Il periplo della penisola iberica

Dal Paese Basco a Santiago de Compostela, da Porto a Lisbona.

 

Il Parco El Rinconìn di Gijon con una scultura dal titolo La Solidaridad

L‘estate scorsa abbiamo deciso di fare di Spagna e Portogallo le mete del nostro viaggio d’agosto. Non si è trattato della nostra “prima volta” nella penisola iberica, ma è noto che chi vuol conoscere veramente una nazione (figuriamoci due!) non può accontentarsi di una sola visita, ma deve tornarvi più e più volte; e ogni volta proverà emozioni, ne riceverà impressioni e scoprirà luoghi assolutamente nuovi. Del resto è molto utile visitare più volte uno stesso paese nel corso degli anni. Ciò consente di apprezzarne i cambiamenti che con il trascorrere del tempo inevitabilmente si producono sullo stile di vita, sull’economia e persino sul paesaggio.

Spesso noi italiani (e noi siciliani in particolar modo), in maniera un po’ provinciale, di ritorno dai nostri viaggi all’estero, facciamo un’esaltazione sperticata di ciò che abbiamo visto, paragonando in modo denigratorio il nostro Paese al resto del mondo. Ora, se ciò a volte è giustificato (è vero, infatti, che abbiamo spesso molto da invidiare agli altri Paesi in termini di servizi, di infrastrutture, ecc.), altre volte non lo è affatto. Ecco perché, quando ho avuto modo di scambiare qualche impressione sulla Spagna con chi vi era stato di recente prima di me, sentendo immancabilmente affermare che “la Spagna ci ha superati di gran lunga”, immaginavo si trattasse della solita esagerazione provinciale di cui dicevo prima.

Ebbene, nel caso della Spagna non si tratta affatto di un’esagerazione, anche se è necessario chiarire in che cosa siamo stati superati. Se il “sorpasso” è riferito all’aspetto economico, non credo si sia ancora verificato, come ammette lo stesso premier Zapatero (il quale si dice certo, però, che il reddito pro-capite spagnolo supererà quello italiano nel giro di quattro anni) e come affermano fior di analisti economici che addirittura dicono di guardare con prudenza al miracolo economico spagnolo, visto che gran parte della presunta ricchezza di questa nazione è da imputare ai fondi strutturali europei, ai quali la Spagna ha attinto a piene mani e con grande abilità, e visto che la stessa ha basato la sua crescita su settori poco strategici a lungo termine, commettendo l’errore di non puntare sulla grande industria produttiva e di destinare pochissime risorse alla ricerca e allo sviluppo.

Se, invece, il “sorpasso” è riferito al senso civico, al rispetto del proprio patrimonio artistico, culturale e ambientale, alla voglia tenace di assumere un ruolo di punta nel panorama europeo, allora francamente penso che il suddetto sorpasso si sia effettivamente verificato. L’avere avuto la possibilità di visitare la Spagna per tre volte negli ultimi vent’anni, mi ha consentito di constatare, infatti, la sua incredibile evoluzione verso uno stile sempre più moderno ed avanzato, che ha portato questo Paese da una situazione quasi terzomondista ad un’altra che potremmo definire post-moderna. E questo salto a pie’ pari verso la modernità, anzi la post-modernità, è stato accompagnato, direi forse anche agevolato, dal profondo senso civico spagnolo e dalla notevole cura di ciò che appartiene a tutti.

Ogni piccola città, dal nord al sud del paese, è testimonianza di questa grande civiltà: enormi spazi verdi, una concentrazione – forse unica in Europa – di aree pubbliche di gioco riservate ai bambini, strade e spiagge curatissime e un notevole senso estetico e scenografico che, a mio avviso, raggiunge il suo culmine nella città di Valencia, dove moderne opere mozzafiato si ergono in viali punteggiati dalle interminabili macchie di colore delle azalee e di altri fiori ornamentali.

Il Paese Basco

Ma veniamo al viaggio. Dopo aver attraversato la Francia e aver fatto la sosta di un giorno a Lourdes, la nostra prima tappa spagnola è la città di San Sebastian o Donostia, a seconda che la si chiami in castigliano o in Euskara, la lingua basca. Si tratta di una città situata nella Spagna nord-occidentale, di fronte il Golfo di Biscaglia, distante appena 20 km. dal confine francese. Qui incontriamo l’equipaggio delle sorelle Amico e di Ninni e Concetta Fiorentino e insieme con loro sostiamo nel campeggio cittadino che si trova sul monte Igueldo.

La mattina seguente è dedicata alla visita della città. Lasciamo il campeggio con un bus che ci porterà fino a valle, affidandoci alla guida a dir poco spericolata di un autista un po’ troppo disinvolto nell’affrontare curve a gomito e ripide discese. Non riesco a tranquillizzarmi neanche vedendo i volti imperturbabili dei passeggeri locali, evidentemente abituati alla guida sportiva di questo Schumacher basco.

Finalmente arriviamo sani e salvi in città e San Sebastian si presenta ai miei occhi molto diversa da come l’avevo immaginata. Sapevo trattarsi di una rinomata località turistica ma, non essendomi documentata appropriatamente prima dell’arrivo, mi aspettavo – non so perché – qualcosa di simile ad un pittoresco villaggio di pescatori. E invece si tratta di una città con una forte vocazione turistica (supportata da belle spiagge), ma che presenta anche un’aria aristocratica, probabilmente retaggio di un passato lontano in cui persino la regina Isabella II veniva , con tutta la corte al seguito, a trascorrere le sue vacanze. Un volto aristocratico di cui sono testimonianza molti edifici, alcuni dei quali finemente ornati con stucchi bianchissimi.

San Sebastian offre la possibilità di godere del mare e delle sue splendide spiagge: la Playa de la Concha, la più bella; la Playa de Ondarreta; la Playa de la Zurriola, quest’ultima una specie di paradiso dei surfisti. Ma a San Sebastian ci sono anche i monti da cui è possibile ammirare un paesaggio suggestivo: il monte Urgull, con il suo castello e l’imponente statua del Cristo, e il già citato monte Igueldo, a ovest della città, raggiungibile anche in funivia. Le chiese che ci colpiscono di più sono, peraltro, quelle di maggior pregio artistico: la Iglesia de Santa Maria del Coro e la Iglesia de San Vincente, il luogo di culto più antico della città.

San Sebastian è sicuramente un luogo piacevole in cui trascorrere del tempo, ma il lungo viaggio che ci attende per percorrere il periplo della penisola iberica ci impone di non dedicare più di un paio di giorni alla cittadina basca. Così, salutati nonna Rosaria, le zie Giovanna e Maria, Ninni e Concetta, riprendiamo il nostro viaggio alla volta di Bilbao, che è per noi soltanto una tappa intermedia, una sorta di scalo tecnico.

