Il Sàpmi, la terra dei figli del sole e del vento

La terra dei Sami, un popolo antico che con orgoglio e tenacia rivendica il diritto alla propria identità e alla salvaguardia della propria cultura.

 

Il villaggio sami di Alvisdjaur

ISami, noti ai più come Lapponi, termine ormai in disuso perché dispregiativo nel suo significato originale, vivono da migliaia di anni nell’estremo nord dell’Europa, oltre il Circolo Polare Artico. Nella mitologia dei Sami il padre del popolo è il sole, la madre è la terra. Ma la terra non potrebbe generare senza il vento che tiepido favorisce la crescita e gelido impedisce la vita dei licheni, il cibo principale delle renne attorno alle quali ruotava e ancora oggi in parte ruota la vita dei Sami. Figli del sole e del vento, dunque, come amano essere definiti, pervasi da una spiritualità che fonde il cristianesimo cui sono convertiti da tempo e l’antico senso dell’arcano, quando il Noajdde, lo sciamano, con il suo tamburo andava in trance ed entrava in contatto con gli spiriti e gli dei di cui interpretava la volontà e da cui invocava l’aiuto per tutta la comunità.

Stabilitisi nel nord Europa alla fine dell’ultima glaciazione, circa diecimila anni fa, i Sami inizialmente allevarono poche renne che servivano loro per la carne ed il latte, per trainare le slitte nei trasferimenti, per fornire pelli per il vestiario e il riposo, e corna e ossa per gli utensili. Vivevano di caccia e di pesca, commerciavano con i popoli vicini. Intorno al 1500 iniziarono ad allevare le grandi mandrie che divennero presto la fonte del loro reddito. Al variare delle stagioni le renne venivano trasferite, sulla costa in estate perché ingrassassero per affrontare il gelo della stagione fredda, in inverno sulla montagna dove sono abilissime a scovare sotto la neve i licheni di cui si cibano. I trasferimenti dalle mandrie coinvolgevano intere famiglie che trasportavano i loro averi su slitte trainate da renne e sostavano in tende formate da tronchi disposti a cono e ricoperti di pelli. Al centro della tenda stava il focolare che dava luce e calore e serviva alla cottura dei cibi. Uniche aperture, l’ingresso e un foro in alto per la fuoruscita del fumo. Tutt’intorno sul pavimento, ramoscelli secchi e pelli per distendersi, alle pareti corde e sostegni per gli abiti.

In seguito i Sami divennero stanziali, costruirono i primi villaggi, e allora non più tutta la famiglia si spostava, ma solo il pastore. Nel sedicesimo secolo iniziò l’evangelizzazione, nel diciassettesimo la Bibbia venne tradotta in lingua sami e sul territorio sorsero le prime chiese. Avvenivano allora i grandi raduni di tutto il popolo in occasioni di fiere e di feste religiose, il Giorno della preghiera di autunno e di primavera, il Giorno di tutti i santi. Le famiglie accorrevano anche da molto lontano, dalla costa e dall’entroterra, si riunivano nelle città-chiesa e vi sostavano anche per più settimane in un clima di festa, come una grande vacanza collettiva desiderata ed attesa nella solitudine e nel buio dei lunghi inverni. Gli uomini andavano a caccia e a pesca, i giovani trascorrevano il tempo dedicandosi ai giochi , le donne stavano in casa intente ai lavori manuali o si recavano in visita a parenti ed amici.

E in queste occasioni si celebravano i battesimi e i matrimoni, e anche i funerali. Si intonava allora il vuöllie, o yojk, il tipico canto che esprimeva la gioia al matrimonio ovvero il sentimento generale di dolore al funerale. Ad Arvidsjaur, nella Lapponia svedese , si può visitare la Lappstaden, la Città dei Lapponi, il più grande villaggio-chiesa sami che conserva più di ottanta capanne in legno dove alloggiavano le famiglie. Costruite con grossi tronchi, hanno la forma di un parallelepipedo con un tetto a piramide che richiama l’idea della tenda. Molto piccole e basse, erano facili da scaldare. Come nella tenda, al centro c’era il fuoco il cui fumo poteva uscire da un’apertura sul tetto, niente mobili ma corde e ganci dove attaccare gli abiti ed anche il cibo da affumicare. Oggi, nel villaggio ancora intatto, i Sami si riuniscono l’ultimo fine settimana di Agosto per celebrare il grande raduno tribale, in una festa che li vede tutti insieme, convenuti da ogni parte del paese.

