti tipici, souvenir, artigianato locale di tutti i tipi. Qui il prezzo non si discute , è fisso e basta! Si può anche cambiare la valuta e questo ci incoraggia ad effettuare spese piccole e non…..

Nel pomeriggio ci avviamo verso la kasba, la cittadella fortificata, ai piedi della quale si trova il Museo Archeologico. È un museo splendido, ricco di meravigliosi mosaici provenienti da Sousse e da El Jem. Entriamo poi nei souk, i quartieri dalle mille viuzze che si intersecano, dai negozietti pieni di ogni genere di merce colorata e profumata, distinti a seconda dei prodotti in vendita. Compriamo tè e profumi. Ci attrae un piccolissimo negozio tutto bianco e dorato, dove un affabile signore non si lascia scomporre dal caos che portiamo e gentilmente si presta alle nostre richieste e riempie bottigliette su bottigliette delle sue essenze. Oggi che il nostro viaggio è finito, sentirci addosso quel profumo ci riporta un po’ indietro a quei giorni spensierati.

Lasciamo Sousse e dopo pochi chilometri giungiamo a Monastir, città di origine del primo presidente (e fautore dell’indipendenza tunisina), Habib Bourguiba. Lungo la strada il paesaggio ci appare già diverso e particolare. Ai lati vediamo sabbia, e sabbia leggera viene sollevata dal vento sull’asfalto. Il terreno è già brullo, a tratti con alberi di ulivo, a tratti spianato e quasi desertico. Poco prima dell’ingresso in città tanti bianchi complessi alberghieri e indicazioni per campi da golf, i segni di un indirizzo turistico che certamente sarà sempre più incrementato. Arrivati in città, le prime palme. Tantissime, isolate o a gruppi, più di quante ne abbiamo viste finora. Ci fermiamo per la notte nel posteggio di fronte il Club Med vicino al mare. La sera in un ristorante vicino gustiamo il nostro primo, autentico cous-cous. Lo proviamo sia di carne che di pesce. In ambedue i casi, favoloso! Dopo cena rientriamo subito nei camper, perché il vento e il freddo che ci accompagnano da giorni non danno tregua neanche qui.

Il mattino successivo visitiamo la città. È al solito proibito l’accesso alla moschea e così andiamo a visitare il mausoleo di Bourguiba, sontuoso e solenne, dalla vastissima spianata, la grande cupola dorata, i due alti minareti in marmo che fiancheggiano l’ingresso. Entriamo all’interno, tutto marmo e stucchi, con al centro il bianco sarcofago dell’ex presidente. Visitiamo poi un piccolo museo del costume che espone begli abiti nuziali tradizionali, riccamente ricamati e tessuti in oro. Per ultimo, lo splendido ribat sul mare, uno dei monasteri fortificati più antichi del nord Africa insieme a quello di Sousse. Dall’alto della possente fortezza, il panorama è favoloso: la vista spazia sulla moschea, il mausoleo di Bourguiba, tante palme e uno splendido mare. Monastir è veramente una bellissima cittadina, anche molto curata.

Ripartiamo verso sud. Percorriamo la statale P1 in direzione di Sfax. Sostiamo a El Jem per il pranzo, posteggiando i camper proprio di fronte al grande anfiteatro. Viene chiamato “il Colosseo Africano”, il grande monumento ben conservato, capace di accogliere non meno di 30.000 spettatori, che dà un’idea del benessere e dell’importanza dell’antica città. Sempre svariati acquisti da parte del gruppo nei vari negozietti che circondano l’anfiteatro….