Appena entrati nella città, ci colpisce il suo impianto moderno (peraltro, ha recentemente subito un rinnovamento urbanistico), mentre l’attenzione dei nostri bambini viene catturata dalle immancabili aree di gioco (davvero tante lungo il fiume Nerviòn) e soprattutto da una gigantesca statua posta sulla sommità di un edificio raffigurante un grande felino, che alcuni di noi sostengono essere una tigre, altri un leone (la piccola diatriba familiare non ha mai trovato soluzione!).

Il Mare Cantabrico a Foz

Lungo le sponde del fiume si erge anche il celeberrimo museo Guggenheim, inaugurato nel 1997, che occupa una superficie di ben 24.000 mq e che risulta composto da una serie di volumi interconnessi in modo spettacolare, rivestiti da 30.000 lamine di titanio (il che gli è valso il soprannome affettuoso di “nave spaziale”). Con la splendida giornata di sole che troviamo a Bilbao, il luccichio del Guggenheim ha quasi un effetto doloroso sui nostri occhi, ma è al tempo stesso un forte richiamo verso un edificio che è,in definitiva, un contenitore di opere d’arte e un’opera d’arte esso stesso. Una visita è dunque d’obbligo.

L’impressione che riceviamo da Bilbao è quella di una città moderna, notevolmente organizzata ed efficiente, forse più sul modello di una città tedesca, o comunque nord europea, che non sul modello delle città iberiche, per lo meno così come sono concepite nell’immaginario collettivo.

Da Bilbao ci spostiamo nella vicina Laredo, anche per tener fede alla promessa fatta ai nostri bambini di una vacanza anche di mare e di spiagge. La nostra scelta cade su Laredo perché la guida ce la segnala come una delle più belle località balneari di questa parte della Spagna. Ma appena giunti in questa cittadina, sulle prime rimaniamo delusi perché ci troviamo a percorrere una lunghissima strada, che porta fino al promontorio di Santona, caratterizzata da una sequela infinita di orride palazzine anni ’70 ad uso e consumo di migliaia di turisti stagionali. Ma dopo qualche chilometro finalmente la strada, fino ad allora piuttosto angusta, si allarga e in quel punto scopriamo una delle più belle spiagge mai viste: una spiaggia lunga 4 km, larga 200 metri e con un bagnasciuga sconfinato.

Ci fermiamo, insieme a tanti altri camper provenienti da ogni parte d’Europa, proprio in riva al mare, godendo di una veduta incredibile sul Mare Cantabrico. In spiaggia vi sono docce, passerelle di legno, bagnini e persino un punto di pronto soccorso. Ma qui non vi è traccia di quelle “lottizzazioni” dei vari stabilimenti balneari che da sempre imperano nelle nostre coste; qui non hanno cittadinanza le distese di sdraio e ombrelloni in affitto: soltanto una spiaggia sconfinata e pulitissima. Scusate se è poco! Peraltro, mi preme sottolineare che questa grande cura delle spiagge è un’altra meritoria caratteristica spagnola, che abbiamo riscontrato tanto nelle spiagge della costa atlantica, quanto in quelle della costa meridionale da Malaga a Cartagena. A Laredo scopriamo anche una immensa pista ciclabile che costeggia il lungomare, un po’ sullo stile californiano, che percorriamo interamente con le bici regalando ai nostri bimbi un momento di autentica felicità.

Tra Asturie e Galizia

Da Laredo, proseguendo sulla E70, arriviamo a Gijon, che si trova nel principato delle Asturie. Ancora una volta si tratta di una città che ci sorprende perché curata in maniera “tedesca”, ma dalla quale, al tempo stesso, promana quel calore e quella passionalità che ci si aspetta da una città spagnola. Gijon è una città dalla storia millenaria: la sua fondazione risale ad epoca romana e non è un caso che qui si possa ammirare anche un monumento ad Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano.

Dopo aver attraversato il centro cittadino, arriviamo nel lungomare in cerca di un luogo di sosta. La presenza di altri camper ci segnala un comodo parcheggio a pochi metri dal centro, che si trova giusto nel cuore di uno dei tanti polmoni verdi della città: il parco El Rinconìn.

Gijon è una città che offre davvero tanto al turista. Qui la natura è trapiantata nel contesto urbano. Parchi e giardini si estendono su una superficie di circa 1 milione e mezzo di mq: il parco di Isabella la cattolica, il parco inglese, il nuovo parco Cabo San Lorenzo, Los Pericones, il già citato El Rinconìn, il giardino botanico, soltanto per citarne alcuni. E inoltre tantissime le aree ricreative che sorgono su immensi prati inglesi e che offrono (gratuitamente) innumerevoli servizi: barbecue per le grigliate, acqua potabile, le immancabili zone infantili in cui lasciar giocare in tutta tranquillità i più piccoli, e tanto altro. Tutto ciò stupisce chi come noi viene da posti nei quali pochissimo spazio è concesso alla natura e vedere i gijonesi sdraiati su quei verdissimi prati sotto casa, accarezzati dalla brezza cantabrica, ci fa comprendere quanto scadente sia la qualità della vita nei nostri centri urbani.

El Rinconìn è un grande parco proprio sopra il Cantabrico in cui ci si imbatte in un buon numero di sculture moderne. Una in particolare ha catturato la mia attenzione: “Solidaridad” di Pepe Noja, realizzata in acciaio inossidabile. Questa scultura è composta da quattro forme cilindriche forgiate fino a formare degli anelli che si congiungono. Si tratta, quindi, di una catena, ma di una catena fortemente simbolica in quanto significa unione e libertà al tempo stesso, visto che gli anelli si congiungono ma rimangono aperti, non perdono la loro indipendenza. Probabilmente è un’opera che simboleggia l’essenza stessa della Spagna (per lo meno a me così pare), caratterizzata da forti regionalismi ma anche da un profondo senso di unità nazionale. E il riferimento potrebbe essere esteso (ma tenete conto che il mio parere è assolutamente incompetente, soltanto basato su un intuito non so quanto azzeccato) all’Unione europea, come entità istituzionale ma anche come sentimento comune di tanti popoli che si uniscono senza tuttavia perdere la propria individualità. Chissà cosa ne penserebbe l’autore di questa lettura…

Attraversato El Rinconìn, giungiamo in un lungomare tra i più spettacolari che ci sia mai capitato di vedere, il Paseo de San Lorenzo prospiciente la spiaggia di San Lorenzo; una spiaggia enorme (250.000 mq), che il ciclo quotidiano delle maree divora e restituisce continuamente secondo degli orari ben precisi, quasi si trattasse di un gioco tra il Mare Cantabrico e la città.

