In Romania dove il mistico ed il profano si incontrano

Un itinerario alla ricerca delle tradizioni e della spiritualità di popoli che vogliono valorizzare il proprio passato e aprirsi al mondo occidentale.

 

Pozzo d’acqua

Il viaggio di quest’estate ha avuto come meta l’est europeo, e in particolare la Bulgaria e la Romania, luoghi non ancora toccati dal turismo di massa e fino a pochi anni fa inaccessibili o quasi al viaggiatore occidentale. Isolati per anni, questi Paesi si aprono oggi ai visitatori e vedono nel turismo uno dei mezzi per la loro rinascita nel difficile percorso di un nuovo sviluppo socio-economico. I reportage dei pochi che ci hanno preceduto non sono molto incoraggianti, in quanto vi si legge di strade dissestate e traffico disordinato, di povertà e degrado, di ladruncoli in agguato. Ma leggiamo anche di grandi ed intatte bellezze naturali, di gente gentile ed ospitale, di stupendi monasteri e chiese fortificate.

Partiamo quindi un po’ perplessi ma senza preconcetti, organizzati e prudenti ma pronti a sperimentare di persona la realtà delle cose, curiosi nei confronti di popolazioni la cui storia si è talvolta intrecciata alla nostra, con le quali abbiamo comuni le radici romane e che in anni più recenti sono state protese verso l’occidente e la sua cultura. E partiamo con un filo conduttore particolare: la visita dei più importanti monasteri ortodossi della Bulgaria e della Romania, i centri di fede e di cultura, che furono sempre, nei lunghi secoli bui di occupazioni e prevaricazioni, le fortezze in cui furono preservati i valori e le tradizioni dei due popoli.

Una premessa: i monasteri bulgari

Entriamo in Bulgaria dalla Grecia, lungo l’agevole E.79 Salonicco-Sofia Il passaggio alla frontiera è più semplice di quanto pensassimo e si esaurisce in una rapida occhiata all’interno del camper da parte dei funzionari di dogana e nel controllo abbastanza veloce dei passaporti. Più laborioso il cambio della moneta soprattutto perché, essendo un gruppo di otto camper, il contante a disposizione dell’agenzia non è sufficiente per tutti e questo comporta un rallentamento nelle operazioni di cambio.

Superato il villaggio di Rila, saliamo al monastero Rilski. Eretto in una splendida cornice di alte montagne fitte di boschi, risale al X secolo, quando un giovane nobile di Rila, Giovanni, si ritirò su queste montagne in compagnia di alcuni discepoli. Fortificato nel secolo XIV, il monastero non fu risparmiato nel secolo successivo dai saccheggi dei turchi e venne abbandonato dai monaci. Ricostruito agli inizi del XIX secolo, divenne il centro della cultura nazionale e della lotta antiturca nel lungo periodo della dominazione ottomana.

Posteggiamo i camper nel piazzale antistante il monastero ed entriamo nel cortile quadrangolare. Superata la porta di ingresso, si resta di stucco, tanto è bello e armonioso il vasto cortile circondato da logge dalle arcate decorate in rosso, ocra e nero che spiccano sul bianco dell’intonaco. Di fronte, la chiesa, preceduta da un portico tutto affrescato in vivaci colori e la torre Hrelio, l’edificio più antico del complesso. Chiuso il museo per l’ora tarda, entriamo nella chiesa. È semplicemente stupenda, e suggestiva al massimo. Tutta completamente affrescata dal soffitto alle pareti, ha sul fondo una superba iconostasi in legno di noce dorato riccamente intagliato, con bellissime icone di varie dimensioni. Nelle navate laterali, dedicate a San Nicola e San Giovanni, altre due iconostasi, più piccole ma altrettanto magnifiche. Sempre in legno di noce dorata il pulpito ornato da elegantissimi intagli, il trono episcopale e le grandi cornici delle icone. Il monastero è il più importante della Bulgaria, ed è un edificio straordinario, dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, veramente unico sia per la incredibile suggestione del luogo che per le splendide opere d’arte che contiene.

