Le piazze della Boemia e della Moravia (Repubblica Ceca)

Da Cesky Krumlov a Telç, da Olomouc a Hradec Kràlové, da Karlstein a Karlovy Vary, i mille angoli romantici delle piazze “incantate” e fuori dal tempo della Repubblica Ceca.

 

Cesky Krumlov

Ci sembrano così lontani oggi, a distanza di pochi mesi, quei posti tranquilli, in cui col fidato camper potevamo tranquillamente spostarci da una città ad un’altra senza sentirci incalzati dal traffico caotico. La mente ritorna con nostalgia a luoghi pieni di recenti ricordi e ci vediamo ancora girovagare nelle tranquille piazze multicolori, dove sembrava che il tempo si fosse fermato: le piazze della Boemia e della Moravia, meta del nostro viaggio estivo del 2003.

Dopo aver superato rapidamente il Brennero, la prima tappa in terra boema: CESKÝ KRUMLOV. Posteggiato il nostro fidato mezzo nel parcheggio n. 1, custodito, che ci permetterà anche il pernottamento, dirigiamo i nostri passi verso il centro abitato. Superato un ponte, che c’immette nella cittadina, iniziamo la visita attraverso un dedalo di viuzze. Il paese sorge su una doppia ansa dell’alta Moldava e deve il suo nome alla tortuosità del fiume, come sottolinea lo stesso nome, derivante da “Krumbern Ouwe”, in tedesco antico “luogo tortuoso”. Un documento del 1253 cita la località come “Chrumben bowe”.

Le stradine convergono nella piazza centrale Nàmestí Svornosti (piazza Concordia), circondata da palazzine gotico rinascimentale dalle facciate colorate, affrescate e con graffiti, che conferiscono al paesaggio circostante un’impronta unica e suggestiva come armonia e bellezza architettonica. Il paese è sovrastato dal castello dei Rosenberg, che governarono dal 1302 al 1611. Qui ogni angolo ricorda il loro nome nell’emblema di famiglia, una rosa stilizzata con cinque petali. Purtroppo la visita si limita soltanto alla parte esterna dell’immenso edificio, essendo di lunedì chiuso. Ci consoliamo vagando per le piccole strade del centro, presto incantati dalla bellezza incontaminata dei luoghi.

Il giorno successivo lasciamo il parcheggio (20 kc l’ora) e proseguiamo verso CESKÉ BUDEJOVICE, la più grande città della Boemia meridionale. Posteggiamo all’ingresso della città; la tariffa è di 30 corone (kc) l’ora. La cittadina, che si sviluppa attorno la confluenza del fiume Malše nella Moldava, si trova a metà strada tra Linz e Praga ed è resa famosa per la produzione della birra Budweiser-Budvar, i cui stabilimenti di produzione possono essere visitati. Ci avviamo verso la principale piazza del centro storico, Nàmestí Otakara II, che prende il nome dal fondatore della città. A pianta quadrata è tutta circondata da pittoresche palazzine a portici, dai tenui colori pastello. Al centro spicca la monumentale fontana settecentesca di Sansone (Samsonova kašna), in un angolo svetta la Torre nera (Cerná vež), alta 72 metri, dalla cui sommità si può spaziare in un panorama stupendo verso i monti della Selva Boema. All’angolo opposto sorge il municipio (Radnice), risalente al 1555, ricostruito da Anton Erhard Martinelli fra il 1727 ed il 1731. Al centro della piazza, in prossimità della fontana, una pietra larga e segnata da una croce indica, secondo la tradizione, il luogo in cui nel medioevo era situato il patibolo.

