Il nostro tour della Turchia

Diario di un viaggio all’insegna della storia, della cultura, dell’arte, del mare e del caldo.

 

I Dervisci Rotanti di Konya

Il nostro viaggio alla scoperta della Turchia inizia venerdì 5 luglio 2002 alle ore 18 quando, saliti sulla nostra “casetta a quattro ruote”, partiamo da Palermo diretti a Brindisi. La prima sosta notturna è, come di consueto, a Rosarno, presso l’area di servizio “Esso”, dove giungiamo verso le 22,30. L’indomani mattina di buon’ora affrontiamo la strada che ci separa dalla nostra meta, percorrendo la A30 fino all’uscita di Sibari – Spezzano Terme e proseguendo sulle statali “534”, “106” e “7”, che ci portano al porto di Brindisi per ora di pranzo. Da qui alle ore 20 è prevista la partenza della nave per Cesme, in Turchia.

Un inizio movimentato

Sbrigate le varie formalità doganali ecco apparire ai nostri occhi quella “cosa” dove avremmo dovuto trascorrere due giorni e due notti e che, attraversando l’Adriatico e l’Egeo, avrebbe dovuto traghettarci sulle coste turche: ORRORE!!!! Una carretta dismessa non si sa bene da quale cantiere e destinata a simili traversate: più ruggine che ferro, più sporcizia che altro, ma soprattutto una rampa di accesso a 45° che, con tutta la fortuna del mondo, riusciamo ad affrontare solo dopo aver fatto fare da cavia ad un camper simile al nostro, targato Firenze.

Ma non avremmo mai immaginato quello che da lì a poco sarebbe accaduto. Tanto per cominciare, a bordo non esistono prese per l’attacco elettrico e i cartelli appesi sul ponte che vietano l’uso del gas a bordo ci fanno temere due giorni di digiuno …forzato. Ma ciò che ci sconvolge più di tutto il resto è il fatto di ritrovarci così “vicini vicini” agli altri mezzi da non poter nemmeno aprire porte e finestre, pena l’incastro irrimediabile. E non risolve il problema neanche l’intervento della Guardia di Finanza che, chiamata da un gruppo di “vicini” romani, si limita a proporre due alternative: o sequestrare la nave, facendoci scendere tutti, o accontentarci di quella forzata “intimità”, chiudere un occhio o meglio porte e finestre, e partire alla volta di Cesme!

Trascorriamo così la prima notte sulla carretta. Un Inferno! Ma la mattina seguente… Sorpresa!!! Ci ritroviamo in pochi, destinati in terra Turca, in quanto diversi mezzi durante la notte sono sbarcati a Igoumenitza, in Grecia. Iniziano, così, sul ponte le grandi manovre, e ogni equipaggio si sceglie il suo spazio, allontanandosi dagli altri il più possibile. Trascorrono così più serenamente le altre trenta ore che ci separano dalla nostra meta.

Il primo approccio col popolo turco

Sulla nave, con rispettosa curiosità, cominciamo a conoscere le abitudini del popolo che ci ospiterà per quasi un mese. Oltre ai turisti europei, infatti, la nave è frequentata dai diversi turchi che, emigrati in terra straniera, tornano a casa per le vacanze estive. Molti di loro, seduti in circolo, dove capita, su dei tappeti, mangiano, chiacchierano, pregano e dormono, con assoluta naturalezza. Situazioni simili le incontreremo, poi, lungo tutto il nostro percorso.

Anche il loro abbigliamento ci colpisce molto: le donne hanno il capo sempre coperto da foulard e indossano gonne lunghe o pantaloni larghi con camicie a maniche lunghe, incuranti del caldo che si fa via via più appiccicoso, mentre gli uomini, per lo più baffuti e vestiti di scuro, anche se giovani tengono sempre gli occhi bassi e raramente ci guardano.

Sbarcati dalla “carretta” verso le 11 di lunedì 8 luglio, sbrighiamo 1.000 formalità, oltre quelle già espletate sulla nave (marche da bollo per i visti sui passaporti, bolli sulle carte di circolazione per camper e scooter, controlli burocratici di tutti questi incartamenti, registrazione dei mezzi sul passaporto del proprietario, ecc…); e, dopo circa un’ora e mezza, siamo liberi di varcare l’ultimo cancello che ci separa dalla libertà e dalle nostre sognate vacanze!

In terra turca

La prima tappa del nostro viaggio è Pergamo che raggiungiamo dopo aver percorso l’autostrada “D300” che ci conduce a Smirne, dove ci perdiamo attraverso i suoi vicoli pericolosamente stretti. Comprendiamo subito, allora, insieme ai nostri nuovi amici fiorentini con i quali percorreremo un breve tratto di viaggio, che poche saranno le indicazioni stradali in terra turca, che difficili saranno le conversazioni tra noi che parliamo in italiano o inglese e loro che rispondono solo in turco, e che orribili saranno le strade da percorrere, prive di asfalto ma ricche di pietre, buche e fossi che metteranno a dura prova l’integrità fisica del nostro camper!!! Ma ogni paese è diverso da un altro, e da bravi viaggiatori sappiamo che nulla è dovuto, ma tutto è … da scoprire!