La sera ci fermiamo in un bel campeggio vicino al monastero, tra i boschi, in una conca tra alte montagne. Vicino scorre un ruscello. Spente tutte le luci, siamo nel silenzio assoluto, rotto soltanto dallo scrosciare dell’acqua che scende spumeggiando tra i grossi sassi in mille cascatelle. Visitiamo il museo il giorno successivo. È molto interessante, ha diverse collezioni di crocifissi finemente lavorati in filigrana delicatissima e ornati di pietre preziose, antichi manoscritti, paramenti liturgici riccamente decorati. Bellissima una icona in argento rappresentante la Madonna di Vladimir.

Proseguendo per la E79 fino a Sofia e imboccando poi la E80 in direzione di Plovdiv, attraverso la N86 giungiamo all’altro monastero che vogliamo visitare, il monastero di Backov, più piccolo di quello di Rila e secondo per importanza fra i monasteri della Bulgaria. I monaci ci consentono di pernottare nel piazzale antistante. Entriamo a visitare la chiesa, molto bella ma tenuta dai monaci senza troppa cura. Ha una ricca iconostasi, sedili intagliati, una grande, preziosa icona d’argento. Ci coinvolge la cerimonia religiosa scandita da canti lenti in un toccante dialogo tra il celebrante e gli altri monaci nel profumo intenso dell’incenso. Molto interessante la visita al monastero. Il seicentesco refettorio è tutto affrescato dalle pareti al soffitto con immagini di Dio, dei Profeti e di personaggi della storia bulgara.

A sera, dopo una breve passeggiata nei dintorni, ci prepariamo ad una notte tranquilla nel silenzio del posto. Attraverso il portone leggermente dischiuso, si intravede il cortile illuminato del monastero, silenzioso e suggestivo in un’atmosfera di grande serenità e pace. Il mattino seguente, prima della partenza, sostiamo tra le bancarelle vicino al monastero dove abbondano pizzi e ricami, ceramiche tipiche, marmellate e miele, tutto a prezzi assolutamente irrisori e che ovviamente invitano a reiterati acquisti…. Le strade circostanti sono affollate di pullman e macchine di fedeli. Per la sua posizione il monastero è infatti frequentatissimo, ancor più di quello di Rila, che si trova in una zona montuosa.

Il nostro giro prosegue nei giorni successivi attraverso i centri più interessanti della Bulgaria: Plovdiv, che conserva le tracce della sua ricchezza durante il dominio ottomano, Sofia, protesa oggi verso l’occidente, Veliko Tarnovo, l’antica sede degli zar bulgari, fino a Varna, la fiorente stazione balneare sul Mar Nero. Poco dopo Varna passiamo il confine con la Romania. E ci fermiamo per la notte a Venus, una cittadina balneare molto frequentata per il mare e le cure termali.

Verso Bucarest

Percorrendo le dissestate strade bulgare, avevamo temuto di trovare una situazione ancor peggiore in Romania. Restiamo invece piacevolmente sorpresi perché sono certamente migliori, percorribili senza troppe difficoltà quasi totalmente. Alcuni tratti, ottimi, sono stati costruiti con il contributo dell’U.E. In più non ci sembra vero di poter leggere tranquillamente le indicazioni e le insegne dopo i disagi del cirillico in Bulgaria. I contatti con gli abitanti saranno anzi da questo momento facilitati dalla lingua di origine latina e quindi molto affine alla nostra.

Da Costanza si diparte la 22C, rettilinea e abbastanza in buono stato, che a Cernavoda si congiunge alla 3A, verso Bucarest. La strada incontra per un breve tratto il Danubio, ormai quasi al termine della suo lungo corso, prima di sfociare nel grande Delta e in parte corre parallela al colossale canale di 60 chilometri di lunghezza fatto costruire da Ceausescu per collegare il fiume al Mar Nero. Avversato dagli ecologisti e costato la vita ad oltre 100.000 lavoratori, è chiamato “il canale della morte”. Quando sarà terminata l’autostrada in costruzione, sarà molto più facile e… sicuro il collegamento tra la capitale romena ed il mare. Adesso c’è infatti molto traffico e bisogna stare ben attenti alla guida spericolata dei romeni: ai lati della carreggiata molte croci di ferro, alcune con corone e fiori, danno un’idea del numero di incidenti che certamente avvengono con frequenza.