A 8 km. da Ceské Budejovice sorge l’imponente castello di HLUBOKÁ NAD VLTAVOU. Percorriamo una strada in salita, che conduce al castello, e qui incontriamo dei cavalieri in costume, che pubblicizzano un loro spettacolo ambientato in epoca medievale. La nostra fatica sull’erta via è premiata dalla sorpresa di trovarci in qualcosa di veramente favoloso, quasi surreale. Sembra quasi che ci siamo sbagliati, che non siamo in Boemia. Sì, perché il vecchio Zámek, di origine duecentesca, è stato ricostruito nell’ottocento ad imitazione dell’architettura neogotica del castello di Windsor dal principe Giovanni Adolfo II di Schwarzenberg e da sua moglie Eleonora di Liechtenstein, i quali, a seguito di diversi viaggi in Inghilterra, si erano invaghiti delle dimore reali inglesi. Divenuto nei secoli proprietà di diverse famiglie, il castello ha trovato nei principi di questa famiglia i maggiori artefici del suo splendore, in particolare con Giovanni Adolfo I e soprattutto con Adamo Francesco. Essi abbellirono la dimora con numerose opere d’arte, tappezzerie fiamminghe e ceramiche.

La visita del castello si rivela subito di grande interesse, sia per la magnificenza degli ambienti e sia per la preziosità delle opere esposte. Le stanze, riccamente decorate, danno la sensazione di un grande calore umano, come se non ci trovassimo in un castello principesco, ma in una casa qualunque, seppure ricchissima, dove si svolgevano le normali mansioni di ogni giorno. Passiamo attraverso le stanze private della principessa Eleonora, la Camera da notte, lo Spogliatoio, la Sala di lettura, la Sala da pranzo fino ad arrivare alla Libreria, che è la stanza più grande del Castello. La biblioteca contiene ben dodicimila volumi in cinque lingue ed in particolare la preziosa enciclopedia francese di Diderot in 27 tomi. Vivo interesse suscitano pure i due grandi globi, uno geografico e l’altro astronomico.

Riprendiamo il cammino lungo la strada regionale n. 23 e pernottiamo a Rásná, sperduta località in aperta campagna, dove è ubicato un piccolo campeggio, con servizi puliti ma essenziali. L’indomani, di buon mattino, fatto il pieno d’acqua nel camper, proseguiamo verso la prossima meta: TELC. Lasciamo il camper in un ampio parcheggio ai margini della strada e ci avviamo lungo una stretta via, che costeggia un laghetto. Sapremo poi che Telc si è sviluppata nell’ambito di tre stagni, chiamati dell’orto, del vicolo e della città vecchia. Passiamo la cinta muraria attraverso una stretta porta e proseguiamo in direzione della solita piazza, che rappresenta, come le altre, il cuore della città.

Telc

Ma quando dall’angolo da cui sbuchiamo ci affacciamo alla Námestí Zachariáše z Hradce (piazza di Zacharia di Hradec, signore della Telc cinquecentesca), un’espressione di grande stupore e di ammirazione si leva spontaneamente da tutti noi. Quel che vediamo in quel momento rappresenta qualcosa di semplicemente fantastico: una distesa grandissima, circondata da edifici quasi uguali fra loro e dai tenui colori pastello, con sfumature che vanno dal rosa al celeste. Un portico corre lungo i lati, dove si affacciano negozi e bar ricchi di vita. Al centro si erge una colonna alla cui sommità si trova una statua della Vergine. Sia per le dimensioni insolitamente vaste, sia per l’omogeneità delle costruzioni che la circondano, il posto rappresenta un vero gioiello di architettura. Possiamo affermare senza esitazione che ci troviamo nella più bella piazza fra quelle visitate nell’intero viaggio.

Nella parte opposta della piazza si trova il complesso architettonico del castello di Zaccaria di Hradec. Pur se nei secoli varie famiglie si sono succeduti nella proprietà, il castello (Zámek) è legato al nome di Zaccaria, che trasformò la vecchia pianta trecentesca in quella che si può definire la residenza più significativa del rinascimento moravo. Il complesso non sovrasta l’ambiente circostante. Trovandosi nella piazza adiacente neppure si ha l’impressione che a così breve distanza sorga una residenza di tale importanza. E’ soltanto entrando nell’edificio che si va scoprendo di stanza in stanza la monumentale ricchezza e l’imponenza architettonica, che rispecchiano il tono e l’importanza dei grandi personaggi che hanno abitato questi luoghi.

