La Polonia vista da noi

Tra Slesia e Piccola Polonia, alla scoperta della storia e della cultura di un popolo che ha raggiunto grandi traguardi ma che è stato segnato anche da grandi tragedie.

 

Cracovia, il cortile del Castello

Dopo alcuni giorni di viaggio, giungiamo alla frontiera fra Repubblica Ceca e Polonia. Memori di ben altri tempi, ci aspettavamo chissà quali difficoltà e lunghe code per superarla e, invece, basta presentare dal finestrino del camper i passaporti, e via… ci troviamo pochi minuti dopo in terra polacca. Anche qui ormai siamo vicini all’Europa senza frontiere! La nostra direzione è verso Cracovia, ma non possiamo fare a meno di fare una deviazione per raggiungere intanto Oswiecim.

Il nome di questa piccola cittadina industriale a pochi chilometri dall’ex capitale del Regno di Polonia potrebbe sembrare quello di una qualunque anonima località più o meno turistica, se non suonasse in ben altro modo nella vecchia denominazione tedesca di AUSCHWITZ. Sì, proprio la località dove si estendeva il più grande campo di sterminio nazista. Quasi 5 milioni di poveri sfortunati furono eliminati senza alcuna pietà, soltanto colpevoli di appartenere ad una certa razza o colore politico. “ARBEIT MACHT FREI“, che significa “il lavoro rende liberi”, è la grande insegna in caratteri gotici posta al di sopra del cancello d’ingresso del campo. E’ una macabra ironia, con cui venivano accolti coloro che erano destinati a non uscire più, né liberi, né vivi.

Ci aggiriamo sbigottiti per le vie dove ancora sorgono le baracche in cui furono rinchiusi le vittime dello stermino. Il campo è suddiviso in blocchi, in ciascuno dei quali era svolta una funzione ben precisa, come ad esempio il n. 10, dove erano compiuti esperimenti di laboratorio di sterilizzazione di uomini e donne, oppure il blocco n. 11 o blocco della morte, dove i prigionieri erano avviati inconsapevoli alle camere a gas. Tutto nel campo era una cinica finzione. Le vittime vi entravano con la promessa di essere destinati ad altro luogo, dove sarebbe stato loro assegnato una terra nella quale potevano vivere liberi. I poveri infelici portavano, quindi, con sé le cose essenziali per rifarsi una vita nuova, inconsapevoli del tragico epilogo. Tali oggetti sono ora ammucchiati in enormi vetrine allestite dentro i blocchi, come ad esempio 70 tonnellate di capelli ammassati nel n. 4, oppure apparecchi ortopedici e migliaia di occhiali, di spazzole, di scarpe nel n. 5. Uno spettacolo straziante, che lascia veramente sbigottiti. Vorremo tagliare il giro, ma, senza ombra di retorica, nel contempo ci rendiamo conto che la tragedia vissuta in questi luoghi meriti altrettanto la nostra attenzione e non un semplice oblio. Le tante persone che si aggirano qui con noi non sono semplici turisti, ma sono venuti per rendere la loro testimonianza ad una delle più assurde pagine della storia dell’Umanità. E la storia, si sa, non cancella le azioni degli uomini.

Da Auschwitz facciamo una veloce puntata su Auschwitz II (Birkenau), a circa due chilometri. Anche qui baracche di legno perfettamente allineate ed un grande silenzio, nonostante la presenza di tanti visitatori. Attraverso il grande portone principale si vede il binario della morte, dove entrava il treno carico di persone, che venivano in loco sottoposte ad una prima selezione, in pratica il loro destino di sopravvivere o no di qualche giorno ancora. Sembrerebbe trattarsi della costruzione scenografica di un set per la realizzazione di un film, con quel binario solitario che si allunga e si perde lontano, se non sapessimo che la realtà è stata ben diversa. Ancora abbiamo davanti agli occhi le lunghe pareti dei corridoi dentro i blocchi, che abbiamo visitato, lungo le quali si trovano allineate migliaia di fotografie di internati, risalenti ai primi anni del campo, quando il loro numero era ancora tanto basso da permettere un’accurata documentazione di chi entrava. Siamo rimasti impressionati dai loro sguardi allucinati, dai loro occhi sgranati, nei quali si legge chiaramente lo sgomento della paura. Qualche fiore posato su una fotografia testimonia il patetico ricordo di un parente o amico sopravvissuto all’immane tragedia.

Il sole si avvia al tramonto, quando finalmente torniamo a rinfrancarci lo spirito rimettendoci in direzione di CRACOVIA. Lungo i pochi chilometri che ci separano dalla città riacquistiamo finalmente il sorriso e la spensieratezza, per qualche ora perduti. Ci fermiamo al Camping Smok N.46, a soli 3 chilometri dal centro. Il campeggio si svolge su un prato verdissimo, libero e pianeggiante, senza delimitazione di piazzole. Sembra quasi di sostare in aperta campagna, tanto più che attorno a noi si trovano soltanto tre camper.