Lungo le strade si vedono i segni della grande povertà che ancora opprime il paese. Il primo impatto sulla via per Bucarest è sconcertante: incontriamo contadini appollaiati su carri stracarichi di erba e persone che compiono a piedi lunghi tragitti, un gran numero di giovanissime ragazze che si prostituiscono ferme ai bordi delle vie, gente seduta praticamente in mezzo al fango. Addirittura vediamo gruppi, forse zingari, viaggiare su rozzi carri coperti da tende malconce, come disastrati veicoli del lontano Far West!

Il palazzo presidenziale di Ceausescu

Anche la periferia di Bucarest ci appare squallida, con grigi palazzi dall’aspetto molto degradato. Entrati in città, troviamo facilmente il campeggio, guidati da un tassista che ci accompagna per una cifra davvero irrisoria Il campeggio, ottimo per l’ambiente e i servizi, si trova vicino al lago omonimo e si raggiunge attraverso una zona residenziale con grandi ed eleganti ville che non ci saremmo aspettati di trovare, sedi di ambasciate estere e residenze di proprietari certamente abbienti. Ci sconsigliano, la sera, di recarci a Bucarest, se non nel pieno centro che è illuminato e sorvegliato dalla polizia. Così si cena in un simpaticissimo ristorante a due passi dal campeggio, con specialità romene a base di carne come l’ottima tochitura, un buon vino locale e uno squisito dessert. Ci allieta un terzetto di suonatori che, conosciuta la nostra nazionalità, si esibisce in un repertorio di vecchie canzoni italiane, tra le quali, ovviamente, non manca “O’ sole mio”! Alla fine, il costo della cena è l’equivalente di 7 euro a persona!

Il giorno dopo, visita della città. Agli inizi del XX secolo Bucarest fu chiamata “la piccola Parigi” per la sua intensa vita culturale, gli. edifici Belle Epoque, lo stile di vita dei suoi abitanti che imitavano l’eleganza della capitale francese. È una bella città, con numerosi palazzi monumentali di fine ottocento, viali molto larghi e alberati, vastissime piazze. Portati dal campeggio in città da alcuni taxi a un modestissimo prezzo, andiamo direttamente al Palazzo del Parlamento, sede della Camera dei deputati e maggiore attrazione della città per la sua storia e la sua estensione. Costruito da Ceausescu perché evidenziasse la grandezza della sua Romania, è spettacolare e stupefacente, tanto è grande ed imponente. Domina la città dall’alto di una collina ed è circondato da prati e parchi. Per la sua costruzione fu distrutto un intero quartiere con case, chiese, monasteri e pregevoli monumenti. Sbalordisce la visita dell’interno, imponente e sfarzoso. Contiene enormi lampadari di cristallo, marmi pregiati usati in quantità inverosimile, scale maestose e saloni enormi. I numeri sono sorprendenti: una grande tenda di velluto pesa 500 chilogrammi, un tappeto misura 2000 metri quadrati (sic!), l’edificio ha 3000 stanze ed una superficie che supera i 300.000 metri quadrati! Il tutto è estremamente sontuoso e ricco. La numerose sale attrezzate ne fanno una delle più valide sedi per convegni e conferenze a livello internazionale.