Lasciamo Telc a malincuore. Vorremmo restare ancora a girovagare nella piazza, pur senza una meta precisa, come ipnotizzati da quel che ci circonda. Non è facile spiegare la sensazione che ci ha preso in quel momento: era come se non volessimo cancellare dalla nostra mente il ricordo di quel paesaggio fantastico, consapevoli che, una volta passati ad altro panorama, quello che stavamo vedendo sarebbe stato fatalmente offuscato dalle nuove immagini. Sicuramente Telc merita a pieno titolo di essere stata inserita dall’UNESCO nel 1992 nell’elenco del patrimonio culturale dell’umanità.

Attraversando paesini e campagne il nostro camper ci porta a SLAVKOV U BRNA, più nota col nome tedesco di “Austerlitz”, che ricorda la memorabile vittoria napoleonica del 1805. Arriviamo all’imbrunire e troviamo posto in un parcheggio al limite del piccolo paese. Questo posto ci sembra così tranquillo da essere incoraggiati a sceglierlo anche come luogo del pernottamento. Del resto tutta la cittadina appare serena e tranquilla: l’unica arteria centrale è piena di vita di ragazzi e ragazze che fanno circolo conversando e scherzando senza schiamazzi, tanto che diventa pure piacevole passeggiare in mezzo a loro.

Il castello si trova proprio là, di fronte a noi. Dopo avere passato la notte serenamente, di buon mattino vi ci dirigiamo per una piccola salita. Originariamente sede fortificata dell’Ordine Teutonico, la città e il feudo circostante diventarono di proprietà laica. Sotto i diversi proprietari la struttura si andò trasformando sempre più in senso residenziale, ampliando gli spazi ed assumendo elementi prettamente rinascimentali. Nel 1509 la proprietà passa all’antica famiglia dei Kounic. Nelle varie generazioni di questo casato il castello si arricchisce di importanti opere d’arte e si trasforma, soprattutto nel settecento ad opera dell’architetto italiano Domenico Martinelli, nel suo aspetto attuale.

Una scalinata semplice, ma impreziosita da eleganti decorazioni a stucco, porta al piano nobile. Una serie di pitture e stucchi, opera di artisti italiani, decorano le varie stanze del castello. Una dolcissima musica, opera di Vivaldi, echeggia all’apertura delle porte del Salone delle Feste. Entrando nel Salone delle Donne due ragazze in costume rinascimentale ci accolgono suonando coi loro strumenti, l’una il flauto traverso e l’altra la pianola, una caratteristica musica dell’epoca. La nostra visita si svolge fra le varie stanze, riccamente decorate con stucchi e pitture dai vivaci colori ed arredati con mobili antichi. Particolarmente ci colpisce per la vastità dell’ambiente e per la bellezza artistica la grande Sala Storica, così chiamata per avere ospitato grandi eventi storici: la firma dell’armistizio tra Austria e Francia dopo la battaglia vinta da Napoleone e nel 1990 uno dei primi vertici ceco-slovacchi per discutere sull’avvenire delle Federazione cecoslovacca, che sfociò nella separazione del paese. Altro scrigno prezioso del castello è rappresentato dalla Cappella della Santa Croce, che si trova all’estremità dell’ala meridionale. Il piccolo ambiente risplende di stucchi bianchi e dorati in una struttura semplice e lineare, al cui centro si erge maestoso ed elegante l’altare bianco sormontato dalla grande croce, centro focale dell’intera parete.

Dopo avere visitato il museo napoleonico, allestito in un’ala del castello, ci sentiamo obbligati a rendere omaggio a quanti sono stati protagonisti di quella eroica pagina della storia recandoci al Sacrario dei caduti della battaglia. Nel silenzio della campagna solitaria si respira un’aria di sacro rispetto. La piccola cappella custodisce in un unico sarcofago le salme dei caduti nella battaglia senza distinzione di bandiera, nella fratellanza che unisce gli uomini dopo la morte. E’ un momento di grande commozione, dal quale volutamente vogliamo distoglierci, sforzandoci di tornare nello spirito vacanziero del nostro viaggio.