Riprendiamo il cammino verso Gabès. Superiamo l’animata Sfax, grande centro economico, capitale del sud tunisino. Il paesaggio va cambiando a mano a mano che proseguiamo. I filari ordinati di ulivi diventano più radi, spesso piantati sulla sabbia colore ocra. La strada è scorrevole, ai lati sempre sabbia. Contadini offrono i loro prodotti; su bancarelle improvvisate cumuli di piselli e di arance. Verso sera vediamo agnelli pronti per essere macellati e griglie con carne cotta in vendita. Vicino Gabès il terreno ci appare brullo, indoviniamo l’inizio dell’area desertica. Alle porte della città, intravediamo nel buio il palmeto dell’oasi. Un poliziotto guida gentilmente il nostro gruppo al campeggio “Centre des Jeunes” che è ben organizzato, con comode docce e possibilità di scarico e di rifornimento di acqua.

Il grande sud

Il Sahara si materializza con i suoi simboli più autentici: la sabbia, le palme e i dromedari. E i nostri camper…

La giornata successiva è veramente molto interessante e varia. Giungiamo nella Tunisia più autentica, la terra del deserto e dei berberi. Al mattino gironzoliamo per la città di Gabes. Passeggiamo lungo la via principale, l’Avenue Bourguiba, e nel quartiere dei souk, pieno di merci accatastate, profumato di spezie, colorato e caotico. Gabes, la porta del sud, ci colpisce perché è la prima città dalle caratteristiche veramente arabe che incontriamo, dopo l’aspetto più marcatamente mediterraneo e turistico delle città che abbiamo finora visitato.

Proseguiamo verso sud e ci fermiamo a Matmata. Qui troviamo le caratteristiche abitazioni trogloditiche sotterranee. Per difendersi dal caldo, e forse anche dalle incursioni arabe, gli antichi abitanti berberi scavarono grandi crateri nell’argilla friabile e poi nelle pareti praticarono delle aperture che davano accesso ad ambienti adibiti a camere, cucine, stalle, depositi… Le case non sono ormai più abitate, tranne – ci dicono – in estate, quando i proprietari vi si trasferiscono dalle loro normali abitazioni per sfuggire al gran caldo della zona. Vi è stato anche ricavato un albergo, dove sono state girate alcune scene di “Guerre Stellari”. Vi è anche un piccolo museo delle tradizioni berbere che mostra gli abiti tradizionali del matrimonio e la camera degli sposi Tra le donne vestite in maniera tradizionale, una ragazza vestita all’occidentale, che sorridente gira tra i visitatori e che abbiamo saputo studentessa nella città vicina, è l’immagine nuova della Tunisia. Ci fa riflettere su quanto di tutto ciò che vediamo resterà autentico nei prossimi anni, non confezionato solo ad uso e consumo di un turismo di massa.

Visitiamo alcune case, accolti affabilmente dagli abitanti. Ricordiamo la sorridente madame Fatima, dai palmi delle mani dipinti con l’hennè in segno di eleganza, che allegramente si è fatta fotografare con noi e ci ha offerto pane e tè alla menta. L’hennè ha anche un significato scaramantico e si usa colorarne le mani e i piedi della sposa il giorno delle nozze. In giro siamo continuamente circondati da bambini che chiedono con insistenza biro, caramelle, qualche dinaro. Tornano anche una seconda volta e non sappiamo come contentarli tutti, anche perché in questi pochi giorni abbiamo già dato fondo a tutte le gomme e le caramelle che avevamo portato con noi.

Lasciata Matmata, ci dirigiamo verso il piccolo centro berbero di Douz, lungo la C105. Il paesaggio è desolato, piatto, ciuffi di erba secca punteggiano la distesa di sabbia e pietre. Scendiamo dai camper per ammirare e fotografare alcuni dromedari al pascolo. In qualche tratto privo di pietre la sabbia forma piccole dune ondulate, tra le mani è fine come talco. Arriviamo a Douz e alla sua oasi in serata. Troviamo facilmente il campeggio, il Desert Club Camping. Il campeggio, dal terreno sabbioso, è ben organizzato e ben tenuto dal suo gestore italiano, il sig. Lorenzo Bonfatti, e dai suoi aiutanti locali. La sera si leva un vento forte che ricopre tutto, perfino l’interno dei camper, di una patina sottile di sabbia.