La visita della città prosegue con il Museo storico nazionale, in cui si trovano interessanti reperti dell’epoca dei Daci e dell’età medievale, fino ai tempi più recenti. Il tesoro, molto bello, contiene gioielli e oggetti preziosi di pregevole fattura. Un’altra tappa interessante è la piccola chiesa Stavropoleos, dal portico ornato da bei motivi floreali e il chiostro annesso al vicino monastero. Di fronte alla chiesa, il Caru’ cu bere, il carro con la birra, locale tra i più caratteristici della città, costruito alla fine dell’ 800 sullo stile delle classiche birrerie tedesche. Qui è piacevole la sosta gustando gelati e birra. La visita prosegue: la Cattedrale Patriarcale, tutta affrescata, con una splendida iconostasi in legno dorato intarsiato, il Palazzo del Metropolita, il Museo Etnografico dove sono raccolti esempi di abitazioni, più che altro in legno, provenienti da tutta la Romania.

In Transilvania

Lasciata Bucarest, seguiamo l’ottima E60 in direzione di Brasov. Sostiamo a Sinaia, una graziosa cittadina di montagna nel cuore dei Carpazi meridionali. Il piccolo centro è veramente bello, tipico per le case in legno con intagli a motivi geometrici e floreali. A Sinaia visitiamo il castello di Peles (che prende il nome dal piccolo fiume che vi scorre vicino), ed un monastero. Il castello è splendido. Costruito alla fine dell’800 come residenza estiva del primo re di Romania, Carol I, sorge su una collina erbosa e sembra un castello da fiaba, nascosto nel folto di boschi rigogliosi. L’interno è molto elegante e ricco delle opere d’arte che il re amava collezionare, provenienti principalmente dalla Germania, sua terra d’origine, e dall’Italia. Gli ambienti sono arredati riccamente, con legni intagliati, materiali preziosi come il marmo e l’alabastro, vetri di Murano, porcellane, specchi di Venezia. Un delizioso piccolo teatro per 36 posti ha ospitato uno dei primi schermi cinematografici al mondo. All’esterno, logge, terrazze, e una statua del sovrano, molto amato dai romeni. Eccezionale per l’epoca, il castello aveva già sistemi di aerazione calda e fredda, prese di aspirazione e purificazione dell’aria, l’ascensore elettrico. Il monastero, costruito come una fortezza, ha una bella chiesa con magnifiche icone in argento. L’iconostasi, gli stalli per il coro e per i personaggi della famiglia reale sono in legno dorato e intagliato. In un ambiente a parte del monastero è collocata la tomba dell’autore romeno Eugène Ionesco.

Riprendiamo il percorso e ci fermiamo a Brasov, la seconda città della Romania. Ha un bel centro storico, non grande ma piacevole, e spazi verdi molto frequentati dai suoi abitanti. Una croce è dedicata ai morti della rivoluzione del 1989. La piazza centrale, la Sfatului, cioè la piazza del Consiglio, ha vari palazzi storici e ricorda la struttura delle città della Germania. Ci dispiace non poter visitare, perché chiusa il pomeriggio, la chiesa Nera, la grande chiesa gotica che conserva una collezione di 119 tappeti dell’Anatolia, donati dai mercanti che commerciavano con l’Oriente.

La tappa successiva è Bran, dove pernottiamo nel parcheggio dell’omonimo castello, che è noto come “il castello di Dracula”, anche se il conte Vlad non vi soggiornò mai. È un bel castello medievale, di cui si possono visitare alcune stanze. Vi si conservano mobili in legno intagliato, peltri, strumenti musicali, trofei di caccia. Poco lontano, nel Museo Etnografico all’aperto, si trovano costruzioni rurali provenienti da vari paesi della zona, adibite ad abitazioni durante i lavori nei campi, o a stalle, o ad ambienti per la lavorazione del formaggio e della lana. Dopo la solita fermata per lo shopping tra le bancarelle sotto il castello, riprendiamo la strada.

Sostiamo a Sibiu. Nel centro storico, la piazza Piccola conserva il suo aspetto medievale, tutta circondata da portici sotto le cui arcate si aprivano le botteghe dei mercanti. Nella piazza Grande sorge la bella cattedrale cattolica adiacente alla vecchia sede dei gesuiti. All’ingresso della città, la maestosa cattedrale Evangelica conserva all’interno un prezioso organo del 1600.