Continuiamo sulla “D550” (E87) che lasciamo per imboccare la “D240” che ci porta a Pergamo, un tempo grande centro di cultura e uno dei più bei siti archeologici della Turchia. Sotto un sole cocente visitiamo l’Asklepeion prima e l’Acropoli poi, due meravigliosi luoghi che distano circa sette chilometri l’uno dall’altro. Segnaliamo subito un inconveniente: l’Acropoli chiude alle ore 17,30 ed è proibito pernottare all’interno del parcheggio. Pertanto per chi giunge nel pomeriggio è consigliabile parcheggiare il camper appena al di fuori della sbarra e iniziare la visita dalla parte bassa (alla quale si entra “a sbafo” attraverso un varco nella recinzione), facendo il percorso inverso rispetto alla biglietteria.

Concludiamo questa interminabile visita verso le 19, allorché stanchi e sudati ci concediamo un bel bagno nella piscina del campeggio “Caravan Camping” che si trova all’ingresso della città. Lo consigliamo vivamente per l’ordine e la cura, nonché per i servizi che offre: al costo di appena 10 euro per equipaggio sono incluse le docce calde, la piscina e l’energia elettrica. Una cenetta romantica a lume di candela sul bordo della piscina illuminata conclude questa nostra prima giornata turca.

Lasciamo Pergamo e i nostri amici fiorentini la mattina del 9 luglio diretti a Troia che visitiamo di passaggio. Difficile immaginare le storie del Re Priamo, di Ettore, di Paride e della bella Elena in ciò che rimane oggi dei nove insediamenti relativi ad epoche differenti individuati dagli scavi archeologici. Ancora più irreale sembra la leggenda del cavallo di Troia, dopo averne visto l’improbabile copia che fa bella mostra di sé all’ingresso del sito.

Delusi rispetto alle nostre aspettative, proseguiamo il viaggio verso la “D200” che, dopo 500 Km di strada allucinante, ci porta in tarda serata a Bursa. Per la notte consigliamo di sostare in un parcheggio a pagamento accanto all’ingresso principale del Kultur Park, vicino lo stadio. La tariffa è di circa 2,50 euro al giorno e c’è la possibilità di caricare e scaricare le acque. Siamo in pieno centro e la giornata successiva viene dedicata interamente alla visita della città, rigorosamente a piedi. Visitiamo la Muradiye, un luogo dove si trovano una moschea e undici mausolei esagonali che una gentilissima guida di origini greche ci fa ammirare. Qui si trovano le spoglie di tutti i Sultani succedutisi prima di Mehmet II e quella di Mustafà, figlio di Solimano il Magnifico. Sono ricoperte da maioliche di Izmit dai colori smaglianti.

Saliamo quindi alla cittadella, dove visitiamo i mausoei di due sultani: Osman, capostipite della dinastia Ottomana, e di suo figlio Orhan. Affacciatici dalla terrazza su cui sorgono, ammiriamo uno splendido panorama della città. Aiutati dalle informazioni di alcuni passanti, individuiamo dall’alto la Grande Moschea (Ulu Camii), il Mercato Coperto (Bedesten) e il Mercato della Seta (Koza Hani) che raggiungiamo scendendo dalla cittadella attraverso una comoda scalinata.

In prossimità della Moschea veniamo avvicinati da un gentilissimo signore turco che avendoci sentito parlare in italiano vuole ripassare la nostra lingua facendoci da Cicerone. Per prima cosa ci fa visitare la Ulu Camii, che ci colpisce particolarmente per l’imponente fontana posta sotto la cupola centrale e per un “minbar” (pulpito) di legno intagliato da dove, come ci spiega l’amico, viene pronunciata la predica del venerdì. All’esterno della moschea si trova un caratteristico gazebo, con una fontana circondata da sedili dove i musulmani si purificano prima di entrare a pregare.

Il rito purificatorio consiste nella pulizia dei piedi, delle mani, degli avambracci fino ai gomiti, delle orecchie, delle narici e della bocca. Chissà cosa avranno pensato di noi, poveri occidentali infedeli, che, soltanto alla fine della visita, andavamo presso le fontane per sciacquare i piedi e “purificarli” dopo aver camminato scalzi sui tappeti umidicci, sudati e maleodoranti posti sui pavimenti delle moschee! Eretici!!!

Nelle immediate vicinanze della Moschea visitiamo il Bedesten, un confusionario e colorato bazar, e il Koza Hani, un caravanserraglio con un giardino interno e due piani di logge tutt’intorno dove, dalla fine del Medioevo, si esponevano i bozzoli dei bachi da seta e che oggi è il mercato della seta, per la quale la città di Bursa è nota in tutto il mondo. Proprio là, infatti, si fermava la famosa via della seta.