Il giorno dopo, Pasqua, passiamo una bellissima giornata, forse la più bella di tutto il viaggio. Al mattino trascorriamo due ore nel deserto sul dorso del dromedario. È un’esperienza unica, fantastica! Indossiamo, o meglio ci facciamo sistemare sulla testa dalle nostre guide, i lunghi teli colorati avvolti a turbante nella tipica foggia araba. Vengono coperti la testa, la fronte, il mento e la bocca fino al naso. Avremo modo, durante l’escursione, di valutare l’utilità di questo strano copricapo. Non c’è sole, fa freddo e tira un forte vento. Saliamo con una certa fatica sul dorso del dromedario, che poi lentamente si alza e inizia a muoversi. Ci abbarbichiamo ai sostegni… All’inizio si ha qualche problema alle gambe, ma poi ci si abitua all’andatura ondulata e morbida dell’animale. La nostra guida, Omar, ci precede tirando tre dromedari contemporaneamente e ci chiede spesso affabilmente come va.

Il deserto attorno a noi è un sogno. Non sappiamo come sarebbe stato in un giorno di sole, ma oggi, con il vento che solleva la sabbia impalpabile dalla sommità delle piccole dune, ha un aspetto irreale. È bianco, o roseo, chissà; all’orizzonte, una nebbia bianca a perdita d’occhio. Il vento soffia forte e granelli minuscoli di sabbia entrano negli occhi e in ogni oggetto che portiamo con noi. Il dromedario procede tranquillo, fermandosi ogni tanto a brucare qualche ciuffo di erba che trova lungo il percorso, le sue zampe morbide si adattano facilmente al terreno. Ogni tanto incontriamo piccoli gruppi in escursione come noi o indoviniamo in una nuvola di polvere un fuoristrada che sfreccia verso lontani villaggi su piste di cui non vediamo la fine e che sparisce all’orizzonte. Giungiamo nell’arco di un’ora alla meta prevista dalle nostre guide, un ciuffo di palme isolate in quella distesa senza fine, chiedendoci come mai abbiano fatto ad orientarsi in uno spazio che per noi è assolutamente privo di punti di riferimento! Lì, a fatica e un po’ doloranti scendiamo dai dromedari per la pausa prima del ritorno. I cammellieri accendono un piccolo fuoco sotto le palme con erbe e rametti raccolti sul posto. Alcuni di noi si siedono in cerchio con loro attorno al fuoco. Il vento tira sempre forte, tendiamo le mani per riscaldarci, viviamo l’avventura che finora abbiamo solo potuto immaginare. Iniziamo il ritorno e, quando scorgiamo da lontano le palme di Douz, vorremmo ricominciare daccapo…

Rientrati al campeggio abbiamo il nostro pranzo di Pasqua tunisino! Gustiamo il brick (una sfoglia di pasta con dentro generalmente un uovo e fritta rapidamente in modo che l’uovo rimanga morbido), cous-cous di carne e vino rosso della Tunisia (Chateau Mornag, buono). Ci scambiamo commenti e impressioni sulla splendida esperienza appena vissuta e contemporaneamente siamo tutti alle prese con macchine fotografiche e videocamere mandate in tilt dalla sabbia del deserto che è penetrata dappertutto. Soffiamo, mettiamo mano a pennelli vari, ma in molti casi solo al rientro a Palermo si potrà risolvere il problema.

Nel pomeriggio partiamo per Touzeur, lungo la C206 fino a Kebili e poi la P16 che attraversa il Chott El Jerid, il grande lago salato al centro della Tunisia. I chott, i grandi laghi che dividono a metà la Tunisia, sono depressioni un tempo coperte dal mare e poi prosciugate. In primavera e in autunno si formano grandi paludi salmastre a causa delle precipitazioni e dell’acqua proveniente dalle sorgenti sotterranee. L’acqua evapora poi rapidamente lasciando incrostazioni di sale che si estendono a perdita d’occhio.