Il Paseo de San Lorenzo è una sorta di magnifica terrazza che si affaccia sull’azzurrissimo Mare Cantabrico, lunga ben 3 km e pullulante di vita ad ogni ora. Lungo il Paseo un’altra scultura attira la mia attenzione: raffigura una donna con le vesti e i capelli al vento che guarda il mare, sollevando la mano in segno di saluto. E’ lo struggente monumento alla madre dell’emigrante di Roman Muriedas, che rende omaggio ai tanti affetti divisi dall’emigrazione asturiana, ma che in realtà potrebbe benissimo assurgere alla dignità di simbolo di tutti i popoli del mondo (compreso il nostro) che conoscono questa dolorosa realtà.

Alla fine del Paseo prendiamo un taxi e dopo pochi minuti ci troviamo a Cimadevilla, il quartiere più alto di Gijon, dove vi sono un gran numero di monumenti, tra cui la casa natale (oggi museo) del gijonese più illustre, vale a dire Jovellanos, che fu letterato ma anche figura decisiva per lo sviluppo economico, culturale ed urbanistico della città. Segnalo infine a Gijon la chiesa di San Lorenzo, un esempio di gotico spagnolo del basso medioevo, di fronte alla quale è possibile ammirare un’originale struttura composta da un porticato che sorge su una grande vasca ricoperta interamente di azulejos e più in là una poderosa fontana.

Usciti da Gijon imbocchiamo la A8, che poi diviene la N632.

Si tratta di una strada molto panoramica che dalle Asturie porta fino alla Galizia e dalla quale vediamo susseguirsi tante spiagge meravigliose. Lungo il percorso superiamo città note a chi ama il mare di questa zona della Spagna: Cudillero, Luarca, Tapia de Casariego e Ribadeo, che segna proprio il confine tra Asturie e Galizia.

Questo tragitto, reso splendido anche dalle numerosissime ortensie che da queste parti sembrano sorgere spontaneamente, costituisce per noi una sorta di supplizio di Tantalo. Infatti desidereremmo andare subito in una di quelle splendide spiagge bianchissime, ma, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a fermarci nel lungomare perché i parcheggi, sia pur presenti in buon numero, sono troppo piccoli e affollati per un mezzo ingombrante come il nostro. Cerchiamo allora di sistemarci almeno in uno dei tanti campeggi della zona, ma niente da fare: anche i campeggi da queste parti sono piuttosto piccoli e quindi gremiti fino all’inverosimile in pieno agosto.

Finalmente riusciamo a fermarci a Foz, un paesino microscopico a pochi chilometri da Ribadeo. Qui, in un parcheggio con vista sul mare nel quale sono presenti un paio di altri camper, troviamo una piccola area attrezzata antistante il parcheggio con tavoli da pic-nic. C’è anche una fontanella di acqua fresca. Ci sistemiamo e trascorriamo una magnifica notte con vista sull’Oceano. Cosa desiderare di più?

L’indomani, scesa la scalinata che ci separa dalla spiaggia, scopriamo un bagnasciuga “oceanico” sul quale i nostri bimbi, insieme ad altri bimbi spagnoli, corrono, si rotolano e giocano con delle alghe gigantesche, con una felicità che solo i piccoli sanno davvero trarre dal puro e semplice godimento della natura. In quella immensità mi sembrano due minuscoli granelli di sabbia ed io stessa mi sento infinitamente piccola.

Verso Santiago de Compostela

Nel pomeriggio ci rimettiamo in marcia, questa volta in direzione A Coruna. Ci troviamo nell’estremo nord-ovest della Spagna e A Coruna (in galiziano) o La Coruna (in castigliano), che dir si voglia, si presenta subito ai nostri occhi come una città in cui il mare costituisce da sempre l’elemento preponderante e condizionante delle vicende locali. Lo lasciano intuire l’assetto urbanistico della città, fortemente caratterizzato dal bellissimo Paseo Maritimo (lungo 9 km) che abbraccia tutta la penisola; la famosa Torre di Hercules (68 metri di altezza e ben 242 gradini), che è il monumento più risalente e il faro romano più antico in funzione a tutt’oggi; un museo sul lungomare significativamente chiamato la casa dei pesci. Sul lungomare si trova anche il Castillo de San-t’Anton, sede del museo militare.

Nonostante siano le 9 di sera quando arriviamo, il sole splende alto nel cielo come da noi alle 5 del pomeriggio. Dopo aver trovato posto in un parcheggio del lungomare (in cui però la sosta è consentita soltanto la sera), decidiamo di fare una passeggiata per la città. Sul Paseo Maritimo si immettono tante viuzze che portano al nucleo più antico di A Coruna. Percorrendone una, piena di negozi e di una chiassosa folla multietnica, arriviamo all’improvviso in Praza de Maria Pita, una grandissima piazza rettangolare delimitata da edifici monumentali, tra cui l’Ayuntamiento, cioè il palazzo del Comune.

La Cattedrale di Santiago de Compostela

Guardando a questi edifici si scorgono le “galerias”, tipiche di A Coruna e di tutta la Galizia, che non sono altro che dei balconi chiusi da una veranda di vetro (da cui l’appellativo di A Coruna: una città di cristallo) la cui funzione è quella di poter osservare il passeggio sulla strada rimanendo al caldo della veranda di vetro e riparati dal vento freddo dell’Oceano.

Praza de Maria Pita è dedicata a quell’eroina galiziana famosa per aver ucciso, durante l’attacco sferrato da Francis Drake alla città l’ufficiale inglese che portava le insegne reali; gesto questo che risvegliò l’orgoglio e il coraggio dei corunesi che costrinsero le truppe inglesi a ritirarsi. Il riferimento a questo episodio probabilmente è indicativo della fierezza e del temperamento indomito dei corunesi.

Dalla Coruna a Santiago de Compostela il tragitto è breve. Santiago è il capoluogo della Galizia situato, a 200 metri s.l.m, noto perché meta sin dal medioevo dell’omonimo “cammino” verso la tomba dell’apostolo Giacomo, un pellegrinaggio che attraversa la Spagna settentrionale per chilometri. Ma Santiago non è soltanto luogo di fede, ma anche sede universitaria con più di 500 anni di storia.

I parcheggi cittadini sono tutti affollatissimi, ma riusciamo ugualmente a fermarci nella zona nuova della città, che è un po’ periferica. Dopo aver percorso una lunga strada in salita, arriviamo sino al monastero di San Francesco, fondato proprio dal “poverello” nel periodo trascorso a Santiago. Da qui parte una ampia strada che immette nella piazza della cattedrale, dove l’atmosfera è resa suggestiva da musicisti che suonano antiche melodie medievali. Ciò che immediatamente balza ai miei occhi è il colore scuro della pietra locale utilizzata per le costruzioni, anche per la Cattedrale. Ciò richiama alla mia mente le chiese viste in Inghilterra e in Scozia tanti anni fa, anche quelle fatte di una pietra scura molto simile. Sarà forse perché da qualche parte ho letto di un’origine celtica di Santiago?