Bursa – La Yesil Camii

Salutata la nostra improvvisata guida, che si congeda da noi poggiandosi la mano destra sul cuore con un leggero inchino, pranziamo e, quindi, visitiamo altre due meraviglie che Bursa ci riserva: la Yesil Camii (Moschea Verde) affiancata dallo Yesil Turbe (Mausoleo Verde). “Yesil”, che sta per “verde”, ci fa capire facilmente di che cosa si tratta: piastrelle di maiolica verde ricoprono la sala della preghiera della Moschea, ma soprattutto l’interno del mausoleo che ospita il sepolcro di Mehmet I°. Di pianta ottagonale, conserva anche le tombe dei figli e delle sue mogli. L’esterno, altrettanto smagliante, è ricoperto da piastrelle di ceramica turchese. Esaurita la visita culturale, ci dedichiamo a un po’ di shopping lungo la centralissima Altiparmak Caddesi, che ci riporterà al parcheggio.

Nella magica Istanbul

La nostra meta successiva è Istanbul. Per raggiungerla da Bursa imbocchiamo la strada “D575” verso Yalova, dove prendiamo un traghetto che, attraversando il mar di Marmara, ci porta a Gebze, sull’altra sponda, evitandoci oltre 100 Km. Subito Istanbul si presenta a noi con quel maestoso ponte sul Bosforo che congiunge i due continenti, Asia ed Europa, e che ci fa sentire ancora più cittadini del mondo, visto che per noi è la prima volta al di fuori dell’Europa. Grazie all’indicazione dei soci del Club per la sosta optiamo per il parcheggio che si trova proprio dietro la Moschea Blu, in pieno centro, per goderci la città anche di sera. Non ci sono parole che possono descrivere le sensazioni provate quando, in piena notte, alzato l’oscurante della mansarda, ci incantavamo davanti ai minareti della Moschea Blu illuminata, così vicini quasi da poterli toccare. Sono immagini che mai cancelleremo dagli occhi ed emozioni che per sempre porteremo con noi.

Istanbul – La moschea blu

Ad Istanbul ci fermiamo quattro giorni, visitando di tutto: usciamo la mattina e rientriamo la sera, per poi uscire nuovamente. Le temperature sono insopportabili, ma siamo decisi a non perderci nulla di questa città da “mille e una notte”. Santa Sofia (Aya Sofya), la Moschea Blu (Sultan Ahmet Camii) e la Cisterna Sotterranea (Yerebatan Sarnici) ci prendono tutta la prima giornata. Santa Sofia è stata per un millennio il più grande edificio religioso del mondo, fino a quando, nel 1453, dopo la caduta di Costantinopoli, fu trasformata da Mohamet II in moschea.

Uscendo da questa costruzione e attraversando una piazza ricca di aiuole fiorite, ci si trova di fronte alla moschea più elegante di Istanbul: la Sultan Ahmet Camii, a noi nota con il nome di Moschea Blu. Ricoperta all’interno da oltre 21.000 piastrelle di ceramica raffiguranti garofani, rose, tulipani e cipressi stilizzati, è così chiamata perché predomina, appunto, il colore blu. La moschea è famosa anche per i sei minareti che la circondano e che nelle le sere estive, durante uno spettacolo di luci e suoni, si colorano diversamente conferendo a tutta la costruzione un’atmosfera particolarmente suggestiva.

Impossibile non visitare, sempre nello stesso quartiere, la Yerebatan Sarnici, la più grande cisterna Bizantina di Istanbul, che raccoglieva l’acqua proveniente dagli acquedotti di Adriano e Valente e alimentava il palazzo imperiale. Costruita da Costantino e ingrandita successivamente da Giustiniano, è un vero e proprio spettacolo: l’azzeccata illuminazione e la musica di sottofondo, insieme al riflesso delle 336 colonne e delle sovrastanti volte sull’acqua rendono l’insieme particolarmente magico e romantico. La visita del Palazzo di Topkapi (Topkapi Sarayi), la residenza dei Sultani, con il suo Harem e il Museo dove è conservato uno straordinario tesoro, ci prendono una seconda giornata. Il complesso, costituito da giardini, vari edifici, chioschi e cortili finemente decorati, è stato per secoli residenza dei Sultani da Mehmet II° (1453 – 1481) fino a Mahmut II° (1808 – 1839). Da allora in poi gli imperatori preferirono trasferirsi nei palazzi che si erano fatti costruire sulle rive del Bosforo, come quello di Domalbahce. Il Topkapi fu così trasformato in museo e aperto al pubblico a partire dal 1924.

Il nostro terzo giorno a Istanbul è dedicato alla visita della Suleymaniye Camii, la più grande e maestosa moschea della città, fatta costruire su commissione del Sultano Solimano il Magnifico dal famoso architetto ottomano Mimar Sinan. L’edificio, che comprendeva un ospedale, una biblioteca, scuole, l’hammam (bagno turco), ristoranti e altri servizi pubblici, è strutturato in modo tale da apparire come una vera città nella città.

Visitiamo inoltre il Gran Bazar, il più grande complesso commerciale coperto del mondo (circa 200.000 mq!!!) dove, per sfuggire agli inviti degli appiccicosi commercianti, non è difficile perdersi. Qui si trova di tutto: dai caratteristici prodotti artigianali turchi, fra i quali gli “occhi di Maometto”, le tipiche pipe di schiuma dalle più svariate e fantasiose forme, gli oggetti di ceramica decorati nel caratteristico stile orientale, i capi in pelle e in seta e le griffe taroccate, i gioielli esposti in scintillanti e ricche vetrine, i famosissimi tappeti turchi. Concludiamo il pomeriggio visitando il coloratissimo e profumatissimo Bazar Egiziano, o Mercato delle Spezie (Misir Carsisi), dove veneziani e genovesi intorno al 1600 vendevano spezie, profumi e piante medicinali.