Cracovia, la piazza e il mercato Rynek Glòwny

Quando chiediamo con quali mezzi possiamo raggiungere il centro, la proprietaria, molto disponibile e gentile, ci suggerisce di prendere un taxi: il suo costo, per la nostra famiglia composta di quattro persone, equivale praticamente a quello del biglietto del bus, anzi dei bus, che avremmo dovuto prendere. Accettiamo il consiglio. Con precisione cronometrica sui tempi di attesa annunziati, il taxi ci preleva all’uscita del campeggio ed in pochi minuti ci porta al Rynek Glówny, il mercato centrale, che rappresenta il cuore della città. Si tratta di una delle piazze medievali più grandi d’Europa, tanto estesa che è difficile comprenderla nel suo insieme con un solo colpo d’occhio. Il nucleo principale della piazza è rappresentato dal Sukiennice, il mercato dei tessuti, edificio gotico in mattoni del ‘300 che si erge maestoso al centro della piazza.

Esso oggi ospita un grandissimo bazar, pieno di negozi e negozietti dove si vende di tutto, articoli di legno, cristallerie, icone, gioielli, chincaglierie di ogni genere. Ovunque è uno sfavillare di luci e di colori, con tanta gente che si accalca per acquistare. Anche noi ci lasciamo contagiare, tanto che alla fine usciamo alla luce del sole con tutte le mani occupate da sacchi di plastica scura contenenti i nostri souvenir. Non ci resta che fare una capatina al campeggio per depositare gli acquisti (il costo del taxi ci permette di concederci questo lusso!).

Riprendiamo il giro della piazza. Passiamo davanti la trecentesca Torre del Municipio, unico resto del municipio abbattuto nel 1820, la chiesa di Sant’Adalberto, costruzione romanica dei secoli XI e XII, rimaneggiata in forme barocche nel settecento, e poi la maestosa chiesa gotica dedicata a Maria (Kosciól Mariacki). Ma soprattutto ci attardiamo a girovagare per le innumerevoli bancarelle sparse nella piazza, quasi ci trovassimo in un altro bazar all’aperto. Un po’ a sé stante, vicino ad una carrozza d’epoca, dove si trova allestito un piccolo ufficio postale, ci lasciamo attirare da una costruzione di legno circolare, in cui alcuni giovani espongono in enormi padelle pietanze caratteristiche, preparate al momento. Gustiamo un piatto a base di maiale e crauti, accompagnato da patatine fritte, tanto prelibato da farci tornare al bis.

La piazza brulica di vita. Un vasto palco, allestito a ridosso del mercato coperto, ospita canti e balletti di complessi folcloristici di varia provenienza, ma ovunque si sente musica classica, improvvisata da giovani, probabilmente studenti, che cercano di trovare nel contributo dei passanti la possibilità di mantenersi agli studi. La musica ci segue anche nelle ampie vie che si irradiano dalla grande piazza, costeggiata da eleganti palazzi dell’epoca, alcuni già restaurati, altri ancora da restaurare. In particolare ci ha affascinato una fisarmonica, suonata dalle magiche mani di un ragazzo dal talento straordinario. Interi brani di opera verdiana o di sinfonie beethoveniane si alzavano da quello strumento. Chiudendo gli occhi avevamo l’impressione di trovarci davanti un’intera orchestra.

Riserviamo il giorno successivo alla visita del Castello. Fu costruito nel sec. XIV da Casimiro III il Grande sulla collina di Wawel, fortificata fin da epoca protostorica. Dopo avere atteso pazientemente lungo una coda interminabile davanti la cassa, finalmente entriamo nell’ampia corte dell’edificio.

È un cortile d’onore di puro stile toscano; due ordini di loggiati, che poggiano su sottilissime colonne e che girano su tre lati, conferiscono all’austera struttura un senso di leggerezza e di eleganza prettamente rinascimentali. Il castello è così grande che soltanto una parte è visitabile. Le stanze rappresentano un vero museo, ricco di opere d’arte, opera di artisti e artigiani di tutta Europa. Particolarmente suggestiva si è rivelata la grande Sala degli Ambasciatori, con il caratteristico soffitto a cassettoni ornati da testine scolpite ed i bellissimi arazzi, eseguiti nel XVI secolo a Bruxelles, considerati insieme a quelli della Cattedrale i più preziosi del mondo. Altre stanze degne di nota sono la Sala degli Uccelli, con un grande camino in marmi pregiati e rivestimenti alle pareti in cuoio di Cordoba. Nelle sale al pianterreno (un tempo adibiti a prigioni) visitiamo una ricca collezione di armi ed armature ed il tesoro della Corona. Il pezzo più famoso è lo Szczerbiec, una spada del sec. XIII, simbolo della giustizia, adibita per l’incoronazione dei re di Polonia.