La cattedrale è veramente maestosa. All’interno troviamo una folla di gente non proprio in religioso silenzio, tanto che dall’altoparlante una voce profonda (e un pochino inquietante per la verità), richiama più volte tutti al rispetto che il luogo merita. Al centro dell’altare, mentre tutto il resto sembra volutamente essere collocato in una tenue penombra, spicca la statua del santo, illuminata da un fascio di luce che rende ancora più luccicante il color oro che la caratterizza. La gente sfila per abbracciare o anche semplicemente sfiorare il busto di San Giacomo, momento culminante di tanti cammini di fede.

La Cattedrale si affaccia su Praza do Obradoiro, la principale piazza di Santiago, che ospita il collegio di San Jeronimo, il collegio Fonseca, Pazo Raxoi (edificio molto bello in cui si svolge tutta l’attività amministrativa della città) e l’antico Ospedale reale, oggi sede di uno dei “Parador” più belli di tutta la nazione. Santiago è per il momento la nostra ultima tappa spagnola. L’indomani siamo già in Portogallo, precisamente a Porto.

Il Portogallo

Praca do Commercio a Lisbona

Se ci si aspetta da Porto l’ordine, la cura e l’efficienza riscontrate nelle città spagnole fino a quel momento viste, si rimane inevitabilmente delusi, in quanto la città presenta edifici che avrebbero bisogno di immediata manutenzione, rumorosissimi cantieri aperti pressoché ovunque e strade non proprio pulitissime. Ma se ci si sforza appena di guardare più in profondità per cogliere la vera essenza di questa città, non ci si può non innamorare di Porto, per quella originalità che la caratterizza e che la rende unica nel panorama mondiale (un fascino che Pippo ha avuto il merito di cogliere per primo).

La città si trova sulle rive del fiume Douro ed ha un aspetto collinare che ha messo a dura prova il nostro allenamento. Percorrendo la Avenida Henriquez, una delle principali vie della città, si trovano la chiesa di Santa Clara e La Sé, la cattedrale. Dalla piazza antistante la Cattedrale si gode un panorama strepitoso di buona parte della città, caratterizzato da un numero infinito di vecchie casine, molte delle quali maiolicate, addossate le une alle altre, con piccoli balconi pieni di panni stesi. E’ un paesaggio che presenta qualcosa di familiare (potrebbe benissimo trattarsi di una città del nostro sud) e che ricorda l’atmosfera evocata da Guttuso ne “I tetti di Palermo”.

Proseguendo, dopo la stazione di Sao Bento (che merita assolutamente una visita perché interamente ricoperta di azulejos), si giunge in quello che può essere considerato il cuore della città, la Praca da Libertà, con al centro la statua equestre di Dom Pedro IV. Poco distante è la chiesa Dos Clerigos, caratterizzata da una altissima torre, da cui si può godere un bel panorama. Dalla piazza della Libertà parte la zona pedonale dove si trovano i migliori locali e negozi di Porto e che è sempre molto animata. Dopo aver tanto girovagato, è proprio a questo punto della nostra escursione che avverto la sensazione che questa città manchi di qualcosa. E all’improvviso la folgorazione: non ci sono affatto (o per lo meno a noi non è capitato di vedere) insegne come “McDonald’s” o “Pizza Hut”. Insomma, sembra proprio che questa città sia sfuggita all’omologazione del mondo moderno, del villaggio globale. Comincio ad apprezzarla sempre di più!

Dall’ampio parcheggio lungo il fiume Douro nel quale ci troviamo, calata la sera, ammiriamo l’altra sponda, illuminata in maniera spettacolare e nella quale comprendiamo esservi molta animazione. Si tratta del quartiere Vila Nova de Gaia, pieno di locali caratteristici e celebre perché ospita numerose cantine in cui è possibile degustare il rinomato vino Porto. Da non perdere a Porto è anche l’escursione lungo il fiume Douro: il cosiddetto “giro dei 6 ponti” ha un costo più che abbordabile.

Per chi, come me, non sa rinunciare al rito del caffè, troverà utile sapere che solo in questa città ho avuto modo di gustare un caffè degno di questo nome: la parola chiave da pronunciare, però, e “curto”. Buone anche le “pastel de nata”, dolci di pasta sfoglia con crema pasticcera; mentre assolutamente da evitare (per lo meno se volete arrivare fino alla fine del viaggio!) la “francesinha”, una bomba ipercalorica fatta di pane tostato, carne, prosciutto uovo e formaggio fuso.

La nostra seconda tappa portoghese è la capitale, Lisbona. Dal “Campismo” comunale, un bel campeggio cittadino nel quale siamo tuttavia costretti a fare un check-in di ben due ore, partiamo per il nostro tour di Lisbona, città nella quale torniamo dopo ben sedici anni. Condensare in poche parole tutte le sensazioni che una città come questa offre al turista è in pratica impossibile. Si tratta di una città nella quale avverti fortemente una vocazione atlantica, per i suoi storici legami con l’America Latina, e il Brasile in particolar modo. Ciò le conferisce un aspetto esotico che è possibile cogliere nei volti della gente, ma anche nei nomi dei locali (“Churrascaria Brasil”, “Snack bar O Zè Carioca”,ecc.) di quartieri come il Rato.

Ma Lisbona si presenta agli occhi del turista anche come una città dalla vocazione europea, se non altro per un certo impianto urbanistico (risalente ad un’epoca successiva a quella del famoso terremoto del 1755) che ricorda strade e piazze già viste in città come Parigi. Esempi significativi sono l’Avenida de Libertade, arteria elegante che collega la rotonda del Marchese de Pombal alle piazze del Rossio e che è chiaramente ispirata agli Champs-Elysees, e la celeberrima Praça do Commercio. che con i suoi portici e la sua maestosità ha un’aria molto parigina.

Il taxi (il cui costo è ben lontano da quello dei taxi italiani: appena 6,50 euro) ci lascia proprio a Praça do Comercio, la piazza più grande ma anche quella più in basso di tutta la città. Una piazza spettacolare che si affaccia sul Tejo, la cui grandezza è stata concepita, da chi l’ha progettata, come strumento per impressionare quanti giungevano a Lisbona attraverso il suo fiume.

Attraversata la piazza, si giunge ad un arco che immette a Rua Augusta, la strada forse più turistica della città, piena di negozi e ristoranti. Percorrendo Rua Augusta, sul lato sinistro della strada, si incontra l’Elevador da Gloria, una funicolare d’epoca che consente di coprire il dislivello tra la Baixa, cioè la zona bassa della città, e il Bairro Alto, il quale è noto per essere la collina degli artisti: qui è nata la regina del fado Amalia Rodrigues, e qui si trova pure la casa museo di Fernando Pessoa, il grande poeta degli eteronomi.

Rua Augusta è una sorta di spartiacque tra due quartieri: il Chiado (dove, in una piazzetta molto frequentata, si trova la statua raffigurante un Pessoa seduto al tavolino di un bar) e l’Alfama, dominato dal Castelo de Sao Jorge, quartiere un po’ fatiscente, ma sicuramente pittoresco. In questa zona si trova il duomo (“Sé Patriarcal”), molto antico, che merita di essere visto anche perché è l’unica chiesa di età medievale di Lisbona.