Proseguiamo lungo la E60, sempre abbastanza agevole, anche se trafficata, tra coltivazioni e foreste. In serata siamo a Sighisoara, deliziosa cittadina della Transilvania centrale. Ci fermiamo per la notte in un grande parcheggio fuori città, dato che il locale campeggio non è in grado di ospitare camper e in ogni caso è impraticabile per la pioggia anche il parcheggio. Sighisoara è un’ incantevole piccola città che ha mantenuto intatto il suo aspetto medievale nell’acciottolato di stradine e piazze, nelle case dai tenui colori pastello, nelle torri delle mura di cinta. La torre dell’Orologio, il simbolo della città dalla guglia ricoperta di maiolica colorata, domina il panorama. Ha un carillon di figure che rappresentano i giorni della settimana e si spostano a mezzanotte. Interessanti la chiesa gotica affiancata al monumentale Municipio, la chiesa cattolica, la chiesa della Collina con la piccola cripta servita da rifugio agli abitanti durante le frequenti invasioni. Una bella scala coperta, tutta in legno, serviva nel 1600 per facilitare la salita alla collina ai ragazzi che frequentavano la scuola. Sosta obbligata quella di fronte alla casa dove nacque Vlad Tepes, il leggendario Dracula, oggi solo un ristorante

Fra Moldavia e Bucovina

Lasciata Sighisoara, imbocchiamo la 13A dirigendoci verso nord. Lontano dai grandi centri, l’ambiente diventa meno degradato e più sereno, anche se nelle case spesso affiorano i segni dell’ indigenza e pesa il grigiore della tetra architettura del vecchio regime. La strada, che è abbastanza agevole, sale su fino al lago Rosu, caratteristico perché formato dalla frana del monte sovrastante. Ancora oggi si vedono emergere dall’acqua i tronchi dei pini pietrificati. Giungiamo alle gole di Bicaz. Lo spettacolo è straordinario! Rocce ripidissime, alte fino a 400 metri, si avvicinano tra loro incombendo sulla strada a formare strettissime gole. Intorno, la rigogliosa e verdissima vegetazione contrasta con la nuda roccia calcarea. In fondo al canyon il fiume Bistrita scende vorticosamente per alimentare con le sue acque il grande Danubio.

Ormai siamo in Moldavia. Data la difficoltà di trovare i campeggi di cui abbiamo notizia, ci sistemiamo per la notte nel parcheggio del monastero di Bistrita. Nella bella chiesa, sempre affrescata su tutte le pareti e sul soffitto, con una magnifica iconostasi in legno dorato, assistiamo alla funzione religiosa di rito ortodosso, tra i numerosi fedeli che seguono le preghiere e i canti con grande intensità e devozione. La notte, nel monastero sorvegliato da alcune giovani guardie il silenzio è profondo e la fioca luce rende il cortile del monastero suggestivo e mistico. L’indomani, a Neamt visitiamo il monastero omonimo, uno dei più antichi della Romania. Più volte distrutto da terremoti ed incendi, fu sempre centro di cultura e conserva ancora oggi nel suo museo miniature e manoscritti.

Percorriamo quindi la 15C e poi la E85, tra pascoli e coltivazioni. Siamo nella zona dei famosi monasteri della Bucovina, nella Moldavia settentrionale. La regione fu ripetutamente invasa e saccheggiata da Tartari e Ottomani. Le chiese e i monasteri fortificati furono quindi rifugio alle popolazioni, costruiti da principi e voivoda nei punti più strategici del paese come vere e proprie fortezze, con mura di cinta e torri di avvistamento. Ma furono anche il luogo in cui nacquero splendide opere d’arte, espressione della spiritualità del popolo romeno. I monasteri sono infatti riccamente affrescati nei più vivaci colori, sia internamente che all’esterno.