Dopo il Castello passiamo alla Cattedrale, intitolata a San Venceslao. E’ il maggior monumento di Cracovia e la maggior chiesa gotica della Polonia. Qui sono stati incoronati tutti i re polacchi. All’interno, a tre navate, sono esposti i preziosi arazzi di Bruxelles, con storie di San Giuseppe. Cercando di non disturbare il raccoglimento delle tante persone immerse nella preghiera, giriamo lungo le navate, passando in rassegna le diciannove cappelle, che vi sono allineate, ricche di pitture, di sculture e di sarcofagi di antiche personalità che hanno fatto la storia antica del Paese.

L’indomani ci immettiamo nella statale n. 4 (E22) ancora in direzione est. A 12 chilometri da Cracovia si trova WIELICZKA, la storica città del sale. E’ la più antica miniera di salgemma d’Europa, sfruttata fin dal 1044, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Formata su nove livelli, essa arriva ad una profondità di 327 metri e sviluppa 300 km di gallerie. La visita si svolge al terzo livello, scendendo lungo una ripida scala in legno di 53 piani, e si compie lungo un tragitto di 3 km. Secondo la leggenda la scoperta della miniera si deve a Santa Kinga, figlia di Bela IV, re d’Ungheria. In occasione delle nozze con il principe polacco Boleslaw il Timido ella ricevette in dote una delle miniere di salgemma di Maramorosz. In uno dei pozzi di quella miniera Kinga gettò il suo anello di fidanzamento. Allorquando, lungo la via per Cracovia, il corteo del principe fece tappa a Wieliczka, ella diede ordine di scavare un pozzo. Invece di trovare acqua fu trovato del sale e nel primo cristallo estratto fu rinvenuto l’anello di fidanzamento. Kinga, salita agli onori dell’altare, divenne la patrona dei minatori di sale, la cui venerazione è testimoniata dalle numerose statue e raffigurazioni che la ritraggono.

La KOPALNIA SOLI è la storia di sette secoli di difficile lavoro di una microsocietà, che si venne a formare intorno al primo impianto minerario industriale d’Europa. La pericolosità del lavoro spingeva i minatori ad una religiosità ancor maggiore di quella manifestata in altri ambienti sociali. All’interno della miniera furono costruite cappelle sotterranee, dove celebrare i culti sacri. Quando nel 1697 una di queste cappelle andò in fiamme, fu proibito di adornarle con statue e arredi infiammabili. Da questo divieto scaturì la tradizione di queste originali sculture e le statue di sale furono forgiate dagli stessi minatori. La più importante di queste cappelle è sicuramente la bellissima cappella di Santa Kinga, vera cattedrale di sale scavata alla profondità di 101 m sotto la superficie terrestre. Le pareti sono adornate da bassorilievi scavati nel sale, vere opere artistiche dal forte tono emotivo, come la sentenza di Erode oppure la strage degli innocenti, o il presepe di Betlemme, oppure ancora il cenacolo, copia dell’affresco di Leonardo da Vinci.

Sculture di sale all’interno della Kopalnia Soli

Il giro, guidato da una simpatica ragazza che parla perfettamente la nostra lingua, si snoda per strette gallerie lungo numerose cappelle, come quella di Sant’Antonio o della Santa Croce, e caverne, dove i minatori hanno scolpito nel minerale momenti della loro storia, come quella dei penitenti, cioè dei minatori addetti ad eliminare il pericolosissimo metano, oppure quella della Grande Leggenda, che rappresenta il momento in cui venne ritrovato l’anello di Kinga, oppure ancora quella dei nanetti, che aiutano i minatori nel faticoso lavoro, o quella del Tesoriere della miniera, che veglia sulla sicurezza dei minatori e avverte degli imminenti pericoli.

Esaurita la visita con una giro nell’interessante museo attiguo, dedicato allo sfruttamento della miniera, riprendiamo il cammino. Prossima tappa: ZAKOPANE. Ci fermiamo al Camping n.97, Pod Krokwia, proprio a ridosso degli impianti sportivi di risalita, che fanno di Zakopane la maggiore stazione climatica e di sport invernali di tutta la Polonia. Il freddo è notevole ed il tempo non promette nulla di buono. Praticamente passiamo l’intera serata rintanati nel calore del camper.

Zakopane

Le cose non cambiano al nuovo giorno. Pur se la pioggia battente non ci impedisce una breve visita degli impianti e delle caratteristiche casette in legno, alcune molto antiche e riccamente intarsiate, dobbiamo rinunciare al progetto di effettuare una escursione a ridosso dei monti Tatra tra boschi e laghetti, come avevamo visto nelle foto dei depliant turistici, che ci avevano tanto affascinato da farci spingere fin quaggiù.

Ritorniamo indietro per la stressa strada nell’incalzare del maltempo, che fortunatamente si esaurisce quando arriviamo a LANCUT. Ci rendiamo subito conto che non è facile trovare un posto adatto al pernottamento. Data l’ora tarda cominciamo a nutrire qualche preoccupazione, ma anche questa volta la presenza di un posto di polizia si rivela veramente provvidenziale. Interpelliamo i poliziotti di guardia, che si mettono in contatto telefonico con una loro dirigente, la quale, molto disponibile e cortese, ci permette di sostare per una notte nella piazza a poca distanza dalla loro sede.