Lisbona

Altrettanto imperdibili sono il Miradouro de Santa Luzia, da cui si gode un meraviglioso panorama sul fiume e sulla città vecchia, e la balconata di San Vincente, da cui transitano i colorati “eletricos”,i tipici tram cittadini. La linea più battuta è la 28, perché attraversa gran parte del centro storico. Da qui si vede la città antica con le sue ripide scalinate, le terrazzine, le fontane e le sue piccole taverne, dove si suona e si canta ancora il fado e si beve la ginginha, un liquore di ciliegie. E’ una parte della città che mi ricorda la Lisbona degli anni trenta (in pieno regime salazarista) descritta da Antonio Tabucchi nel suo bellissimo libro “Sostiene Pereira”, che ha avuto anche una trasposizione cinematografica con uno strepitoso Marcello Mastroianni.

Il bus turistico di cui ci siamo serviti per girare tutta la città e che abbiamo preso a Praça do Commercio (per un costo di 14 euro a persona), ci porta infine a Belèm, il quartiere sul Tejo da cui partirono i conquistadores portoghesi. Passeggiando lungo l’Aveni-da da India godiamo della splendida giornata di sole che rende ancora più luccicante la superficie del Tejo, che per la sua vastità e per il fatto di essere solcato ripetutamente da immense navi (che quasi sfiorano il ponte 25 Aprile), ci appare più simile ad un mare che ad un fiume.

A Belèm due, almeno, le soste obbligate: la prima è al Mosteiro dos Jeronimos, uno straordinario esempio di architettura manuelina, che ospita le memorie dei lisbonesi più importanti, da Vasco De Gama a Luis Vaz de Camoes (il Dante Alighieri lusitano) ad Amalia Rodrigues a Fernando Pessoa; la seconda è la Torre di Belèm, costruita fra il 1514 e il 1520, che faceva parte del complesso di difesa di Lisbona e famosa anche perché da qui partì Vasco De Gama alla conquista dell’impero. Questo monumento, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, offre degli scorci affascinanti del fiume Tejo dalle sue tante finestre e caditoie.

Lasciamo a malincuore Lisbona, attraversando il Ponte 25 Aprile. Usciti da Lisbona, imbocchiamo la A2 che ci riporterà in Spagna e precisamente a Siviglia. Percorrendo la A2, prima di lasciare definitivamente il Portogallo, abbiamo la possibilità di attraversare l’Algarve, la regione meridionale del Portogallo e forte sarebbe per noi la tentazione di fermarci nei paesini costieri di Lagos, Albufeira, Faro, dove le case bianchissime e il mare cristallino hanno un forte sapore mediterraneo. Ma questa sarà forse la tappa della nostra quarta volta nella penisola iberica!

Un particolare di Plaza de Espana a Siviglia

Dopo un viaggio lungo 465 km. arriviamo finalmente a Siviglia. Entriamo in città da nord e subito ci sfilano davanti i padiglioni dell’ Exposicion Iberoamericana del 1929, che sono magnifici palazzi di svariati stili (fondamentalmente decò) ognuno dei quali dedicato ad un paese diverso (Brasile, Messico, Guatemala, ecc.). Riusciamo a sistemarci in una via centralissima (calle de la Rabida, dove vi sono numerosi altri camper, quasi tutti italiani) e che si trova proprio di fronte la Real Fabrica De Tabacos.

Quest’ultima (oggi sede del Rettorato dell’Università di Siviglia e di alcune facoltà), costruita fra il 1728 e il 1776, fu la più grande fabbrica di tabacco dell’Europa del XVIII secolo ed è stata resa celebre da Merimeè che qui ambientò la sua “Carmen” (che sarà poi anche l’eroina dell’omonima opera di Bizet). Di fronte la Fabbrica de Tabacos, percorrendo calle Palos de la Frontera, si trova il palazzo di San Telmo, uno stupendo edificio barocco che ha ampi spazi verdi e che oggi, dopo una storia movimentata, è la sede della Presidenza della Giunta dell’Andalusia. Alle sue spalle è invece possibile ammirare un hotel davvero singolare: si tratta dell’Hotel Alfonso XIII, degno di nota perché trattasi di un edificio in stile regionalista, terminato nel 1928, con dei giardini curatissimi.

Percorrendo l’Avenida de la Constitucion, si arriva dritti alla Cattedrale. La Cattedrale di Siviglia è caratterizzata da una notevole eterogeneità di stili: essa riflette l’ultimo periodo del gotico, ma al suo interno vi sono anche notevoli elementi rinascimentali. Ciò che colpisce è che essa, più di ogni altro monumento sivigliano, sembra essere un compromesso tra il mondo arabo e quello occidentale; ciò in quanto sorge su una preesistente moschea che tuttavia non è stata cancellata del tutto. Esempio mirabile ne è la Giralda, il campanile, che altro non è che un minareto, sia pure con l’aggiunta di qualche elemento cristiano successivo come l’angelo posto alla sua sommità, che simboleggia la vittoria cristiana sul mondo musulmano. Chi desiderasse scalare i 94 metri della Giralda, tenga presente che non avrà faticosi gradini da affrontare, ma 35 agevoli rampe che pare furono escogitate per consentire la salita a cavallo degli anziani muezìn. La Cattedrale, coi suoi 116 metri di lunghezza per 76 di larghezza, è il più grande monumento della cristianità dopo San Pietro a Roma e San Paolo a Londra.

Nelle immediatezze della Cattedrale, nella Piazza della Virgen, si trova la Sede Vescovile, un bell’edificio barocco. Nei pressi si trova anche l’Alcazar Real, che è il secondo grande complesso monumentale di Siviglia. Vi si entra dalla Porta del Leòn, nella Piazza del Triunfo. Si tratta di un antico alcazar musulmano (una cittadella murata che ha da sempre avuto funzione di residenza reale) nel quale si innestano gli elementi gotici dei successivi ampliamenti. Questa costruzione è da sempre testimone di nascite e di nozze reali (di recente, per esempio, le nozze dell’Infanta Elena). Vi sono pure degli splendidi giardini con forti richiami arabi e rinascimentali.

L’Alhambra di Granada

Lasciato l’Alcazar ci si immette nel quartiere Santa Cruz, che è una parte dell’antica “juderìa” (quartiere ebraico). E’ un quartiere non molto esteso ma densamente popolato, in cui forti sono ancora le radici ebraiche. La visita è resa affascinante dalle strette stradine e dalle case con patii curatissimi. Qui, tra l’altro, nella piazza di Alfaro si rievoca il balcone di Rosina, sotto il quale canta Figaro, il barbiere di Siviglia dell’opera rossiniana.