Olomouc

Ci rinfranca l’animo la prossima tappa, nella quale giungiamo nel primo pomeriggio: OLOMOUC, una città fra le più belle della regione, ricca di storia e di monumenti. Incontriamo qualche difficoltà a trovare un parcheggio adatto al nostro camper ai margini dell’isola pedonale, che praticamente rappresenta tutto il centro storico. Fortunatamente una pattuglia della polizia locale, consultata per darci qualche indicazione al riguardo, inaspettatamente si dichiara disponibile a guidarci fino ad un parcheggio custodito in perfetta posizione strategica (Palachovo Nàmestí).

Cuore della città è la Piazza Superiore (Horní Nàmestí), circondata da edifici splendenti di vari colori, uniti fra loro come a formare il prospetto variopinto di un unico edificio multicolore. I vari stili, armonicamente frammisti, dal gotico, al rinascimentale, al barocco, manifestano i molteplici adattamenti subiti attraverso i secoli. Al centro della piazza sorge l’antico Municipio (Radnice), che risale al trecento e più volte rimaneggiato. Ma il tesoro più bello dell’intero complesso architettonico è certamente la mirabile Colonna della Trinità, splendida opera barocca proclamata nel 2000 dall’Unesco “bene dell’umanità”.

Facciamo un ampio giro, girovagando attorno all’imponente mole del Municipio. Ad un tratto una piccola folla attira la nostra attenzione. Ci avviciniamo incuriositi e giungiamo proprio nel momento in cui si levano i rintocchi dell’antico orologio astronomico, che occupa una vasta parete esterna del grande edificio, appena in tempo per assistere ai movimenti del fantasioso meccanismo, che ammiriamo con piacevole attenzione pur se non riusciamo a capirne i dettagli.

Dopo avere visitato la chiesa gotica di San Maurizio (luogo obbligato in onore del nostro Maurizio), principale edificio di culto della città e sede del più popolare organo della Moravia con le sue 2311 canne, e la cattedrale di San Venceslao (purtroppo solo dall’esterno), il pensiero della sosta notturna ci spinge a tornare sui nostri passi. Infatti Olomouc non permette unìidonea sistemazione per passare la notte. Ritorniamo sulla E462 e ci dirigiamo ad est, verso il confine polacco. Nel tratto in cui l’arteria diventa la statale n. 48, nei pressi del piccolo centro di FRYDECK MÌSTEK troviamo una provvidenziale indicazione di campeggio. Dobbiamo fare una interminabile deviazione per trovare finalmente, in aperta campagna e al buio, il sospirato rifugio (interminabile più per la stanchezza che per il numero dei chilometri), ma alla fine la sistemazione si rivela al di là delle aspettative per confort e possibilità di servizi.

Dopo alcuni giorni in Polonia, ritornati nel territorio della Repubblica Ceca, ci fermiamo a HRADEC KRÁLOVÉ. Troviamo una comoda sistemazione nel parcheggio attiguo al palazzetto dello sport (Stadion), che si trova a poche centinaia di metri dal centro. Attraverso una scalinata coperta arriviamo alla Piazza Grande (Velké Námesti), vasto campo triangolare, attorniato da palazzine dalle facciate barocche e dominata al centro dalla colonna della peste (1714-17). Alle spalle si erge la massa scura dell’abside della cattedrale, dedicata al Santo Spirito (Sv. Duch). La città è stata denominata il “salotto della Repubblica” e noi, che girovaghiamo lentamente per le strade silenziose del centro, abbiamo la percezione di trovarci davvero in un ambiente elegante e signorile. Giungiamo così alla piazza piccola (Malé Námesti), dove in un angolo scorgiamo la semplice facciata di un palazzo del 1571, tra i pochi ancora di aspetto rinascimentale. Notiamo un senso di eleganza, come una continuità tra l’antico ed il moderno, pure nella parte nuova della città, nei quartieri sorti al di là del fiume Elba. Strade costeggiate da edifici dall’architettura semplice, nei quali ci attardiamo con piacere a camminare, nonostante i numerosi negozi siano ormai chiusi.