Sostiamo la sera al Desert Club Camping a El Hamma du Jerid. È il secondo campeggio del signor Lorenzo, il quale ha viaggiato tantissimo in Africa e in Medio Oriente e trova in noi un uditorio molto attento. Finita la cena nel ristorante del suo vicino hotel, andiamo subito a dormire per smaltire la stanchezza di questa splendida e indimenticabile giornata!

Il giorno dopo la giornata trascorre a Tozeur, “il paradiso del sud”. Visitiamo la cittadina, dai caratteristici edifici costruiti con i tipici mattoni di argilla tutti della stessa misura, sfasati tra loro a formare motivi geometrici, lo “stile Tozeur” di origine berbera. Visitiamo lo zoo che ospita gli animali del deserto, il Giardino del Paradiso e poi il bellissimo Museo delle Tradizioni Popolari, il Dar Cherait, ricco di splendidi mobili intarsiati di madreperla, sfarzosi abiti ricamati, ambienti ricostruiti con scene di vita quotidiana: la scuola di Corano, la preparazione della sposa, la sposa che riceve le amiche. E poi bellissime ceramiche, grandi vasi, oggetti in argento, gioielli.

Nel pomeriggio il signor Lorenzo ci accompagna all’oasi di Nefta, luogo di produzione di datteri di qualità pregiata. Ammiriamo dall’alto la Corbeille (il cesto), la conca con il fitto palmeto e le piscine piene di acqua in cui si divertono giovani nuotatori. Lo sguardo spazia fino alla città, con i minareti e le cupole dei marabout, i sepolcri dal tetto a cupola di monaci guerrieri o di capi religiosi. Al ritorno, un’altra piccola avventura ! Un mini percorso di qualche chilometro in camper su una vera pista tracciata sullo chott. Non è in realtà una cosa molto complicata, la pista è sicura e solo in un tratto è necessario stare attenti a non impantanarsi nella sabbia, dove già il camper comincia a slittare. Ma è ugualmente un’esperienza affascinante, un ricordo straordinario in più. Ci fermiamo a metà strada ad ammirare la distesa a perdita d’occhio, picchiettata qua e là dall’azzurro tenue di radi ciuffi di artemisia fiorita, nel silenzio assoluto.

Il giorno successivo escursione alle suggestive oasi di montagna. Da Tozeur lungo la P3, incrociamo la P16 che ci porta a Chebika. Man mano che ci avviciniamo, ci vengono incontro montagne dall’aspetto selvaggio, completamente brulle. Poi scorgiamo il verde dell’oasi. Ci arrampichiamo sulle alture, ci colpisce il paesaggio roccioso, stranissimo, fa pensare ad una bolgia dantesca. Scendiamo giù fino alla pittoresca gola dove da una roccia sgorga l’acqua che alimenta l’oasi e scende giù come ruscello. Ci fermiamo a scattare qualche foto presso una graziosa cascatella, davanti ad un ciuffo di palme.

Ci spostiamo quindi a Tamerza. Qui, in una piccola gola, sgorga la Grande Cascata. Che non è proprio grande, in verità, ma se pensiamo al luogo in cui ci troviamo, possiamo definirla veramente grande! Ci entusiasmiamo come bambini: ci arrampichiamo sugli “scogli” e ci mettono in posa per le foto di rito, ci inoltriamo nell’acqua che forma una pozza fresca alla base della cascata. Infine l’oasi di Midès. La strada si inoltra fin quasi al confine algerino, tanto che riusciamo a scorgere la bandiera al posto di confine. Ci fermiamo per il pranzo in uno spiazzo sotto alte palme. Facciamo poi un giro fino alla vecchia città abbandonata, ammiriamo lo spettacolo di rocce straordinarie stratificate ed erose dal vento, ci affacciamo con un brivido sull’orlo del profondo e impressionante canyon dalle pareti ripidissime. Sul fondo, un ciuffo di palme.