Tornati indietro verso il nostro punto di sosta, seguendo il Guadalquivir, arriviamo fino al Paseo de Las Delicias, che si trova proprio alle spalle della celeberrima Plaza de Espana. Questo è il cuore della Siviglia verde. Plaza de Espana è, infatti, un gioiello incastonato nel preziosissimo Parque de Maria Luisa. La Piazza, costruita da Annibal Gonzalez (massimo esponente del regionalismo di Siviglia) in occasione della Exposiciòn Iberoamericana del 1929, è una struttura semicircolare con un diametro di 200 metri, che lascia quasi senza fiato per la sua maestosità. La particolarità (e direi anche l’aspetto più originale) della piazza consiste nella evocazione di tutte le province spagnole attraverso quadri storici fatti di bellissimi e coloratissimi azulejos. La piazza è inoltre delimitata da un canale che sedici anni fa navigammo con una barchetta ma che oggi troviamo un po’ degradato per la presenza di cartacce e sporcizia varia e senza alcuna traccia di quelle piccole imbarcazioni che erano letteralmente prese d’assalto dai turisti.

Anche a Siviglia, data l’innumerevole quantità di monumenti da vedere (alcuni dei quali piuttosto periferici), ci siamo serviti del bus turistico, grazie al quale ci è stato possibile visitare anche un’altra zona di questa città che non finisce mai di stupire. Infatti, il Gadalquivir segna la linea di confine tra la Siviglia tradizionale, quella caratterizzata dal suo spettacolare centro storico, e la Siviglia nuova che sorge a partire dagli anni settanta. Si tratta di una rivoluzione urbanistica, che culmina con l’Esposizione Universale del 1992, che consente l’espansione della città al di là del Guadalquivir, oggi solcato da numerosi ponti (come l’elegante Ponte della Barqueta o il Ponte dell’Alamillo dell’ormai celeberrimo architetto valenciano Santiago Calatrava).

Questa nuova Siviglia comprende l’Isla de la Cartuja (isola della certosa) in cui è possibile ammirare la Certosa di Santa Maria de las Cuevas, fondata nel 1400, e il parco tematico l’Isla Magica, aperto nel 1997 e che riproduce la Siviglia del XV sec. Gran parte dei padiglioni dell’Expo del 1992 è stata “riciclata” ed ospita attualmente ditte, enti e centri di ricerca o facoltà.

Le notizie sul resto dei monumenti sivigliani (chiese, musei, monasteri, palazzi, ecc.) si possono ovviamente attingere dalle guide turistiche, ma ciò che sicuramente non vi troverete scritto è quella che è stata una mia personalissima impressione: e cioè che Siviglia presenta aspetti che fanno venire in mente la nostra Palermo. Forse il paragone vi sembrerà un po’ azzardato, ma i tanti giardini di limoni e di aranci di questa splendida città spagnola costituiscono uno scenario che non è probabilmente molto dissimile da quello della nostra Palermo dei tempi migliori. Ma v’è dell’altro. Anche Siviglia, come Palermo, è una città nella quale convivono un’anima araba e una occidentale. La storia di queste due città si somiglia: anche qui, al fiorente periodo della dominazione araba (in cui cristiani e musulmani vivevano in armonia), segue il periodo della riconquista cristiana, che, come da noi, porta alla distruzione delle vestigia arabe, ma che a Siviglia sfocia poi nell’Inquisizione, nelle persecuzioni e nella inevitabile decadenza.

Interno della Cattedrale di Granada

Attraverso la A92, una strada interna che attraversa una zona montuosa, ci trasferiamo da Siviglia a Malaga. Siamo dunque tornati sulla costa mediterranea. Malaga è la tipica città turistica, fatta ad uso e consumo del turismo di massa. Ma essa è al tempo stesso una città che può vantare un patrimonio archeologico di notevole varietà dovuto all’avvicen-darsi di varie dominazioni. Al I sec. risale il teatro romano, mentre in epoca araba furono costruiti il Castello de Gibralfaro (su resti fenici preesistenti) e l’Alcazaba, una fortezza-palazzo che domina la città. L’Alcazaba (che insieme al Castello de Gibralfaro si trova su una collina) è raggiungibile in ascensore e al suo interno ospita il museo archeologico. Il Castello de Gibralfaro presenta un lungo camminamento da cui si gode una superba veduta della città e della baia sottostanti. Di sera tanto il Castello quanto l’Alcazaba sono illuminati in maniera spettacolare.

Di Malaga ci ha davvero colpito la Cattedrale dell’Incarna-zione, all’interno della quale siamo stati colti da una specie di “sindrome di Stendhal”. Questo monumento religioso è affettuosamente chiamato La Manquita (cioè, la monca), in quanto non fu mai ultimata: manca infatti una delle due torri campanarie della facciata.

Qui a Malaga capitiamo nel bel mezzo della Feria de Agosto, caratterizzata da canti, balli e fuochi di artificio. Una frenetica voglia di divertimento che non si arresta neanche la notte. Passeggiando per le strade della città, oltre ai tanti turisti sbarcati anche dalle tante navi da crociera ormeggiate nel porto, vi sono anche gli abitanti del luogo impegnati in una sorta di rievocazione della dominazione romana. Le “matrone” e i “centurioni” hanno dei costumi un po’ raffazzonati, per la verità, però con la loro allegria stanno lì a dimostrare che vi sono certe caratteristiche di un popolo che non possono essere liquidate come luoghi comuni: esiste veramente una “movida”, intesa come la tendenza del popolo spagnolo a far festa, ad incontrarsi a socializzare.

Lasciando Malaga, decidiamo di proseguire lungo la Costa del Sol fino a Motril da dove poi dirigersi, percorrendo la E902, a Granada. La strada costiera offre degli scorci bellissimi con le sue tante scogliere a picco su un mare azzurrissimo. Ma la perfezione della natura è qui deturpata in più punti da decine di orride villette e persino da complessi alberghieri, che, come dei Leviatani, si impadroniscono di tratti di costa che dovrebbero essere fruibili per tutti.

Ad ogni modo, troviamo molto bella la spiaggia di Herradura nella quale ci fermiamo con l’obiettivo di un bagno. Il progetto, però, “naufraga” al primo contatto fra i nostri piedi e il Mar Mediterraneo. Ma non dicono che solo l’Oceano sia freddissimo?!

Ci rimettiamo così in marcia alla volta di Granada. La E902 attraversa la Sierra Nevada, uno dei posti più emozionanti che sia dato di vedere in Spagna. Qui vi sono paesaggi che gli amanti del genere western “all’italiana” conoscono bene: infatti questi luoghi ispirarono il nostro Sergio Leone, che vi girò film ormai entrati nella storia della cinematografia mondiale. Il paesaggio è senz’altro bellissimo, caratterizzato com’è da alte montagne che sul far della sera mostrano dei colori cangianti che vanno dal violetto al verde scuro. Ma, persino in un posto come questo, l’uomo è capace di compiere degli scempi. Infatti, nella sua parte più prossima a Granada, la Sierra Nevada presenta delle ampie zone cosiddette di “ripopolamento”, zone di espansione edilizia caratterizzate da una serie di villette a schiera talmente brutte che il solo guardarle provoca malessere in quanto stridono fortemente con il contesto ambientale nel quale sono inserite. Purtroppo questo è il risultato del boom che l’industria delle costruzioni si trova a vivere negli ultimi anni in Spagna.