Quando ci affacciamo al nuovo giorno, notiamo con piacere che è una giornata splendente. Ci avviamo così di buona lena verso il castello, che ha reso famosa la piccola cittadina. Costruito fra gli anni 1629-41 su progetto di Marciej Trapola dalla potente famiglia Lubomirski, esso fu continuamente rimaneggiato nel corso della sua storia, fino agli anni 1795-1807, quando divenne proprietà dello scrittore ed esploratore Jan Potocki. Questa famiglia mantenne la proprietà del castello fino al 1944, quando venne requisito dallo Stato, non prima di avere portato all’estero le inestimabili raccolte d’arte in esso custodite. Cominciamo ad aggirarci seguendo un giro guidato (purtroppo in lingua ceca) attraverso le più belle delle trecento stanze, che compongono l’edificio. Sono ambienti molto austeri, arredati con mobili del settecento e ottocento e con numerose opere di vario genere, quadri, sculture, porcellane, vetri, arazzi, armature ed armi. Tra le sale più significative: la grande sala da ballo, in stile classico, su due piani; la galleria con un affresco illusionistico che rappresenta una pergola, contenente originali e copie di antiche opere romane; gli appartamenti privati; il teatro. In un grande padiglione adiacente è allestita un’interessantissima mostra di carrozze e slitte da neve del secolo XIX. Ovunque sono, poi, esposti trofei di caccia e fotografie che raffigurano i signori del castello, orgogliosamente immortalati nel loro hobby esclusivo di caccia grossa in Africa. L’impressione che riceviamo dall’insieme della visita è quello di una famiglia particolarmente ricca e potente, dedita all’arte e agli svaghi, il cui destino è stato all’improvviso interrotto dal corso della storia. Ritornati fuori al termine della visita, ci aggiriamo per un po’ lungo l’ampio parco, che circonda da ogni lato il castello. Finalmente raggiungiamo il nostro camper, per fare un altro passo avanti nel nostro itinerario.

Ritorniamo sui nostri passi e, oltrepassata Rzeszów, prendiamo la strada n. 9 verso nord. E’ in programma di fare una breve deviazione su BARANÓW SANDOMIERSKIM, piccolo borgo sulla riva destra della Vistola. Qui si trova il magnifico Palac Leszczynsky, dimora patrizia eretta da Rafal Leszczynsky su progetto di Santi Gucci tra la fine del cinquecento e l’inizio del seicento. L’aspetto esteriore è maestoso, a pianta rettangolare con torri cilindriche agli angoli. Leggiadri frontoni rinascimentali ingentiliscono la severa struttura, conferendo più l’immagine di una grande dimora residenziale che quella del castello fortificato. Purtroppo l’interno non è visitabile a causa di una conferenza in pieno svolgimento. Ci viene solo concesso di restare nella leggiadra corte interna, da cui una doppia scala bianca, riccamente intarsiata, sale con un’ampia voluta al piano superiore.

Ritorniamo sulla via maestra e prendiamo la strada n. 723 verso la meta principale della giornata: SANDOMIERZ. Arrivati verso le 19.00, ci sistemiamo in un comodo parcheggio, che si trova all’inizio della cittadina, nella parte bassa. Ci sembra un posto molto tranquillo, per cui decidiamo di rimanere anche per il pernottamento. Facciamo subito un breve giro nel centro storico. La Rynek, la vasta piazza del mercato, è a pianta quasi quadrata, circondata da antiche case in stile barocco. La più bella è la settecentesca Kamienica Olesnickich (casa Olesnickich), che si trova al n. 10. Costruita su arcate con facciata barocca, è collegata mediante un passaggio sotterraneo al Ratusz, il municipio che sorge isolato al centro della piazza. Costruito in forme gotiche da Casimiro III il Grande a metà del sec. XIV, nel 1623 è stato sopraelevato in stile rinascimentale con un coronamento di arcate cieche in cotto ed una merlatura fantasiosa. La bianca torre, quadrata nella base ed ottagonale nella parte alta, risale a metà del sec. XVII. Le due costruzioni, il municipio e la casa ad esso collegata, oggi sono adibiti a Museo. Nonostante siamo ormai all’imbrunire ci sentiamo spinti ad andare ancora avanti, girovagando per le piccole strade quasi deserte fino ad arrivare al castello, austero edificio bianco isolato su un colle. L’impressione che riceviamo in questo giro fugace ci fa capire che l’indomani avremo tanto da vedere! Città monumentale sulla riva sinistra della Vistola, Sandomierz merita pienamente il titolo di città più bella della Polonia dopo Cracovia, come era già considerata nel sec. XVI. Al mattino ripercorriamo praticamente lo stesso tragitto fatto la sera prima. A sud del Rynek imbocchiamo la ulica Mariacka, che porta alla splendida cattedrale della Natività di Maria.