In mattinata prendiamo la strada 37 fino a PARDUBICE, tranquilla cittadina che subì nel 1645 l’occupazione svedese durante la guerra dei trent’anni e nel 1944 pesanti bombardamenti. Lasciamo il camper nel parcheggio custodito davanti l’hotel Labe e ci avviamo alla “scoperta” della città. Attraverso la Porta Verde giungiamo in breve nella piazza Pernstein, centro dell’abitato storico. La grande piazza, a pianta rettangolare, è attorniata da leggiadrissimi edifici rinascimentali, dai tenui colori e dalle ricche decorazioni. Si notano in particolare la casa detta del cavallino bianco di San Venceslao o, quella ancora più ricca di decorazioni rococò detta di Giona. Fra tutti domina la facciata massiccia, ma altrettanto ricca di pitture, del municipio (Radnice), in stile neorinascimentale. Due torri quadrate, culminanti in una loggetta sormontate da cuspidi, spezzano in tre l’ampio fronte della facciata, come a renderla meno incombente ed armonizzarla con quelle degli altri edifici della piazza. Facciamo un ampio giro, attratti da questa incredibile esposizione di palazzine colorate, e ci troviamo veramente nell’imbarazzo di definire quale sia più bella dell’altra. Ad un certo punto la nostra attenzione si volge alla variopinta piccola vetrina di un negozio, quasi sperduto e fuori vista. Si tratta di una pasticceria, dove è in vendita il pernik, il dolce caratteristico di Pardubice. E’ un dolce di origini antiche, un tempo considerato di lusso per la presenza di spezie molto costose, dalle forme più svariate, a forma di cuore, di sole, di animale, di casetta ed altro ancora, ricoperto di motivi decorativi realizzati con zucchero colorato.

Riprendiamo il viaggio lungo la strada n. 2 e nel tardo pomeriggio arriviamo a KUTNÀ HORA, al camping Santa Barbara, distante 800 m dal centro cittadino. Annoverata nel 1995 dall’Unesco fra i tesori dell’Umanità, Kutnà Hora è una città ricchissima d’arte, una delle più celebri della Boemia, con edifici gotici, rinascimentali, barocchi e neoclassici. Grazie allo sfruttamento delle miniere d’argento, da cui deriva il nome (Montagna delle miniere), tanto abbondante che si dice venisse raccolto senza difficoltà persino nelle cantine delle case, la città conobbe fama e ricchezza, divenne zecca del regno ed uno dei principali centri economici della nazione. Questa prosperità durò fino alla scoperta del nuovo mondo, quando l’immissione nel mercato del prezioso metallo proveniente da quei posti lontani a prezzo più basso ne decretò il lento inesorabile declino.

Il giro della città occupa in pratica tutta una giornata, tanti sono i monumenti degni di essere visitati. Cominciamo con la chiesa di Santa Barbara (sv. Barbora), costruita dalla potente corporazione dei minatori nel 1388. Ben visibile da lontano, elevata e dall’inconfondibile struttura con coperture a tre vertici, l’edifico rappresenta un mirabile esempio di stile gotico. L’interno a cinque navate, nonostante nel corso dei secoli siano state immessi diversi elementi rinascimentali e sovrastrutture barocche , conserva pressoché intatta l’austerità propria delle slanciate e pure forme gotiche.

Proseguiamo la visita con la cosiddetta Corte italiana (Vlašský Dvúr), forse per la documentata partecipazione alla sua costruzione di artigiani italiani. L’edificio nacque nei primi del XIV secolo come zecca e residenza dei primi coniatori di monete. Probabilmente per meglio presiedere ai lavori della zecca, esso ospitò pure i re di Boemia, che nel tempo arricchirono l’edificio, rendendolo degno di una dimora reale. E’ molto interessante visitare il piccolo museo, in cui sono custoditi antichi attrezzi per il conio e copie di monete dell’epoca. Una guida ci conduce per le sale del palazzo, dalla cappella di San Venceslao, il cui coro sporge, come un piccolo balcone coperto, alleggerito da lunghe sottili finestre, nel cortile interno del palazzo, alla sala delle udienze, al grande salone dei ricevimenti con il bel soffitto a cassettoni, allo studio privato del re. Visitiamo, poi, la piccola chiesa di San Giovanni Nepomuceno (sv. Jan Nepomucký), eretta nel 1734-50, da poco restaurata.