Gli affreschi avevano una funzione didattica, consentendo ai fedeli, generalmente montanari analfabeti, di apprendere la Bibbia, le cui storie sono rappresentate nei dipinti. E sono composizioni straordinarie per la forza dei colori, il realismo e la dinamicità delle figure, il dettaglio del disegno. Gli artisti hanno rappresentato le scene più classiche della Sacra Scrittura, inserendo elementi tipici del proprio paese per aumentare la valenza didattica. Così vediamo volti contadini, strumenti musicali romeni (il bucium) in luogo delle classiche trombe suonate dagli angeli, e poi turchi, tartari e anche i papi di Roma che danno le loro sembianze a diavoli e dannati.

L’abside del Monastero di Sucevita

Il monastero Sucevita, il primo che visitiamo, è uno dei più famosi. È un monastero femminile, in parte restaurato e tenuto con molta cura. È cinto da mura poderose, con quattro torri agli angoli. Il colore preponderante degli affreschi è il verde (ogni monastero ha un suo colore caratteristico). Famosa, all’esterno, la rappresentazione della Scala delle Virtù, che esprime la leggenda secondo cui l’anima, prima di presentarsi a Dio, deve salire i gradini dei vizi e delle virtù. Si vedono infatti angeli a destra della scala e demoni a sinistra, rappresentazione di sicuro impatto sul fedele che la osservava. L’interno è completamente ricoperto da affreschi dalla straordinaria vivacità rappresentativa. Nel museo, antichi manoscritti, un prezioso telo in velluto ornato da 10.000 perle, oggetti sacri, due stupende icone di fine ottocento lavorate in argento e filigrana finissima. Nella piccola cappella, dove ha inizio la funzione religiosa, dolcissimo il canto delle giovani monache.

Anche il monastero Moldovita, piuttosto piccolo, è tenuto da una comunità femminile. I colori predominanti sono il rosso e l’ocra. Gli affreschi sulle pareti esterne sono molto belli e realizzati con grande vivacità e realismo. Interessante l’uso della prospettiva nella rappresentazione dell’assedio di Costantinopoli. Nel nartece, il vestibolo della chiesa, il tema ricorrente del Giudizio Finale, con il lembo rosso che rappresenta la Geenna, il fiume di fuoco dove si trovano i dannati. Nel museo è conservato un bel trono appartenuto a Petru Rares, il voivoda che nel 1532 rifondò il monastero sulle rovine di uno precedente, e poi icone, manoscritti, miniature.

Infine, il monastero Voronet. Il monastero non è più esistente, rimane soltanto la stupenda chiesa, “il gioiello della Bucovina”, i cui affreschi sono straordinari per fattura, realismo, colori. Costruito da Stefan il Grande nel 1488, affiancato alla cappella Sistina per l’eccezionale bellezza con cui sono rappresentati i temi sacri , ha come colore predominante il blu, il famoso “blu di Voronet”. Sulla facciata del nartece, il celebre Giudizio Finale, ricco di splendide figure: Dio Padre, il Cristo e la Vergine, la resurrezione dei morti svegliati da angeli che suonano il bucium, un grandissimo numero di personaggi dai volti nitidi e bellissimi. Rovinata la facciata settentrionale, quella meridionale è stupenda: sul tipico fondo blu si staccano innumerevoli figure avvolte in fiori stilizzati di eccezionale livello artistico, ricchissime di particolari. Splendidi anche gli affreschi dell’interno, straordinariamente reali, in una grande varietà e ricchezza di colori.

Ancora immersi nell’atmosfera mistica dei monasteri, colpiti dalla bellezza delle opere d’arte che abbiamo ammirato, riprendiamo il viaggio, e, lungo la E576, ci spostiamo in direzione di Borsa. La strada si snoda immersa in rigogliose pinete, sale tra ripide pareti rocciose ricoperte da una fitta vegetazione in un paesaggio montano di rara bellezza. Attraversiamo il passo di Prislop, a 1416 metri di altezza. Da lassù il panorama è vasto e bellissimo. Lì troviamo un nugolo di donne e bambini che vendono funghi e lamponi. Diamo loro qualcosa che abbiamo in camper e sorridiamo ai salti di gioia dei più piccoli. La loro gioia è anche la nostra, anche se sappiamo di dare solo una goccia del mare delle loro necessità. Quando andiamo via, una piccolissima bambina bionda seduta sotto la sporgenza di un alto monumento per proteggersi dalla pioggia ci saluta festosa con un grosso pacco giallo sulle ginocchia. Per un po’ questa immagine rimane nei nostri occhi e ci accompagna.