Riprendiamo la strada per il rientro. Il signor Lorenzo ci consiglia un percorso un po’ più lungo, attraverso la C201 e poi la C122 per passare dalla regione di Metlaoui, dove si trova la più grande miniera di fosfati della Tunisia. Si vedono grandi cumuli di prodotto già parzialmente lavorato e cumuli di scorie. Catene di carrelli trasportano il materiale fino in città dove viene ulteriormente lavorato e da dove viene poi inviato verso la costa, a Gabès e Sfax, per l’imbarco verso i mercati, prevalentemente europei. Alla sera, al campeggio, un’ottima e …abbondante cena tunisina. Il menu: una variante del tipico brick,, con un ripieno diverso dal solito uovo, cous-cous di carne di cammello (ottima!), tajine (una specie di frittata fatta con uova e un miscuglio di piccoli pezzi di verdure, carne tritata, formaggio, aromi), budino, il buon vino rosso già “apprezzato” a Douz.

Dougga – Teatro Romano

Le aree archeologiche della Tunisia centrale e Kairouan

Il giorno dopo purtroppo si lascia la zona desertica e si inizia la risalita verso nord. Lungo la P3, ci spostiamo fino alle rovine di Sbeitla, il bel sito archeologico romano di cui rimangono resti ben conservati. Abbiamo la prima, e unica, giornata di grande caldo del nostro viaggio; soffia un forte vento da sud, il caldo è opprimente. Superato, all’ingresso della zona delle rovine, l’arco trionfale di Diocleziano, si accede alla città, in cui si riconoscono abitazioni e botteghe, terme, un frantoio, chiese cristiane e un teatro, purtroppo ristrutturato in maniera molto discutibile. La parte più interessante e meglio conservata della città è il bellissimo foro, cui si accede attraverso l’arco di Antonino Pio. Sulla vasta piazza lastricata si ergono maestosi i tre templi di Giove, Giunone e Minerva. Normalmente venerati in un unico santuario, i tre dei hanno qui tre templi distinti, collegati tra loro attraverso degli archi. Si può accedere al tempio di sinistra, ricostruito, attraverso una scalinata e si possono visitare i sotterranei.

Proseguiamo poi fino a Kairouan, città santa dell’islam, meta di pellegrinaggio per i musulmani dell’intero nord Africa, che sorge al centro di una steppa desertica. Lungo la strada vediamo molti uidian, i letti asciutti di antichi fiumi, che a volte per violente precipitazioni si gonfiano di acqua e straripano, inondando e rendendo improduttive larghe estensioni di terreno. Si sta cercando di razionalizzare la gestione del prezioso elemento. Vicino Kairouan, per esempio, una diga nei pressi dello oued Zeroud raccoglie l’acqua, che viene poi distribuita per irrigare la steppa a scopi agricoli. C’è molto vento e il paesaggio è quasi allucinante: una foschia biancastra all’orizzonte, polvere dappertutto. Adulti e ragazzi in cammino lungo i bordi delle strade sembra che non debbano arrivare da nessuna parte perché non vediamo costruzioni vicine. Abbiamo l’impressione che facciano chilometri a piedi per spostarsi da un posto all’altro, sempre in mezzo a tutta quella polvere sollevata dal vento o dai mezzi di passaggio.

Arrivati in città, ci accoglie la nostra guida, il simpatico Omran, il quale la stessa sera ci guida in un piccolo giro. Possiamo vedere la Grande Moschea illuminata, dove i musulmani imparano il Corano guidati dall’ imam e poi pregano. Ci conduce poi in una saletta di un bar dove gustiamo un favoloso frullato di fragole e lo ascoltiamo raccontarci della cultura dell’islam e della propria famiglia.