Costruita in forme romaniche nel 1191, fu rifatta in stile gotico nel trecento per volere di re Casimiro il Grande. Dopo lo scempio subito a seguito dell’invasione svedese nel 1656, venne ricostruita nel 1670 ed in tale occasione arricchita della facciata barocca. L’interno è a tre navate con volte a croce, ornate in maniera poco opportuna con gli stemmi delle province polacche. Il coro è affrescato con storie di vita di Maria e di Cristo. Disseminate di qua e di là vediamo delle splendide icone, quasi tutte raffiguranti la Madonna, alcune oggetto particolare di culto da parte dei fedeli. Fra esse ne ammiriamo in particolare una interamente ricoperta d’oro, la cui immagine era di una delicatezza d’espressione e di lineamenti così incantevole, da rimanere letteralmente in estasi. Nonostante il solito divieto siamo troppo tentati da scattare di nascosto una fotografia, ma l’intimo raccoglimento delle persone in preghiera ci fa desistere, seppure a malincuore.

Il giro della città procede più avanti, dall’interessante Museo Diocesano, accanto all’antico collegio gesuitico del sec. XVII, al Castello, costruito da re Casimiro nel trecento, distrutto dagli svedesi, poi adibito a carcere in epoca asburgica ed oggi sede del Muzeum Okregowe, museo distrettuale. Allunghiamo infine il passo fino ad arrivare su una piccola collina, sulla quale sorge la bella chiesa tardo-gotica di S. Giacomo, appartenuta all’ordine dei Domenicani, costruita nel 1226 in forma basilicale in mattoni con decorazioni in ceramica.

Riprendiamo il cammino per strade interne di piccola comunicazione, ma che comunque sono perfettamente percorribili anche col camper. La strada è lunga per arrivare a ZAMOSC, nuova tappa del nostro giro. Situata sul fiume Labunka, a poche decine di chilometri dal confine con l’Ucraina, Zamosc rappresenta un raro esemplare di città rinascimentale rimasta pressoché intatta. La struttura, che trova il suo cuore nella tipica piazza del mercato grande (Rybek Wielki), è praticamente rimasta inalterata dai tempi in cui il gran cancelliere Jan Zamoyski, feudatario della zona, diede incarico al padovano Bernardo Morando di costruire la città “secondo il modello italiano”, così come si legge in una clausola del contratto. I portici erano un elemento insostituibile delle piazze italiane, sia per offrire riparo ai viandanti dalla calura del sole o dalla pioggia, sia per motivi architettonici. La medesima impronta troviamo qui a Zamosc, nonostante il passare del tempo ne abbia in parte modificato l’essenza. Alla semplice linearità del modello italiano qui troviamo l’introduzione di uno stile decorativo orientale, ricco e fantasioso, che si manifesta nei pomposi portali barocchi lungo i portici oppure nelle ampie fasce di frange o di ampie decorazioni in stucco lungo le facciate. E’ l’impronta indelebile lasciata da una ricca borghesia armena, operante nel XVII secolo.

La piazza e il municipio di Zamosc

Sulla piazza, dalle proporzioni ideali di cento metri per cento, domina l’imponente mole del Municipio (Ratusz), costruito dal Morando tra il 1591 ed il 1600, e successivamente ampliato con la torre (1639-1651) e la doppia scalinata d’accesso (1768). A differenza degli altri analoghi edifici dell’epoca, il municipio di Zamosc non fu costruito al centro della piazza, ma allineato alle altre case borghesi. Secondo la tradizione questa scelta fu determinata non tanto da motivi di natura estetica ed architettonica, ma dalla volontà del Signore, Jan Zamoyski, il quale non gradiva che il palazzo Municipale sovrastasse la sua residenza, che si trovava in prossimità della piazza. Il progredire degli abbellimenti apportati alla struttura nel corso della sua storia fece sì che il Municipio di Zamosc sia diventato uno dei più belli e famosi palazzi municipali della Polonia.

Lasciamo la piazza ed iniziamo un lungo giro per le tranquille vie della città. Cominciamo con l’Arsenale, un edificio lungo e basso dalla linea architettonica semplice e lineare, da poco restaurato. Originariamente deposito di armi, la struttura, una delle più antiche della città, ospitò, vero museo dell’epoca, i cimeli ed i pezzi di artiglieria trofei delle vittorie, fino a che la ricca collezione andò dispersa ai tempi della spartizione della Polonia. Oggi è stato ripristinato un interessante museo militare. Proseguiamo con la Collegiata della Resurrezione e di San Tommaso, oggi cattedrale, capolavoro tardo-rinascimentale del Morando, dove si trova la tomba del fondatore della città, e dove si trovano autentiche opere d’arte. Una particolare attenzione merita una splendida icona tempestata di gemme e sull’altare maggiore lo sfarzoso tabernacolo rococò interamente realizzato in argento, una delle opere più significative dell’arte orafa polacca dell’ottocento.