La regione dei Maramures

Dopo Borsa incontriamo le prime case completamente in legno tipiche del Maramures, la regione più a nord della Romania ai confini con l’Ucraina. La natura è molto bella: incontriamo grandi campi coltivati, fittissimi boschi e splendide montagne. Nei paesini che attraversiamo le case sorgono quasi esclusivamente su due lunghe file lungo la strada. Hanno i tetti spioventi sui quattro lati e piccole finestre, sono separate dalla strada da lunghe palizzate di legno nelle quali si aprono larghi portoni per i veicoli e, accanto, una piccola porta di legno intagliato dagli splendidi decori. Ne vediamo di veramente stupende con ricchissimi e fantasiosi disegni. Al di là della staccionata si aprono i cortili dove si svolge la vita della famiglia, con l’immancabile pergolato, la catasta della legna, l’orto, il pollaio. Tutti hanno il pozzo dalla tipica copertura a cuspide, variamente ornato, in legno o alluminio; accanto la porta una panca di legno.

Lì all’imbrunire i vicini si ritrovano a chiacchierare tra loro e ad osservare il traffico dei veicoli sulla strada. Forse stupiti dal corteo insolito di otto camper che interrompe piacevolmente la routine della loro giornata, adulti e bambini agitano festosamente le mani in segno di saluto. Qualche donna acconsente di buon grado a lasciarsi fotografare sorridente e compiaciuta all’ingresso della sua casa. La gente è molto estroversa e cordiale. Perfettamente amalgamati con il mondo latino nei tempi lontani dell’occupazione romana, i romeni ne hanno conservato il brio e la comunicativa mediterranea. A sera sostiamo sul piazzale di un motel, il Prodamine, a pochi chilometri di distanza da Sighetu Marmatiei. Alcuni di noi cenano nel ristorante del motel, altri preferiscono rimanere nel camper a cucinare i tipici mitizei, le piccole salsicce comprate strada facendo.

La vicina città di Sighetu Marmatiei è il capoluogo del Maramures. In questo territorio più che altrove sopravvivono le tradizioni popolari. Le donne, quelle più anziane, indossano un caratteristico abbigliamento formato da una gonna nera di tessuto damascato, molto arricciata in vita, voluminosa e danzante. Hanno gonfie camicie bianche con larghe maniche a sbuffo, scarpe in velluto nero o colorato, un foulard annodato sotto il mento. Gli uomini portano in testa un curioso cappellino tondo con due nastri colorati che ricadono sulla nuca, il clop.

In città visitiamo la moderna chiesa ortodossa, la semplice chiesa cattolica, il monumento al soldato sovietico. Il museo del Maramures conserva abiti tradizionali, tappeti di lana tessuti a vivaci colori naturali, arnesi per lavorare la lana, grandi contenitori ricavati da grossi tronchi d’albero per conservare grano e altri cereali, mortai per la macina, portali di case e porte di legno intagliato. Distante circa due chilometri dalla città, l’interessante Museo Etnografico all’aperto raccoglie, provenienti da tutta la regione, case, chiese, costruzioni tutte in legno per la conservazione del mais e per la spremitura dell’olio di semi. È anche possibile visitare qualche interno che mostra le tipiche abitazioni locali del passato.

Ultima tappa del nostro viaggio in Romania, Sapinta. Qui si può visitare il cosiddetto “cimitero allegro”, dove un artista locale, Ion Patras, ha colorato di un allegro blu e disegnato a vivaci colori le lapidi del cimitero, ritraendo la caricatura del morto e descrivendo umoristicamente i dati caratteristici della sua personalità e le circostanze della morte. C’è la tomba della madre di famiglia, del maestro, del soldato fucilato alla nuca. All’ingresso del cimitero è la tomba dell’autore; nelle vicinanze si può visitare anche la sua casa-museo.