Il mattino successivo visitiamo l’interessantissima città. Entriamo nel cortile quadrato della Grande Moschea con il suo imponente minareto, il più antico del nord Africa. Al centro del cortile, circondato da portici, una cisterna per la raccolta delle acque piovane, necessarie per le abluzioni prima della preghiera, e una meridiana. Ovviamente è possibile dare solo uno sguardo alla sala di preghiera attraverso la porta aperta: riusciamo a vedere parte della grande sala dal pavimento tutto ricoperto di tappeti, un gran numero di colonne, e, sul fondo, il mirhab. Gironzoliamo poi per le piccole strade della medina. Nei vari souk si lavorano le vesti per gli uomini e per le donne, si ricamano bellissime jellaba, le larghe casacche che solo uomini facoltosi si possono permettere, si tessono teli per coperte e copriletti. E poi il quartiere dove comprano i berberi, i negozietti pieni zeppi di gioielli, l’affollato mercato pieno di merci dove con pochi dinari si comprano verdura, frutta, dolci a base di datteri e miele…

Passiamo davanti alla Moschea delle Tre Porte, una per l’imam, una per le donne e una per gli uomini. Sulla facciata, iscrizioni dal Corano in caratteri arabi e cufici contornano una fascia decorativa. Un po’ più lontano, la splendida Moschea del Barbiere, che prende il nome da uno dei compagni di Maometto, il quale in segno di venerazione portava sempre con sé tre peli della barba del Profeta e fece costruire la moschea, dove è sepolto, che è bellissima. Ha il soffitto dell’ingresso in legno di cedro lavorato, pareti ricoperte da belle ceramiche di Nabeul, sui soffitti splendidi stucchi, uno diverso dall’altro, dalla lavorazione finissima. È d’obbligo poi la visita ad un antico pozzo dove un dromedario con gli occhi bendati fa girare una ruota e tira su l’acqua. Tralasciamo un po’ il concetto di igiene e beviamo dalla tazza comune… Dicono che se si beve l’acqua dicendo “Inshallah (se Dio vuole), poi si ritornerà a Kairouan. Seguiamo volentieri la tradizione. Ultima tappa, la visita ad un centro commerciale dove si vendono i tappeti per la cui lavorazione Kairouan è famosa. Ci lasciamo tentare….

Nel primo pomeriggio lasciamo Kairouan, ancora verso nord. Per un errore, invece della P3 prendiamo la P2 e poi la C132, quindi il percorso si allunga un po’, ma è piacevole procedere nella stretta strada limitata da strisce di terra sabbiosa, in mezzo ad una bella campagna verde coltivata, ondulata e riposante. Ci fermiamo alle imponenti rovine di Thuburbo Majus. Appena arrivati, una lieta sorpresa: uno stormo di cicogne che planano sulle colonne corinzie del Campidoglio della città. Ci dicono che stazionano lì da un mese, in attesa di riprendere il volo verso nord. Quando comincia a far buio, sono bellissime, stagliate contro il cielo e appollaiate così in alto. Le rovine sono molto interessanti. Una guida locale ci porta a visitare i vari siti. Le terme d’estate e d’inverno, la palestra dei Petronio, il tempio di Baal, la basilica cristiana, l’imponente Campidoglio. Lo stato di conservazione è piuttosto precario, ma rimangono resti di tanti bei mosaici in luoghi pubblici e privati, mentre molti reperti sono conservati al Museo del Bardo di Tunisi. Terminiamo la visita rapidamente perché si fa buio. Rientriamo ai camper dopo un ultimo sguardo al suggestivo profilo delle colonne del Campidoglio che, attraverso l’arco del tempio a Caelestis, si stagliano su un cielo che inizia a scurirsi.