Infine il quarto giorno ci concediamo una riposante crociera sul Bosforo a bordo di una imbarcazione che, toccando vari paesini, ora sulla sponda europea, ora su quella asiatica, quasi ci porta sul Mar Nero. La gita, che parte alle ore 10,30 e si conclude alle ore 17 circa, costa appena 3,00 Euro a persona e parte dal molo n. 3, chiamato Bogaz Hatti.

Dal punto di vista gastronomico segnaliamo di visitare assolutamente ad Istanbul il ristorante Doy Doy, che si trova vicino al parcheggio in Sifa Hamami Sokaku n. 13, dove si possono gustare ottimi piatti tipici a prezzi contenuti serviti da un gentilissimo cameriere che parla italiano, con il magnifico sfondo del Bosforo da una parte e della Moschea Blu dall’altra. Inoltre, sempre dalle parti del parcheggio, segnaliamo un ottimo panificio che prepara “pide”, le pizze turche, e altre specialità tipiche (sfoglie, ciambelle di pane, etc.), situato in Mimar Mehmet Aga Caddesi n. 27/a. Provateli e non ve ne pentirete affatto!!!!

Ankara

Il nostro viaggio continua e dopo Istanbul – difficile separarsi da lei – è la volta di Ankara, dove arriviamo dopo aver percorso circa 400 Km dell’autostrada 04 (E80). Finalmente una strada decente, dopo tante carrettiere!!! La città si presenta subito caotica e dispersiva. Infatti, dopo esserci naturalmente persi, chiediamo informazioni; ma noi parliamo una lingua e loro rispondono in un’altra. Per fortuna, con il linguaggio universale dei gesti, riusciamo a capire che un ragazzo gentilissimo si offre di accompagnarci personalmente. Salito a bordo del nostro camper ci accompagnerà a destinazione, tornando poi a piedi sui suoi passi. Cose turche!!!!

Decidiamo di visitare soltanto il Museo delle Civiltà Anatoliche e il Mausoleo di Ataturk. Il primo conserva i resti di tutte le civiltà che hanno popolato nei millenni la Turchia: dal Paleolitico all’epoca Romana, dagli Ittiti al periodo ellenico, etc. . Un complimento va fatto agli allestitori e ai curatori delle diverse sale del museo, perché particolarmente curate nella esposizione dei reperti e nelle descrizioni analitiche e generali. Diverso, ma altrettanto interessante è il Mausoleo di Ataturk, un imponente edificio dove è sepolto Mustafa Kemal Pasa, detto appunto Ataturk, cioè padre dei Turchi. Leader rivoluzionario e Primo Presidente della Repubblica, pose fine a una tradizione secolare, destituendo nel 1922 Mehmet VI°, l’ultimo Sultano, laicizzando le Istituzioni. Di fondamentale importanza per la modernizzazione e il progresso della neonata Repubblica Turca si è rivelata la sua politica di rinnovamento.

Per la notte ci accoglie l’ottimo campeggio statale di Kayas, a 12 km da Ankara sulla strada che dobbiamo intraprendere l’indomani per recarci in Cappadocia: una vera oasi di tranquillità immersa nel verde.

La Cappadocia

Si parte per la Cappadocia, che da sola vale il viaggio in Turchia. Procediamo sulla “D260” fino ad incrociare la “D765”. Decidiamo di fare base a Goreme e da lì visitare le altre cittadine con il nostro scooter, che finalmente viene sceso dal portamoto ed utilizzato. A dire il vero il primo impatto sulle due ruote non è proprio il massimo, visto che veniamo investiti da un’auto guidata da un Turco che, urtandoci dopo averci tagliato la strada, pensa bene di darsi alla fuga. Ebbene sì, non tutti i Turchi sono gentili e ospitali, come i passanti che invece si sono subito messi a disposizione dopo l’incidente per darci soccorso; ma, come si sa, l’eccezione conferma la regola. E proprio a noi doveva capitare l’eccezione?

Comunque, per niente intimoriti, continueremo a fare i centauri facendo base presso il “Kaya Camping” di Goreme, con piscina, docce calde, e quant’altro, al costo di 6,50 euro al giorno per due persone, il camper e l’energia elettrica. Da lì per quattro giorni ci spostiamo in lungo e in largo alla scoperta di quello che è chiamato, in modo azzeccato, il luogo dei “camini di fata”: avendolo visto possiamo solo dire che le fate da lì sono davvero passate! Lo spettacolo che all’improvviso appare davanti agli occhi è semplicemente irreale e fantastico. Si intravedono coni, colonne, pinnacoli di roccia tufacea, a volte sormontati da “cappelli” a volte da “sfere”, che cambiano colore a seconda dell’ora, passando dal rosa pallido dell’alba, al bianco, al giallo e ocra del tramonto. Il ricordo di questi paesaggi inusuali sarà una delle cose più belle che porteremo con noi al rientro dalla Turchia.