Arriviamo a Granada in serata. Ancora una volta riusciamo a fermarci in una zona centrale vicino il lungofiume. L’indomani faremo un giro per la città. Granada ci appare subito come una città atipica nel contesto andaluso. Qui non sembra esservi traccia di quella allegria, di quella gioia di vivere che abbiamo riscontrato altrove in questa regione, in quanto gli abitanti, sia pur cortesi con il turista, sembrano inclini verso una certa introversione, legata forse a ragioni storiche ma anche geografiche, che hanno portato Granada ad un certo isolamento.

Attraversato uno dei ponti sul fiume Genil, ci dirigiamo verso la Carrera del Genil , ove si innalza la basilica di Nostra Signora de Las Angustias, patrona della città. Si tratta di una bellissima basilica del XVII sec. che merita di essere vista. Proseguendo la nostra passeggiata attraversiamo una zona piena di edifici monumentali, negozi alla moda, bravissimi artisti di strada che suonano struggenti violini e coinvolgenti fisarmoniche. Attraversata la Gran Via de Colòn giungiamo fino a Plaza de Isabel La Cattolica, in cui spicca il monumento di Colombo che presenta i suoi progetti alla regina; un complesso scultoreo realizzato nel 1892 (in occasione del 400mo anno dalla scoperta dell’America) in pietra e bronzo.

Proprio nei pressi si trova la Cattedrale, costruita tra il 1523 e il 1704, che presenta una struttura esterna e una pianta gotiche, ma con decorazioni rinascimentali. Le proporzioni della Cattedrale sono grandiose: 115 metri di lunghezza per 67 di larghezza. All’interno si viene colpiti per la grande luminosità che la pervade, dovuta alle numerose finestre che si aprono sulle cappelle e al bianco dei muri e delle navate. Il punto focale della Cattedrale è senz’altro la cappella Maggiore, di forma cilindrica e caratterizzata da uno scintillante color oro. Altrettanto pregevoli sono i due grandi organi barocchi del 1745 che spiccano nella navata centrale.

Appena usciti dalla Cattedrale, veniamo tampinati da alcune donne dai caratteristi tratti gitani che cercano insistentemente di vendere a me, a mia madre e a tutte le altre donne presenti in quel momento (chissà perché solo alle donne!) un rametto di rosmarino portafortuna con relativa predizione del futuro. Dopo averle dribblate a fatica, riusciamo ad entrare nella Cappella Reale. Si tratta di una cappella che Isabella la Cattolica, particolarmente legata a Granada, volle fosse costruita per ospitare le spoglie sue e di suo marito.

L’anima moderna di Valencia

I lavori cominciarono nel 1506, dopo la morte della sovrana. La Cappella, che presenta uno stile gotico, ha una sola facciata (perché gli altri tre lati poggiano sulla Cattedrale, la Chiesa del Sacrario e la Borsa Merci) sobria ed elegante che presenta un portale plateresco, mentre i muri reggono le balaustrate traforate, con una fine merlatura. L’interno è a croce latina. Il transetto è chiuso da una cancellata artistica dorata in stile plateresco. Dietro la cancellata vi sono i sepolcri dei reali di Spagna. Alla destra del transetto vi è la Sacrestia in cui è custodito il tesoro della cappella: spiccano soprattutto la corona e lo scettro di Isabella la cattolica e la spada di Don Fernando. Altro pezzo importante è lo scrigno di Isabella, dove, secondo la tradizione, la regina conservava i gioielli venduti per aiutare le spedizioni di Colombo in America. Particolare menzione meritano poi le numerose pitture di Botticelli, il Perugino, Hans Memling, ecc.

La strada attorno alla Cattedrale è caratterizzata da locali e negozietti arabi. Una tappa obbligata è l’Alcaicerìa, un tipico souk arabo. Esso era un tempo il mercato più importante della città nel quale erano trattati i generi più sontuosi. La visita a questa parte della città porta via gran parte del nostro tempo perché riteniamo che qui vi sia l’anima più autentica di Granada.

Ma la visita a Granada non può concludersi senza aver visto la magnifica Alhambra; e così, tornati a bordo del nostro camper, ci inerpichiamo su per la collina su cui sorge il monumento arabo. Anche l’Alhambra, o meglio, lo spazio antistante l’Alhambra (da sempre adibito a parcheggio) è cambiato rispetto a 16 anni fa. Allora il parcheggio alberato era libero, oggi siamo costretti a fermarci in un parcheggio polveroso molto più in alto, il cui costo è ai limiti della truffa. Ma se “Parigi val bene una messa”, l’Alhambra vale questo esborso economico.

Definire l’Alhambra non è facile. Si tratta di un palazzo/giardino/moschea/fortezza araba; di tutte queste cose insieme e di qualcosa di più, essendo un luogo magico in cui si respira l’atmosfera delle Mille e una notte. Fu nel corso dell’epoca più gloriosa della Granada araba (intorno al 1236) che la raffinata sensibilità araba creò la meraviglia architettonica dell’Alhambra. All’interno vi si trova l’Alcazaba, una struttura dotata di muraglioni e torri, in cui spiccano la celebre Torre de la Vela e la Torre del Homenaje, da cui si controllava tutto il sistema difensivo dell’Alhambra. Ai tempi del dominio arabo l’accesso alla fantastica cittadella avveniva attraverso la Puerta de la Justicia, nella cui chiave di volta appare scolpita una mano aperta.

Lasciando l’Alcazaba da un lato e il Palazzo di Carlo V dall’altro, si accede ai Palazzi Nasridi. Essi formano tre complessi monumentali indipendenti: il Mexuar, sede dell’amministrazione della giustizia; il Palazzo di Comares, residenza ufficiale del re; e il Palazzo de Los Leones, con gli alloggi privati del sovrano. Le ore scorrono all’interno dell’Alhambra senza neanche rendersene conto, data la quantità inimmaginabile di bellezze artistiche e naturali da vedere Il Patio de los Leones, il patio con i dodici leoni che circondano la fontana, che è forse l’immagine più popolare e nota dell’Alhambra; la Sala de Los Reyes, uno dei complessi interni di maggior pregio, anche per le pitture che ne decorano i soffitti; la Sala de las Dos Hermanas, le cui pareti sono ricoperte da una finissima decorazione in stucco che sembra filigrana; il Belvedere di Daraxa, realizzato per contemplare il meraviglioso panorama che si estendeva ai suoi piedi fino alla valle del Darro, prima che vi fossero costruiti gli appartamenti di Carlo V; i Giardini del Partal, circondati da interessanti monumenti di puro stile arabo che si riflettono nelle acque della fontana centrale; il Palazzo di Carlo V, una costruzione rinascimentale risalente al 1527, che comporta una soluzione di continuità rispetto al contesto arabo medievale e che fu voluta dall’imperatore come residenza. L’asettica elencazione dei monumenti che costituiscono il complesso architettonico dell’Alhambra, tuttavia, non riesce a rendere le suggestioni e la meraviglia che è possibile provare all’interno di quello che è non solo il più bello, ma anche il meglio conservato di tutti i vecchi palazzi arabi del mondo.