Il giorno dopo visitiamo altre due belle ed importanti aree archeologiche, Dougga e Bulla Regia. Dougga è una della meglio conservate tra le città romane della Tunisia. Quando si arriva in vista del sito, si nota subito il maestoso Campidoglio che domina l’abitato. È un bellissimo monumento cui si accede tramite una gradinata. All’interno, sul fondo, il vano che conteneva la colossale statua di Giove. Sul timpano è rappresentato un uomo portato in alto da un’aquila, a simboleggiare il trionfo di Antonino Pio. Più in basso un fregio con dedica agli dei capitolini su belle colonne dai capitelli corinzi. Sotto il Campidoglio, la piazza della Rosa dei Venti, con una grande rosa dei dodici venti incisa sul selciato. Un po’ discosto, il tempio di Saturno dalle colonne corinzie, da cui si gode una bella vista sulla pianura circostante; al di sotto, l’antico santuario fenicio, che si intravede attraverso grandi aperture nel terreno. Piccolo, ma accogliente e in buono stato, il teatro. Più in basso, nella valle sotto il sito, si trova il mausoleo punico, l’unica opera conservata della Tunisia numidico-punica, monumento funerario di un capo numida, risalente al II secolo a.C. Grazie ad un’iscrizione bilingue numidico-punica, oggi conservata al British Museum di Londra, è stato possibile decifrare la scrittura libica dei Numidi, che ancora oggi, in una forma più evoluta, è usata dai tuareg del Sahara.

Da Dougga alla vicina Bulla Regia. Percorriamo la C75, una strada che si snoda in una bellissima campagna, tra campi verdi che si estendono a vista d’occhio, e poi la P6. La nostra guida locale, l’agile Mohammed che, anche se non più giovanissimo, va su e giù per scale e salite con grande facilità, ci mostra la cosa più caratteristica di questa città, le case a due piani, di cui uno, interrato, era abitato nei caldi mesi estivi. Visitiamo le case di famiglie sicuramente facoltose nelle quali, al piano interrato, si trovano cortili interni con colonne corinzie, attorno le camere da letto, i triclini, bei mosaici in quasi tutti gli ambienti. Nella casa di Anfitrite si trovano i mosaici più belli e meglio conservati. Uno rappresenta il volto della dea, l’altro Venere sostenuta da due mostri marini. Visitiamo infine le grandiose terme dai muri poderosi e infine il piccolo teatro con la scena ornata da mosaici.

La costa occidentale e Tunisi

Partiamo alla volta di Tabarka. La P17, stretta e tortuosa, attraversa posti molto belli. Le montagne, quelle della Krumiria, sono ricoperte da fitti boschi di querce. Tabarka è una piccola città di pescatori, dove un tempo era fiorente la pesca del corallo. Oggi vive più che altro di turismo, simile alle nostre cittadine marinare. E noi, che ci accingiamo a visitare Biserta e Tunisi, le nostre ultime tappe, e sentiamo già aria di casa, rimpiangiamo la Tunisia che abbiamo appena lasciato, il deserto che ci ha incantato e tutto quel mondo particolare con cui siamo stati in contatto in questi giorni e il cui ricordo è ancora così vivo.

Il mattino successivo ci svegliamo sotto la pioggia. Facciamo un piccolo giro per Tabarka, visitiamo il piccolo mercato, qualche negozio di artigianato locale, e poi decidiamo di risalire su in montagna, alla cittadina di Ain Draham, che ci è sembrata carina quando siamo passati la sera precedente. Si rivela però deludente, non offre assolutamente niente, se non la posizione, a 1014 metri di altezza, tra i boschi.