Sempre in sella allo scooter visitiamo Uchisar, un villaggio rupestre dominato da un picco di tufo perforato (Kale) che si raggiunge dopo ben 142 scalini; Urgrup e Avanos, distanti pochi chilometri; Zelve, città museo all’aperto; la città sotterranea di Kaymakli, composta da dieci strati, scoperta nel 1964, all’interno della quale si trovano spazi adibiti ora ad abitazioni, ora a stalle, ora a cantine e cucine, ora a chiese, e finanche a prigioni; la Valle di Pankarlik con la Chiesa Rupestre, oltre, naturalmente, al Museo all’aperto di Goreme. Per non incappare nelle comitive di turisti che intasano gli ingressi delle varie cappelle, costringendo a lunghe attese sotto il sole cocente, vi consigliamo di recarvi in questi luoghi o al mattino presto o al tramonto. Per chi non ha la fortuna di potersi portare appresso lo scooter, oltre alla possibilità di affittarne uno in loco, consigliamo di appoggiarsi al campeggio stesso, che fornisce a prezzi modici una guida, fornita di pulmino, che parla inglese.

Sulla strada per Konya

Dopo la Cappadocia il nostro tour prevede, lungo la “D300” che conduce a Konya, la visita al Caravanserraglio di Sultahani, che però si rivela una delusione, in quanto è poco curato ed invaso dai piccioni che ne hanno fatto la loro dimora, con tutto ciò che ne consegue. Di notevole pregio è il portale, finemente decorato. Il termine “Caravanserraglio” designa un edificio con funzioni commerciali, organizzato intorno a una corte centrale: nel pianterreno si trovavano i magazzini, mentre al piano superiore alloggiavano i mercanti forestieri che vendevano le loro merci.

Proseguendo sulla “D300” arriviamo a Konya, che ci colpisce soprattutto per il Monastero di Mevlana, il fondatore nel XIII° secolo dell’ordine dei “Dervisci rotanti”, monaci musulmani il cui nome risale alla parola persiana “Darwich”, cioè povero, che fu sciolto nel 1925 da Ataturk, il quale mise al bando sette e confraternite religiose. I Dervisci comunicavano con Dio attraverso la danza: infatti i loro vorticosi movimenti simboleggiavano l’elevazione verso il cielo, quindi verso l’Onnipotente. Curioso l’abbigliamento dei danzatori, che indossavano un abito bianco, che rappresentava il sudario, un mantello nero che simboleggiava la morte, e un cappello a cono rosso che simboleggiava la lapide. Oggi è possibile assistere a questa singolare danza presso locali di richiamo turistico, dove bravi danzatori riescono a riprodurre i movimenti dei dervisci rotanti, piroettando per diversi minuti sulla punta del piede sinistro, al suono di un piffero. E dopo il sacro, …il profano! Gustiamo delle ottime “pide” (caratteristiche pizze Turche) presso il Sifa Restaurant, che si trova vicino al Monastero, in Mevlana Caddesi. Dopo un breve giro a piedi della città, decidiamo di spostarci verso luoghi più freschi: qui il caldo è davvero insopportabile.

Così, attraverso la “D330” ci dirigiamo alla volta del lago Beysehir, dove il paesaggio cambia notevolmente. Deliziosa la serata trascorsa presso un mini campeggio – ristorante sul lago, dove familiarizziamo con due equipaggi francesi e dove consumiamo una romantica cena a base di pesce di lago.

Le coste dell’antica Licia

L’indomani mattina ci apprestiamo di buon’ora ad intraprendere la discesa che da quota 2000 metri ci porterà, finalmente, giù al mare. Il nostro itinerario, infatti, nella seconda parte del viaggio, prevede un po’ di relax lungo le coste dell’antica Licia e dei litorali Egeo e Mediterraneo. Percorriamo, così, la “D695” che attraversa paesaggi che cambiano continuamente: le zone aride che eravamo abituati a vedere si trasformano in verdi colline e boschi fitti di alberi di alto fusto, che si alternano a vallate sconfinate. Il primo impulso, giunti sulla costa, e precisamente nei pressi di Side, è quello di rigirare i tacchi, pardon le ruote, e di tornare da dove siamo venuti: il termometro del camper segna 46 gradi (!!!) e non c’è verso di trovare un angolino poco poco più fresco. Saltiamo a piè pari la visita del sito archeologico di Side, che ci lascerebbe stramazzati al suolo (sono le due del pomeriggio) e, dopo avere consultato le guide, optiamo per le Cascate di Manavgat, che si trovano in zona. In effetti troviamo un po’ di frescura, anzi, l’acqua è talmente gelida che i piedi, una volta immersi, diventano due cubetti di ghiaccio. Resteremmo lì tutto il resto della giornata, ma il dovere ci chiama. Ritornati al camper, proseguiamo alla volta di Aspendos, dove visitiamo il teatro romano più grande e ben conservato di tutta l’Asia minore.