Il castello di Karlstein

Un nuovo giorno si apre e noi siamo di nuovo in cammino. Usciamo dal piccolo campeggio e ci dirigiamo verso Praga. La nostra meta non è, però, la capitale, che conosciamo bene da precedenti viaggi, ma un piccolo tesoro, che si trova a poco più di quaranta chilometri da essa: il castello di KARLŠTEJN. Il suo nome significa “pietra di Carlo” e la sua costruzione è dovuta all’imperatore Carlo IV, che la volle come sua dimora reale, nonché luogo di custodia dei documenti e del tesoro della Corona. Dopo la guerra dei trent’anni cominciò la sua decadenza, quando nel 1420 vennero rimosse le insegne imperiali, fino ad arrivare ad uno stato di abbandono dopo che nel 1619 furono trasferiti pure i gioielli della corona. L’edificio venne restaurato alla fine dell’Ottocento e tuttora mantiene il suo aspetto sontuoso, dovuto alla sua dislocazione sull’alta rupe che domina il territorio circostante ed alla complessa disposizione su vari livelli degli edifici che lo compongono.

L’interno è alquanto austero, dato che quasi nulla è rimasto dei mobili e degli arredi originali. Si comincia dalla grande sala dei cavalieri, arredata degli armadi decorati con gli emblemi dei vassalli, dove essi tenevano le armature; si passa, poi, alle stanze private dell’imperatore, alla sala delle udienze, le cui pareti sono a cassettoni di legno, come pure il soffitto, ed alla sala dei profeti, la sala di rappresentanza principale del castello. Il nome è dovuto alla raffigurazione dell’albero genealogico di Carlo IV, che faceva risalire le sue origini agli antichi profeti, fino a Noé, e che si estendeva in due file sovrapposte, riempiendo tutte le pareti della sala. Questa decorazione è venuta meno già nel XVI secolo, ma è attestata da documenti storici, che ne testimoniano l’esistenza. Oggi la sala contiene una galleria di personaggi della dinastia boema dei Premyslovci, a testimonianza della nobiltà di Carlo attraverso la madre Elisabetta, figlia ed erede del re di Boemia e di Polonia Venceslao. Si passa, infine, nella sala dei banchetti, dove sono esposti una parte della collezione dei quadri storici dei re di Boemia e degli imperatori del Sacro Romano Impero e molti oggetti importanti del periodo tardo gotico e rinascimentale, in particolare oggetti da cucina.

Esaurita la lunga visita del castello ci avviamo verso il parcheggio, dove abbiamo lasciato il camper. La strada che scende giù è un susseguirsi di bancarelle e negozi, dove sono esposti mille e mille articoli di cristalleria e di ceramica. Dopo una breve sosta per riprendere fiato, ci mettiamo di nuovo in cammino, con destinazione KARLOVY VARY, che sarà l’ultima tappa del nostro viaggio nella Repubblica Ceca. Arriviamo in città a tarda sera, quando le strade sono praticamente deserte. Riusciamo finalmente a trovare il parcheggio n. 6 Slavia (di fronte l’hotel Martel), posto sopra una collina che sovrasta la città.

Karlovy Vary, nota pure come Karlsbad (Terme di Carlo), deve il suo nome all’imperatore Carlo IV, il cui cane da caccia, secondo la leggenda, avrebbe scoperto nel 1358 il primo zampillo delle acque termali. La caratteristica terapeutica delle acque è rivolta alla cura delle malattie del sistema digestivo e metabolico, dei mali legati alla spina dorsali ed alle articolazioni. L’acqua sgorga a temperatura variabile tra 30 e 73 °C da fonti fruibili a tutti e che si trovano soprattutto lungo la Mlýnská Kolonáda, un lungo colonnato corinzio detto del Mulino, che risale alla fine dell’Ottocento. Quando l’indomani scendiamo dal parcheggio al centro cittadino, notiamo uno strano viavai di gente. E’ una folla che attinge dalle numerose fonti sbuffanti la calda acqua termale, riversandola in strani piccoli boccali e sorseggiandovi lentamente. Ci lasciamo coinvolgere anche noi e, acquistato a nostra volta il nostro contenitore, ci mettiamo in fila pazientemente. Ma al primo sorso pensiamo che la cura non fa per noi: il sapore salatissimo e la temperatura alta conferiscono un sapore decisamente disgustoso, tanto da farci sentire subito sani da ogni malanno e farci esentare dalla gratuita tortura.