Ridiscendiamo in pianura e ci avviamo verso Biserta. Percorriamo la P7 fino a Mateur e poi la P11. La strada è piuttosto disagevole, stretta e dal fondo spesso dissestato. Migliora vicino la città, che ci fa subito una buona impressione, con il suo lungomare ordinato, con fiori e palme. Cerchiamo un posteggio e otteniamo di poter sostare per la notte nel posteggio di un albergo, il Sidi Salem. C’è la possibilità di cenare nello stesso hotel e accettiamo con piacere. La cena è ottima ed anche il servizio. Un complesso musicale di quattro elementi, pianola, chitarra e due tamburi, ci intrattiene con allegre musiche arabe. Molti di noi si lasciano anche coinvolgere in un paio di danze, trascinati da un Ninni Fiorentino scatenato e …corteggiato da un “vivace” avventore tunisino che si esibisce con lui in un languido ballo orientale. Bella serata, piacevole conclusione di un viaggio che volge alla fine. Durante la notte, vento e pioggia. Anche al mattino fa molto freddo e tira un vento fortissimo che rompe vari ombrelli. Usciamo ugualmente a fare un giro della città: vediamo il vecchio porto e un tratto desolato della medina nel silenzio e nel vuoto della domenica.

Partiamo quindi per l’ultima tappa del nostro viaggio. Percorriamo la P8, un po’ disagevole. Ad un tratto, di colpo, vediamo dinanzi a noi, tutta bianca, Tunisi, la capitale della Tunisia. Ci rechiamo subito all’interessantissimo Museo Nazionale del Bardo, ospitato in un grande palazzo che fu dei bey, ricco di pregevoli soffitti e bellissimi stucchi di marmo. Il museo offre un’ampia panoramica sulla preistoria e sulla storia fenicia, romana, cristiana e araba della Tunisia. Contiene la più grande collezione di mosaici romani provenienti dai siti archeologici sparsi in tutto il paese ed è il museo più importante del nord Africa insieme al Museo Egizio del Cairo.

Dopo la visita ci avviamo al posteggio, in Avenue Mohammed V, proprio in centro. Andiamo subito a fare una passeggiata in città. Notiamo il caratteristico Hotel du Lac dalla strana forma di piramide rovesciata. Imbocchiamo la centrale e animata Avenue Bourghiba dove si trovano il teatro statale in stile liberty, l’imponente cattedrale cattolica di San Vincenzo de’ Paoli e, di fronte, l’Ambasciata Francese, sede del Residente Generale ai tempi del protettorato francese sulla Tunisia. Tra questi due simboli del passato coloniale tunisino, la statua del più famoso cittadino della città, Ibn Chaldun, storico e filosofo islamico del Medioevo. Proseguiamo lungo l’Avenue de France, che conduce alla Porta di Francia, l’antica Bab-el-Bahr, attraverso la quale si entra nella medina. Percorriamo la strada principale dei souk, visitiamo la casa del bey, dalla cui terrazza piastrellata si gode una bella vista della medina con i minareti di alcune delle diciassette moschee della città. Nella stessa casa, una curiosità: il letto dorato del bey in stile rococò, un letto a cinque piazze per il signore e le sue quattro mogli!

Il giorno dopo, giriamo ancora un po’ per la città. Bighelloniamo nella medina che è la più grande e forse la più bella tra quelle che abbiamo viste, orientandoci con una cartina nel groviglio di stradine e piazzette, alla ricerca di qualche souvenir per smaltire gli ultimi dinari. Il pomeriggio ci immettiamo nel traffico caotico verso il porto, dove ci aspetta la nostra nave per ricondurci a casa.

Passiamo la notte a bordo in una comoda cabina e, dopo un’ottima traversata, sbarchiamo il mattino successivo al porto di Trapani. Di nuovo lunghe formalità doganali e partenza per Palermo. Irrinunciabile la piacevole sosta a Dattilo, dove gustiamo gli ottimi cannoli e brindiamo a Giulia e Elio che festeggiano il loro anniversario di matrimonio. Concludiamo così degnamente il nostro viaggio, con un momento di allegria che spazza un po’ la tristezza della conclusione di questi bellissimi giorni. Dopo gli ultimi arrivederci prendiamo, questa volta definitivamente, la via di casa. Con una promessa: torneremo.

Inshallah!

Anna Maria Carabillò Triolo
(2001)