Ci avviamo quindi verso la frontiera lungo la N19, direzione Satu Mare. La strada si snoda tra i boschi, ai lati alcune case hanno sulla facciata armoniosi disegni realizzati con piastrelle di ceramica colorata. Biondissimi bambini ci salutano agitando allegramente la mano, adulti siedono sulle panche lungo la strada.

Avvicinandoci all’Ungheria il paesaggio cambia, il bosco cede il posto alla pianura. Attraversiamo il confine con la convinzione che è certamente da approfondire la conoscenza di questo paese, così affascinante nella varietà nei suoi tanti possibili percorsi, alla ricerca delle piccole città medievali, della suggestione dei suoi monasteri o al seguito della leggenda del conte vampiro.

Qualche cenno della storia romena

All’inizio del II secolo d.C. l’imperatore Traiano intraprende due durissime campagne di guerra contro l’antica terra dei Daci, l’odierna Transilvania. Distrutta la capitale Sarmizegetusa, suicidatosi il re Decebalo, inizia il dominio di Roma sulla “provincia di Dacia”. L’evento è celebrato a Roma con la costruzione della basilica Traiana. Sulla celebre colonna sono scolpiti gli episodi più significativi della conquista della Dacia. Ancora oggi la Transilvania reca tracce dell’impresa del “padre Traiano”, come i romeni chiamano l’autore della loro romanizzazione.

L’afflusso di un gran numero di legionari e coloni da Roma porta infatti ad una profonda integrazione tra i daci e i romani. Quando questi si ritirano per la pressione dei Goti da nord, lasciano come eredità la lingua latina che, nonostante le numerose infiltrazioni di altri popoli nei secoli successivi, rimarrà quella parlata dai daci romanizzati da cui deriva il romeno moderno. Seguono secoli di invasioni, mentre si va delineando via via un’identità nazionale con la formazione nel XIV secolo dei tre principati – Valacchia, Moldavia e Transilvania – retti da dinastie romene.

Tra i più grandi principi e governatori di questo periodo (i voivodi), Stefano il Grande di Moldavia, il mecenate cui si deve la costruzione di numerosissimi monasteri e chiese, e Vlad Tepes di Valacchia, detto l’Impalatore per la sua abitudine di impalare i nemici e i traditori della patria, considerato un eroe nella tradizione romena. A lui si ispirò lo scrittore irlandese Bram Stoker per creare la leggendaria figura del conte Dracula, il vampiro.

Il paese, conteso da Russia, Austria, Ungheria, cade nel XVIII secolo sotto il dominio dei turchi che esercitano il potere tramite funzionari greci. Con il congresso di Parigi del 1856 la Romania viene riconosciuta come Stato indipendente. Si uniscono Valacchia e Moldavia e nasce il regno di Romania con il re Carlo I. Nel 1918 l’unione è completata con l’annessione della Transilvania. Invasa dai Tedeschi nella II guerra mondiale, la Romania sigla con questi un patto che porta all’invasione da parte dei Russi ed alla successiva caduta nella loro sfera di influenza. Il re Michele abdica, il partito comunista si pone alla guida del paese.

L’avvento al potere del segretario del partito Nicolae Ceausescu e la sua credibilità sia all’interno che all’estero procurano al paese fiducia e aiuti da parte dell’occidente. Il degenerare del suo operato con il culto della personalità, la realizzazione di opere faraoniche con la distruzione di monumenti, quartieri e villaggi, la repressione di ogni forma di opposizione, portano nel dicembre 1989 a manifestazioni estese a molte città ed alla caduta del regime. Fucilati Ceausescu e la moglie, libere elezioni avviano il paese verso la democrazia e la partecipazione ai principali organismi occidentali. Per il 2007 è previsto il suo ingresso nella Unione Europea.

Anna Maria Carabillò Triolo
(2002)