La vita della città si svolge praticamente lungo i viali che seguono il corso del fiume Teplá, che significa “caldo” perché le sue acque in inverno non gelano. E’ un susseguirsi continuo di ristoranti e di negozi, le cui vetrine sono piene dei prodotti caratteristici della regione, in particolare le cristallerie. Camminiamo a zonzo, favoriti dalla splendida giornata, spostandoci da un estremo all’altro. Entriamo nella moderna struttura a vetri dentro la quale sgorga il Vrídlo, lo zampillo di acqua termale che si innalza fino a quindici metri alla temperatura di 73°, divenuto simbolo della città. Visitiamo la chiesa della Maddalena, in posizione leggermente sovrastante, ed arriviamo infine davanti il complesso sontuoso del Grand Hotel Pupp, che risale al 1701, diventato l’albergo simbolo del luogo.

Cheb

Decidiamo di chiudere la serata in uno dei numerosi ristoranti che si susseguono lungo il fiume. Superato l’iniziale imbarazzo della scelta, optiamo per il Napoleon, un piccolo elegante locale, poco prima dell’ansa del fiume. Ci sentiamo subito a nostro agio, nonostante la difficoltà della lingua. Il cameriere ci consiglia sui piatti caratteristici della cucina boema e, dobbiamo proprio dire, che ci ha felicemente consigliati. Consumiamo una prelibata cenetta, innaffiata con un ottimo vino ceco d’annata.

Siamo tentati di tornare al parcheggio a piedi. Lo spettacolo di luce che Karlovy Vary ci offre di sera ci spinge ad attardarci lungo le vie quasi deserte. Ci soffermiamo davanti il piccolo teatro, avvolto da tenui luci diffuse, che ne mettono in rilievo i bei particolari architettonici. Ancora qualche passo e poi una piccola postazione di taxi ci convince che forse è meglio servirsi di uno di quei mezzi per salire lassù, al posteggio.

Il nostro viaggio volge a termine. Lasciamo Karlovy Vary con nostalgia. Ci avviamo alla frontiera con la vicina Germania, per prendere la via del ritorno. Nei pressi del confine, quasi per prolungare la permanenza in terra ceca, facciamo una breve deviazione verso CHEB, piccolo centro d’arte e di storia a cavallo tra il mondo germanico e quello boemo. La grande piazza intitolata a re Giorgio di Podebrady si presenta come uno scenario mirabile di case multicolori, che sembrano siano cresciute spontaneamente, senza quell’apparente armonizzazione che in altri siti analoghi ha cercato di conferire un tono omogeneo ai vari lati. Sul lato minore della piazza sorge isolato da tutto il resto un gruppo di case cinquecentesche, dalla ridotte dimensioni, probabilmente di origine ebraica. Ci addentriamo in mezzo ad esse, passando per una viuzza così stretta, da passare quasi in fila indiana, e ci spingiamo alle spalle della piazza fino chiesa romanica di San Nicola (Sv. Mikuláš). L’interno austero, dalle forme slanciate, offre un bellissimo polittico sull’altare maggiore, un aereo pulpito in legno riccamente scolpito, ampie finestre, che si sviluppano in altezza con splendide vetrate multicolori ed ornati nella sommità da piccoli rosoni.

A malincuore lasciamo anche Cheb. Il tempo incalza implacabile e la strada verso casa è lunga. Ancora pochi chilometri ed ecco la linea di demarcazione dell’effimera frontiera, che superiamo rapidamente e senza tante formalità. Entriamo nell’autostrada A93 in direzione di Monaco, seguendo un serpente animatissimo di auto, che scorre senza sosta per quasi tutto il tragitto. Ormai sentiamo di respirare aria di casa.

Enza Messina e Paolo Carabillò
(2003)