Attraversiamo Antalya, sempre accompagnati dall’afa, e ci rifugiamo presso un altro luogo fresco: le Cascate del Dudenbasi, famose per essere state teatro del film “Laguna Blu”. Trovarle non è impresa facile: le indicazioni stradali turche sono pressoché inesistenti! Sostiamo lì un’ora buona, il tempo di rinfrescarci sia il corpo (gli spruzzi arrivano da tutti i lati) che la mente (ci illudiamo che l’ondata di caldo torrido sia passata). Ritornati al camper piombiamo nella dura realtà, quando ci rendiamo conto che il caldo torrido persiste! Azioniamo il condizionatore d’aria a tutta manetta e ci dirigiamo sulla “D400”, lungo la costa verso Kemer, dove avremmo dovuto sostare per qualche giorno.

Ma la giornata, che era cominciata male, si concluderà ancora peggio. Non trovato il campeggio di Kemer iniziamo un lungo peregrinare che ci porterà, attraverso una strada stretta e impervia, nel villaggio di Cirali, nei pressi del sito archeologico di Olympos, in serata. L’aria condizionata del nostro camper aveva sino ad allora celato l’afa che ci avrebbe sorpreso appena giunti nel campeggio, se così si può definire, “Green Point”: direttamente sulla sabbia, privo di ombra, con servizi antidiluviani i cui scarichi sfociano direttamente …sul terreno. Ma la giornata nera non è ancora finita: dopo essersi fuso il clacson del camper per il troppo uso nelle curve, si blocca una delle due bombole del gas, che non ne vorrà sapere per tutto il resto del viaggio. Solo un pianto liberatorio salva Monica dalla voglia di rientrare al più presto ai patri lidi!!!

Dopo una notte di afa terrificante decidiamo di andarcene e di saltare la visita dell’antico sito e delle “Chimere”, fuochi fatui frutto di emanazione di gas metano dal terreno. Ci consoliamo, comunque, con uno splendido bagno in un mare cristallino, sulla bellissima spiaggia prospiciente il campeggio, che a causa delle varie disavventure non abbiamo saputo apprezzare. Decidiamo così di raggiungere Kas, sulla costa dell’antica Licia. Di passaggio ci fermiamo a Myra, che conserva una importante necropoli Licia: è veramente spettacolare vedere una parete rocciosa così ricca di tombe rupestri dalle facciate simili ad abitazioni.

Giunti a Kas le temperature sono decisamente migliorate, e il cuore si riapre alla vista di questo delizioso paesino, con il centro pedonale ricco di tanti negozietti e ristorantini. Il campeggio che scegliamo, il “Kas camping”, è in pieno centro, direttamente sul mare e gestito da un simpaticissimo signore che parla un po’ della nostra lingua perché adora gli italiani. L’unico neo è la difficoltà di trovare una piazzola pianeggiante! L’umore è decisamente migliorato: dopo un tuffo in un mare splendido e due docce ristoratrici, andiamo alla scoperta di questo delizioso angolo della Turchia. Ceniamo in uno dei tanti ristoranti del centro, guardiamo i negozi che rimangono aperti fino a tarda sera e facciamo acquisti.

Panorama di Kalkan

La giornata successiva la dedichiamo ad una mini crociera alla volta dell’Isola di Kekova. Lungo il tragitto ammiriamo la città sommersa, alcune tombe licie dalla caratteristica forma a barca rovesciata, e visitiamo il sito archeologico di Simene. La gita, che include un pranzo a buffet in una trattoria dell’isola, si può prenotare presso una delle agenzie che si trovano a Kas, al costo di circa 12,00 euro a persona. Rimaniamo a Kas altri due giorni, durante i quali visitiamo il circondario con il nostro scooter: la spiaggia di Kaputas, la più bella di questa zona; il sito archeologico, nonché la spiaggia di Patara, entrambi una vera delusione, e un paesino davvero delizioso, Kalkan, sul quale è opportuno spendere due parole. La felice posizione a picco sul mare, i gerani alle finestre, le casette bianche con le persiane, le viuzze strette fiancheggiate da negozi di souvenir e una spiaggia di ciottoli, attraversata da una fresca sorgente di acqua dolce che si tuffa nel mare turchese, rendono questa graziosa cittadina il posto ideale per una tranquilla vacanza. Pranziamo al “Belgin’s Kitchen”, un grazioso ristorante dove, seduti per terra tra tappeti, narghilè e fiori, gustiamo i “dolma”, foglie di vite arrotolate ripiene di riso, e degli ottimi ravioli (“manti”) conditi con Yogurt e sugo alla paprica: una vera poesia!

Il tempo passa e dobbiamo lasciare Kas e i suoi dintorni per dirigerci, sempre lungo la “D400”, verso Fethiye e, precisamente a Oludeniz, la spiaggia più famosa di tutta la Turchia, conosciuta anche con il nome di Blue Lagoon. Rimaniamo lì solo poche ore, non risparmiandoci meravigliosi e rilassanti bagni di mare e di sole. La spiaggia si stende in una bianca lingua di sabbia che crea una laguna, all’interno della quale si incastona un incantevole mare dai colori che vanno dal turchese al blu cobalto, e dal celeste al verde smeraldo. Resteremmo lì ore e ore, ma poiché il nostro viaggio prevede ancora diverse mete, lasciamo le nostre sdraio e il nostro ombrellone, e partiamo alla volta del sito archeologico di Kaunos e le tombe rupestri di Dalyan. Ma, come per Side e per Olympos, la canicola ci fa desistere. Kaunos e Dalyan resteranno così il più grande rimpianto del nostro viaggio.