Il nostro viaggio prosegue risalendo la penisola iberica verso la Francia. Ma prima ci sono altre città da visitare e c’è ancora tempo per una sosta al mare. Per la prima tappa scegliamo Cartagena. Dalla scogliera scorgiamo una splendida spiaggetta cui si accede scendendo una comoda scalinata: si tratta di Cala Cortina nella quale troviamo tutti i servizi offerti dalle spiagge spagnole (docce, bagnini, pronto soccorso) e in più anche un’area attrezzata per i giochi dei più piccoli. Qui il mare non ha affatto la temperatura “artica” della spiaggia di Herradura e il bagno è assicurato.

Lasciamo Cartagena senza aver visto altro che la sua spiaggia (il tempo stringe!) e facciamo tappa verso Valencia. Arriviamo a sera inoltrata e il primo approccio con questa città ci lascia senza fiato per l’uso sapiente dell’illuminazione cittadina che rende ancora più affascinanti le strade, le piazze, i monumenti. L’unica cosa che non comprendiamo è la presenza abnorme di semafori lungo tutto il percorso cittadino ed, particolar modo, nella zona delle spiagge. Decidiamo di fermarci nel lungomare, di fronte una delle due spiagge di Valencia, vale a dire Malvarossa (l’altra è Arenas): qui si affaccia la casa del famoso scrittore Vincente Blasco Ibanez. La scelta di Malvarossa si rivela poco felice perché a partire dalla mezzanotte comincia ad animarsi di una folla molto rumorosa di giovani attirati dai numerosi locali notturni.

La Sagrada Famiglia di Barcelona. In basso La Pedreira. Sono due dei capolavori dell’architetto Gaudì nella capitale catalana

Valencia è una città in cui il vecchio e il nuovo, l’arte e la scienza si mescolano in modo armonioso. Da un lato c’è il nucleo storico di questa città, caratterizzato da bellissimi palazzi vagamente arabeggianti e un po’ barocchi e dalle tante piazze (Plaza de la Reyna, Plaza de Ayuntamiento,Plaza del Mercato, Plaza de la Virgen). Da non perdere anche la bella Cattedrale valenciana. Dall’al-tro lato, c’e l’aspetto moderno di questa città, rappresentato soprattutto dalla Città delle arti e delle scienze, progettata dall’architetto Santiago Calatrava. Si tratta di una struttura composta da quattro opere architettoniche: il museo delle scienze; l’Oceanografico, all’interno del quale è possibile ammirare squali, razze, gamberi giganti e ogni altra sorta di pesci, utilizzando un tunnel che corre all’interno dell’acquario; una struttura in cui fanno proiezioni; e il museo dedicato all’arte, ancora in fase di allestimento. Tutto ciò è disposto in sequenza lungo il letto prosciugato del fiume Turìa, il fiume il cui corso è stato deviato e in cui oggi sorge il Jardim del Turìa (dove, oltre alle opere di Calatrava, si trovano campi da tennis, di calcio, giardinetti, ecc.).

L’ultima tappa di questo nostro soggiorno spagnolo è Barcellona. Qui sostiamo in un parcheggio sulla centralissima Via Josep Carner, comodo ma molto rumoroso a causa del sostenuto traffico cittadino. Percorsa la via suddetta e superata Plaza de les Drassanes, si giunge alla Plaza del Portal de la Pau, caratterizzata dal monumento a Cristoforo Colombo. Sulla destra vi sono i grandi magazzini Maremagnum, mentre sulla sinistra si apre la via più famosa di tutta Barcellona, la Rambla.

Percorrendo la Rambla si entra in contatto con una realtà fatta di un’umanità quanto più variegata possibile: il mondo intero sembra essere rappresentato in questa lunga via nel cuore di Barcellona. E tanti anche gli artisti di strada che si distinguono, più che per il talento, per la fantasia espressa nei costumi davvero originali. A circa metà della Rambla si trova il Mercato della Bouqueria, un mercato pittoresco in cui è anche possibile acquistare della frutta già sbucciata e tagliata a pezzi, servita in comode vaschette con forchettine.

Percorrendo tutta la Rambla e superata Plaça de Catalunya, si arriva al Passeig De Gracìa dove è possibile ammirare la Casa Batllò e la Pedreira, entrambe espressione del genio artistico di Gaudì. Le creazioni di Gaudì sono altresì visibili al Parc Guell, situato su una piccola altura della città, che con le sue case di marzapane, la foresta pietrificata, la famosa spianata con le panchine in ceramica, rappresenta uno dei luoghi più bizzarri al mondo. E poi vi è la Sagrada Famiglia, l’opera incompiuta del celebre architetto. Consiglio inoltre una visita al Montjiuic, da cui si gode una splendida vista sulla città, dove è possibile ammirare il castello, la fondazione Mirò e il Poble Espaniol, una ricostruzione di tutti gli stili architettonici spagnoli.

Considerazioni finali

Alla fine di questo viaggio sono inevitabili alcune considerazioni di carattere generale. La prima è che il popolo spagnolo è un popolo che non teme di rimanere ancorato alle proprie tradizioni, ma che al contempo ha il coraggio di fare scelte molto progressiste: si pensi alla legalizzazione del matrimonio tra i gay che ha scandalizzato molti benpensanti in tutta Europa, soprattutto perché avvenuto in quella che per secoli è stata definita la “cattolicissima ” Spagna. La Spagna è dunque una nazione che cambia pur rimanendo fedele a se stessa e al proprio passato e questo è indubbiamente un indice di maturità.

La seconda è che, nonostante le analisi preoccupate di alcuni economisti, io credo che la Spagna saprà trovare il modo per continuare a crescere e a stupire. Del resto, si tratta di una nazione il cui motto ufficiale è PLUS ULTRA. Attraversando il confine tra la Spagna e la Francia, mi sorprendo a guardare lo specchietto retrovisore per fissare nella mia mente l’ultima immagine di una terra che mi è rimasta nel cuore, nella quale sono già stata tre volte e nella quale sono certa tornerò ancora.

Adriana Palazzolo – Foto di Pippo Palazzolo
(2007)