Lasciata Zamosc, proseguiamo a nord, lungo la 17, verso LUBLINO (Lublin). Città antichissima e ricca di storia, è stata travagliata per la sua posizione strategica da numerose devastanti invasioni. Era nostra intenzione fermarci e pernottare qui, ma una profonda delusione ci ha spinti a cambiare programma. Innanzitutto perché il castello ci viene interdetto (anche dall’esterno e, in verità, senza tanta cortesia!) per i preparativi di una prossima manifestazione musicale, ma soprattutto per lo stato di abbandono del centro storico. Camminando lungo le strade che portano nel cuore antico della città, verso la cattedrale, vediamo palazzi che a stento lasciano trasparire il loro antico splendore dalle facciate sfregiate e malconce. Nonostante si abbia sentore che qualcosa si stia cominciando a fare, tanto che ampi cantieri di restauro già si vedono avviati, il senso di degrado è tanto forte da spingerci ad effettuare il tragitto sì con la dovuta attenzione, ma con la spinta di andare avanti, verso qualcosa di più ameno.

Forziamo così l’andatura e, nonostante ci troviamo nel tardo pomeriggio, ci inoltriamo verso la prossima meta: KAZIMIERZ DOLNY. E’ in questa occasione che ci rendiamo conto che anche noi abbiamo un santo in paradiso, che ci protegge. All’improvviso, infatti, e in pieno buio ormai ci troviamo davanti al sottopassaggio di un ponte ferroviario in ferro che ci sbarra la strada con il suo cartello di 2,60 m di altezza. Un momento di panico: che fare? tornare indietro? e per dove? cambiare programma? Un “angelo” spunta dal nulla: una macchina si ferma davanti a noi ed esce l’angelo salvatore, il quale si offre da farci da battistrada e guidarci lungo la deviazione (non segnalata). Seguiamo il giovane biondino per un lungo tortuoso tragitto in aperta campagna per diversi chilometri, tanto da temere quasi una fregatura, fino a che ci ritroviamo all’innesto della strada maestra. Rinfrancati dal provvidenziale soccorso, arriviamo finalmente a Kazimierz Dolny.

Entriamo in un parcheggio situato proprio lungo la riva della Vistola, giusto in tempo per assistere al mistico panorama del tramonto lungo l’orizzonte del largo fiume. Nonostante il posto sia completamente isolato e si trovi a qualche chilometro dal centro abitato, passiamo lì la notte soli, ma in assoluta tranquillità. L’indomani mattina è piacevole uscire dal calore del camper ed essere avvolti da una fresca brezza, quasi marina. Ci spostiamo ad un altro parcheggio vicino al paese e ci avviamo pieni di entusiasmo alla scoperta della nuova meta.

Nonostante le devastazioni dell’ultima guerra, quando fu annientata la comunità ebraica, il paese è stato ricostruito, riacquistando il suo aspetto originario. La piazza del mercato è veramente un colpo d’occhio, che lascia letteralmente stupiti. Si prova subito una sensazione stranissima, difficile da descrivere: non ci troviamo nella solita piazza riccamente circondata da eleganti edifici, ma sembra che il tempo qui si sia fermato di qualche secolo. Ovunque, lungo i portici e al centro della piazza è un formicolio di attività, un disordinato agglomerato di bancarelle, che espongono di tutto, dai manufatti ai prodotti della terra, latte imbottigliato alla buona ed esposto lì per terra, uova dalle dimensioni inusuali, formaggi, ortaggi e tanto altro. Sembra che nulla sia fatto per il raro turista, se non per piccole ingenue composizioni portafortuna a base di aglio o le caratteristiche brioches a forma di gallo, che di tanto in tanto si scoprono tra le bancarelle, o per la presenza di qualche negozio più “sofisticato”. La naturalezza antica del posto quasi ci commuove, tanto che tardiamo ad ammirare il vero aspetto della piazza, ciò che ne fa un gioiello di inestimabile valore. Una lunga fila di case rinascimentali, alcune delle quali molto vetuste, coronano su tre lati la piccola piazza. Si tratta di una lunga esposizione di facciate riccamente ornate di stucchi, con decorazioni e nicchie ove sono alloggiate statue di santi, e con frontoni fantasiosi, che conferiscono loro leggiadria e slancio. Lungo il lato aperto della piazza sorge leggermente sopraelevata la parrocchiale dei Santi Giovanni Battista e Bartolomeo, capolavoro del cosiddetto “rinascimento di Lublino”, eretto tra il cinquecento ed il seicento. L’interno, a tre navate, è particolarmente maestoso, ricco di stucchi e di decorazioni manieristiche. Una nota particolare merita l’organo (1607-1620), il più antico di tutta la Polonia.