Il litorale egeo

Turgut – Cascate

Puntiamo allora verso Marmaris, la superiamo e ci posizioniamo in una frazione distante circa 22 km., Hisaronu, dove si trova un piccolo campeggio in riva al mare, gestito in modo impeccabile da un gentilissimo signore turco. La tranquillità del posto, l’affabilità e la disponibilità del gestore e di sua moglie, quest’ultima, tra l’altro, un’abile cuoca, la posizione strategica del campeggio, ci conquistano tanto da farci rimanere lì più del previsto. Con lo scooter raggiungiamo Datça, attraverso la “D440”, lungo la penisola di Cnido, che si estende per circa 70 km a strapiombo sul mare, offrendoci pittoreschi scorci. Qui ci concediamo un bagno tra i più belli di questo viaggio, in una caletta facilmente raggiungibile anche con il camper, subito fuori dal paese, superando il porto. Oltre al meraviglioso mare, la cittadina non offre molto, dato che si tratta di una località di villeggiatura. Anche la penisola di Bozburun ci affascina, soprattutto quando visitiamo Horanize, una striscia di sabbia che emergendo dal mare congiunge due lembi di terra, e le cascate di Turgut, immerse in una natura rigogliosa e selvaggia dove è possibile fare il bagno.

La cittadina di Marmaris, invece, si rivela caotica e talmente piena di negozi, da far confondere anche la più accanita amante dello shopping. Al contrario ci piace molto passeggiare al porto, dove sono attraccati i tipici “caicchi”, luccicanti velieri in legno, che ci danno la sensazione di essere in un’epoca ormai remota, quando queste erano le uniche navi che solcavano i mari. Romantica anche la serata in campeggio dove, durante la cenetta a lume di candela, assistiamo al sorgere della luna che da dietro una montagna appare pian piano, fino a scintillare alta nel cielo. Turchia, quanto sei bella! Peccato che la serata sia rovinata dalla morte del nostro cellulare, che ci isolerà dal mondo per il resto del viaggio.

Inesorabile arriva l’ultima settimana di vacanza. Ci spostiamo ancora più ad ovest. e percorrendo la “D400” e la “D330” arriviamo a Bodrum, l’antica Alicarnasso. Qui sostiamo in un campeggio a 3 km dal centro, nella frazione di Gumbet, lo “Zetas Camping”, direttamente sul mare e nelle immediate adiacenze dell’affollato centro commerciale. Bodrum, infatti, è una Marmaris in miniatura, piena di turisti – soprattutto inglesi – di caos e di negozi, che offrono di tutto. L’indomani con lo scooter perlustriamo la penisola di Bodrum, visitando i paesini di Turgutreis e Gumucluk, che non ci fanno impazzire. Nel pomeriggio visitiamo a Bodrum il castello di San Pietro, costruito nel XV secolo per i cavalieri di Rodi. Dalle diverse torri si ha una vista panoramica fantastica su tutto il paese e la baia.

Le città dell’interno

L’indomani è la volta di Pamukkale, che raggiungiamo percorrendo la “D330” in direzione di Milas e Yatagan, poi la “D550” fino a Aydin, e infine la “D320” fino a Denizli, dove finalmente troviamo le indicazioni per Pamukkale, che sembrava irraggiungibile, nonostante da lontano avessimo individuato questa enorme montagna bianca. Pamukkale, che significa “castello di cotone”, è uno dei luoghi più sorprendenti della Turchia. Si tratta di un’enorme roccia calcarea attraversata da un’infinità di sorgenti termali di acqua calda. Quest’acqua, ricca di sali minerali ha depositato nel corso dei secoli i suoi sali di calcio sulla montagna, e versandosi sui bordi dell’alto-piano, ha creato questa unica formazione di stalattiti, cataratte e bacini. Sotto il sole il bianco diventa abbagliante, mentre al tramonto le vasche assumono colori irreali. La zona è attualmente soggetta ad un’azione di recupero, tendente a risanare i danni provocati negli anni dallo sfruttamento turistico. Pertanto è inibito l’ingresso nelle vasche, mentre è consentito passeggiare a piedi nudi dentro la falesia acquosa.

Kusadasi – In camping

Nelle immediate adiacenze, visitiamo il sito archeologico di Hierapolis, città fondata nel 190 a.C. da un Re di Pergamo. Ci affascina la necropoli costituita da centinaia di tombe, dove sembra ci siano le spoglie dell’apostolo Filippo. Per la notte ci appoggiamo ad un mini-camping del luogo, il cui proprietario ci ha letteralmente braccati. L’insistenza con la quale ci veniva offerta ospitalità in cambio di una manciata di soldi, i bimbi che nel campeggio bussavano al nostro camper chiedendo “madame, bon bon”, e la semplicità di quella gente, pur in un luogo turistico, ci ha profondamente intristito, mettendo a nudo l’altra faccia di questo Paese.