Quando torniamo al camper, ci sembra di essere usciti da una macchina del tempo e di essere tornati ai giorni nostri. Ci mettiamo in movimento verso la prossima tappa: CZESTOCHOWA. Arriviamo sul finire della sera. Il tempo è un po’ freddo e di tanto in tanto piove. Chiudiamo la giornata nel confortevole campeggio Olenka, che si trova proprio alle spalle della Basilica, a poche centinaia di metri. Centro religioso di primaria importanza, sintesi di due borghi antichi, Czestochowa e Czestochówka, separati da una strada che oggi è il viale principale della città, essa deve la sua fama mondiale al complesso fortificato di JASNA GORA. La sua storia risale al 1382, allorché il re Luigi I d’Anjou il Grande chiese al duca Wladyslaw di Opole di fondare sul colle un monastero per la comunità di monaci Paolini cacciati dall’Ungheria. Ad essi egli stesso fece dono della celebre icona. Ben presto la fama dell’immagine sacra e dei miracoli ad essa legata fecero diventare il sito un punto di affluenza di innumerevoli pellegrini, luogo quindi di grande devozione, ma anche custodia di ex-voto di inestimabile valore.

Questa realtà naturalmente divenne attrazione di numerose razzie e saccheggi, come quella inferta dagli Ussiti nel 1430. Fu appunto in quell’occasione che avvenne lo scempio sacrilego: l’icona rimase prima sfregiata a colpi di sciabola, poi rovinò a terra spezzandosi in tre pezzi. Fu avviato un pronto restauro presso la corte del re di Polonia Ladislao II Jagellone, ma l’impresa risultò più ardua del previsto, dato la differenza di tecnica pittorica adottata tra la pittura originale (tecnica dell’encausto) e la sovrapposizione dei colori a tempera nei punti danneggiati. Probabilmente si adottò un rimedio radicale, quello cioè di sostituire i colori originali con una copia il più fedele possibile. A ricordo perenne dell’offesa subita fu lasciato sul volto della vergine il segno dei colpi di sciabola, che l’avevano sfigurato. Questo episodio ed i successivi assalti subiti indussero due re polacchi della dinastia dei Vasa, Sigismondo III e Ladislao IV, a cingere il complesso con possenti bastioni.

Jasna Gora

Il santuario-fortezza è passato indenne dalle difficile prove con le quali si è dovuto cimentare, segnate dalle alterne vicende della storia di tutta la Polonia, permettendoci così di conservare ed ammirare il suo più grande tesoro, il quadro miracoloso della Madonna. Dipinto su una tavola di legno dalle dimensioni di 121,7 x 81,5 cm, raffigura la Vergine Maria che regge in braccio il Bambino Gesù. L’aspetto dei due volti è serio, quasi assente, di carnagione scura, per cui la Vergine di Jasna Góra è nota a tutti come la “Madonna Nera”. Custodita in una cappella a sé stante, l’immagine è offerta alla devozione dei fedeli. Anche noi cerchiamo di portarci davanti la massiccia cancellata che chiude la piccola abside, dove essa si trova. Si rivela un’impresa ardua ed estenuante, tra spinte e soste in precario equilibrio, stipati fra corpi che premono, come in una smania collettiva di andar sempre più avanti. E finalmente ecco che appare davanti a noi, splendida di ori e di luci, isolata sull’altare, tra insegne regali ed ex-voto, ricoperta della Veste di brillanti e con le corone donate da Papa Pio X nel 1910. Sembra così lontana, irraggiungibile dietro la grata di ferro, eppure emana un fascino misterioso che penetra dentro di noi e ci sublima, come fossimo attratti da quel volto enigmatico e soprattutto da quello sguardo profondo. Ci dimentichiamo quasi di trovarci in mezzo a tanta gente, né sentiamo più il ronzio dei loro bisbigli o la pressione sempre più incalzante sulle nostre spalle. E’ un istante di filo diretto tra la nostra mente e la mistica radiazione che si espande dal quell’immagine silenziosa. E’ veramente un istante, che dura troppo poco, inesorabilmente allontanati dalla calca che preme, ma ha lasciato dentro di noi un turbamento ed un senso di pace così intensi, che probabilmente avrebbero toccato il cuore anche di chi, non credente, si fosse trovato in quel momento al posto nostro.

Passiamo la giornata a girare dentro il complesso sacro, senza stancarci. Ritorniamo ripetutamente nella cappella della Natività di Maria, dove si trova la preziosa icona. Non ci sembra vero di potere ritornare ad ammirarla con più calma, senza la confusione assordante della mattina. Immaginiamo il quadro rivestito delle numerose Vesti, realizzate fin dal sec. XVII, cucendo su velluto i numerosi gioielli e pietre preziose portati in dono. Rimangono oggi la Veste di Diamanti, quella di Rubini, quella di Corallo e Perle, con cui veniva vestito a rotazione il quadro, usanza che perdura tuttora. Entriamo ancora nella bella basilica gotica della SS. Croce, a tre navate, resa barocca dopo l’incendio subito nel 1690 ed ornata di stucchi e marmi. All’imbrunire lasciamo la collina e scendiamo a fare una breve passeggiata lungo il viale centrale della città fino allo scarno Municipio risalente al XVII sec., oggi adibito a Museo.