La conferma l’abbiamo l’indomani, quando, lasciata Pamukkale, ad un distributore di benzina, per sdebitarsi dal pieno di carburante appena fatto, il gestore ed un aiutante ci lavano da capo a piedi il camper, armati di scope, saponata e tubo. Ancora una volta constatiamo come il popolo turco sia davvero speciale. Ci tuffiamo, quindi, tra le rovine di Aphrodisias, un sito archeologico posto lungo la strada per Kusadasi, nostra prossima meta. La visita delle rovine di quella che fu una città consacrata al culto i Afrodite, Dea dell’Amore e della Fertilità, risulta piacevole: il sito è stato di recente restaurato e sistemato, anche se molti resti originari sono stati assemblati e reimpiegati in altre costruzioni, così da risultare una specie di puzzle.

Il litorale mediterraneo

La vacanza è quasi finita, ed eccoci all’ultima tappa del nostro viaggio: Kusadasi (Isola degli Uccelli), una graziosa cittadina sul mare, famoso porto turistico internazionale. Decidiamo di fare base lì e visitare gli ultimi siti archeologici che avevamo incluso nel nostro viaggio. Il campeggio di Kusadasi, “l’Onder”, è davvero un bel posto. Si trova in centro, le piazzole sono ampie e ben alberate, i servizi sono forniti di acqua calda, e c’è anche una piccola piscina. Ci concediamo in questi ultimi quattro giorni anche un po’ di relax: sveglia tardi, momenti oziosi passati sulle sdraio all’ombra dei pini della nostra piazzola, e qualche bagno al mare.

Naturalmente visitiamo Efeso, una delle più importanti città antiche della Turchia. La città, costruita sotto la dominazione Greca all’insegna del culto della Dea Artemide, passata sotto il dominio Romano divenne capitale della Provincia dell’Asia Minore nel I° secolo a. C., e nel I° secolo d. C. fu consacrata al Cristianesimo. Qui vissero gli ultimi anni della loro vita San Giovanni Battista e la Vergine Maria. Tra le rovine ammiriamo il Teatro, il Ginnasio, i Bagni e l’Agorà; particolarmente maestosa la Biblioteca di Celso, fotografata in tutti i libri di storia dell’arte.

Selçuk, distante 3 km. da Efeso, visitiamo la Moschea di Isa Bey, un edificio selgiuchide del XIV secolo, con un bellissimo portale a stalattiti, e la Basilica di San Giovanni, costruita nel VI secolo dagli Imperatori Teodosio e Giustiniano sul luogo della tomba del Battista che qui era morto nel I secolo d.C. Ci incuriosisce, infine, la visita di Meryemana, un piccolo Santuario costruito sulla casa dove si pensa sia vissuta e morta Maria.

Il cerchio si chiude

Lasciata Kusadasi, attraverso la “D550” (E87), completiamo il nostro bellissimo tour della Turchia, ritornando nello stesso luogo da cui 25 giorni prima era iniziato, cioè a Cesme, dove il cerchio si chiude. Arriviamo con un largo anticipo per visitare la cittadina e i suoi dintorni, visto che la partenza della nave è prevista soltanto per le 5 del mattino successivo (!). Ci concediamo, così, qualche ora di vero relax presso il centro termale di Sifné, dove ci immergiamo nelle sue piscine di acqua termale a 40°. La sera visitiamo il centro storico di Cesme, piccolo ma grazioso, parcheggiando il camper in un comodissimo parcheggio a pagamento di fronte il Castello Genovese, dove attendiamo il via per l’imbarco insieme ai nostri amici fiorentini, conosciuti sulla nave dell’andata.

Le lunghe formalità doganali dell’andata si ripetono, con i doganieri che in qualche caso salgono sui mezzi. Finalmente a bordo della nave abbiamo la grande sorpresa di trovarci a disposizione, al contrario che all’andata, parecchio spazio sul ponte. Così i due giorni di viaggio sulla nave che ci riporterà in Italia trascorrono piacevolmente, insieme ai nostri amici di Sesto Fiorentino, sulle sdraio e sulle sedie comodamente piazzate sul ponte, scambiandoci notizie sulle rispettive avventure e disavventure di questo viaggio in una terra così lontana, ma così vicina, nella quale sicuramente prima o poi ritorneremo.

Oltre al sole, al mare, alle rovine storiche, alle città d’arte, della Turchia ricorderemo anche le scene di vita nelle quali l’uomo è protagonista. Camion carichi di uomini, donne e bambini che vanno o tornano dal lavoro nei campi; donne inginocchiate per ore ed ore a tessere con infinita pazienza i famosi tappeti; colonne di donne in fila indiana che si incamminano a piedi lungo le strade statali, verso le piantagioni di riso e di tè; contadini a dorso di muli carichi all’inverosimile; bambini che per gioco hanno soltanto la strada e quello che vi trovano sopra; e infine, gli occhi dei turchi, non importa se giovani o vecchi, se uomini o donne, se abitanti delle grandi città o dei villaggi più sperduti, che sembrano dirti “grazie” per aver visitato il loro paese.

Monica Trizzino
Foto di Filippo Milazzo

(2000)