L’indomani riprendiamo il cammino verso l’ultima tappa in terra polacca. La mole maestosa della torre, che sovrasta Jasna Góra, si staglia alle nostre spalle, sovrastante ed isolata, come se volesse invitarci a non dimenticare ciò che quel luogo sacro rappresenta. Giungiamo a WROCLAW nel tardo pomeriggio, fermandoci nel centrale camping Olimpijski, che si trova dentro lo stadio. Nonostante il tempo sia un poco uggioso decidiamo egualmente di fare un giro preliminare al centro, prendendo il vicino tram n. 9.

Terza città della Polonia per numero di abitanti, Wroclaw, per noi Breslavia, è un centro ricco di storia, arte e industrie. Le sue vie si rivelano subito animate e piene di vetrine. Seguendo il lento caracollare della tranvia vediamo lentamente mutare il paesaggio circostante e passare gradatamente dalla periferia anonima e quasi tutta eguale a zone più “classiche”, dove si cominciano a notare i primi palazzi ottocenteschi. Proseguendo a piedi ci avviamo verso il cuore della città, Stare Misto, la città vecchia. Ricostruita dopo le distruzioni subite nell’ultima guerra, la grande piazza ha riassunto il suo aspetto tipico di città polacca, tra edifici che vanno dal gotico al barocco ed altri moderni imposti dalle necessità postbelliche. Ci ritiriamo ormai all’imbrunire con l’intento di ritornare l’indomani per effettuare il tragitto con l’attenzione che i posti, ora visti di sfuggita, sicuramente meritano.

Il giro diurno ha inizio con la chiesa di Santa Maria sulla sabbia, la più importante della piccola isola che si trova al centro dell’Odra, il fiume che attraversa la città. Rifatto totalmente in stile gotico fra il 1334 ed il 1390, l’edifico risale ai primi del dodicesimo secolo. L’interno è a tre lunghe navate con alte volte crociate, le cui chiave di volta sono istoriate. Attraversato il piccolo ponte che collega alla terraferma, incontriamo la piccola chiesa dei Santi Pietro e Paolo, anch’essa gotica, del secolo XV. Poco più distante si erge la mole monumentale della Cattedrale di San Giovanni Battista. Costruita dopo l’anno mille, parzialmente distrutta dai Tatari nel 1241 e riedificata in forme gotiche tra il 1244 ed il 1419, venne di nuovo distrutta durante l’ultima guerra, quando, trasformata in deposito di munizioni, fu demolita quasi del 70%. Ricostruita nell’immediato dopoguerra, porta ancora i segni tangibile dei danni subiti, come cicatrici indelebili di ferite profonde.

La piazza del mercato (Rynek) è anche qui, come in tutte le città della Polonia, il cuore della città. Le case cha la circondano sono per la maggior parte ricostruite, dopo i gravi danni subiti dalla città durante l’ultimo guerra. Anche il Municipio (Ratusz) è stato ricostruito in parte. E’ un edificio di una bellezza ed armonia di forme straordinarie e rappresenta un vero capolavoro dell’architettura gotica. La parte più preziosa è la facciata est, ingentilita da finestre crociate e bifore, dal piccolo coro sporgente della cappella interna e dalle tante sculture antropomorfe che spuntano dalle finestre. Al centro della facciata si trova l’orologio astronomico, che risale al 1580.

Giunti quasi a sera, un po’ immalinconiti dal fatto che l’indomani avremmo lasciato la Polonia, decidiamo di cenare in uno dei numerosi ristoranti tipici, che circondano la grande piazza. Pur se nell’aria aleggia un freddo un po’ pungente, scegliamo di metterci all’aperto. Vogliamo gustare il sapore dei piatti locali: una gustosa zuppa calda, trota con patate alla griglia, scaloppine alla bavarese, il tutto innaffiato da un buon vino rosso. Alla fine, data l’ora tarda, preferiamo rientrare al campeggio con un taxi. Non ci pare vero di pagare la corsa appena 20 zloti, meno di 5 euro. E’ questo l’ultimo ricordo del nostro viaggio in Polonia.

Ci sembrano così lontani, oggi, quei posti tranquilli, in cui col fidato camper potevamo tranquillamente spostarci da una città ad un’altra senza sentirci incalzati dal traffico caotico. La mente ritorna così con nostalgia a quei luoghi pieni di ricordi, in cui ci sentivamo a contatto della natura, una natura a misura d’uomo, e ci vediamo ancora girovagare nelle tranquille piazze multicolori, dove sembrava che il tempo si fosse fermato, o percorrere spensierati le tante strade nazionali e regionali attraverso campagne isolate e poco abitate. Quando oggi “sfrecciamo” a cento all’ora sul liscio asfalto delle nostre “belle” autostrade, rimpiangiamo quelle vie, anche se a volte strette e rattoppate.

Enza Messina e Paolo Carabillò
(2003)