Una tipica tenda dei Sami

I Sami usavano impiegare il sovrappiù del loro reddito per l’acquisto da mercanti dei paesi vicini di oggetti d’argento, un bene duraturo e facile da trasportare. Le forme e i disegni erano ispirati ai motivi caratteristici del loro abbigliamento e dei loro manufatti: il sole, la luna, i quattro punti cardinali, il sole di mezzanotte…. Ancora oggi prospera a vari livelli l’artigianato dell’argento che riproduce gli antichi disegni. Dai mercanti i Sami acquistavano anche il panno e le stoffe più leggere per i loro abiti colorati e ornati da galloni. I colori più comuni erano il rosso e il blu, ma anche il giallo e il verde, che troviamo anche negli arredi delle loro chiese con altari e panche dipinti in colori sgargianti.

Dal diciannovesimo secolo la rivoluzione industriale portò un grande cambiamento nella vita dei Sami. Il disboscamento delle foreste, lo sfruttamento del territorio, il prevalere della tecnologia sulla salvaguardia dell’ambiente mutarono il loro habitat e incisero profondamente sulla loro vita, da sempre vissuta in armonia con la natura e strettamente dipendente dal suo equilibrio. Nel 1986, per esempio, il disastro nucleare di Cernobyl ebbe conseguenze disastrose in quell’area. La radioattività fu assorbita dalle piante e contaminò profondamente i licheni; la carne di migliaia di renne dovette essere bruciata. Ancora oggi, anche se gli effetti del cesio sono notevolmente diminuiti, gli animali vengono macellati all’inizio dell’autunno, quando ancora non hanno iniziato a nutrirsi dei licheni.

I Sami sono oggi circa settantamila, distribuiti tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, la maggior parte in Norvegia, ormai inseriti nel tessuto sociale di questi paesi. Molti continuano ad allevare le renne, ma organizzati modernamente. Accompagnano ancora le mandrie nelle loro migrazioni stagionali, nelle soste usano ancora le tende, non più però costruite con pelli, ma con materiali leggeri ed impermeabili, non usano più le slitte, ma gatti delle nevi, fuoristrada, camper ed elicotteri.

Dopo lunghi anni in cui videro diventare proprietà delle nazioni del nord Europa quella terra che da tempo immemorabile consideravano propria, boicottati nella loro cultura e nella lingua, costretti a pagare tasse sul territorio di pascolo anche a tre stati contemporaneamente, sono ora riconosciuti come minoranza, hanno le loro scuole, i loro giornali, una bandiera comune, un loro Parlamento, il Sámediggi. Composto da trentanove membri regolarmente eletti dal popolo, il Parlamento, pur avendo solo un potere consultivo, si riunisce quattro volte l’anno per discutere i problemi e i diritti della popolazione indigena riguardo la lingua, la cultura, l’educazione.

Popolo orgoglioso e tenace, fiero delle proprie radici e geloso della propria autonomia, i Sami salvaguardano con orgoglio le loro tradizioni e i loro costumi, conservano la propria lingua, nei matrimoni e nelle feste indossano i coloratissimi abiti e i vistosi gioielli in argento e oro. Hanno una propria letteratura e una loro musica che, pur adeguandosi spesso al genere più attuale, nella sua forma più tradizionale richiama il canto monotono dello sciamano o lo yoik, l’antico canto popolare.

A sud di Capo Nord, Karasjok e Kautokeino sono le due città dove più forte è la presenza dei Sami.

Karasjok è la sede del Parlamento. Inaugurato nel 2000, l’edificio, completamente in legno, ha una struttura molto originale. Ha l’aspetto di una tenda e contiene una fornita biblioteca, luoghi di riunione, la sala dove si riunisce l’assemblea. Qui l’antico e il moderno, il passato e il presente si fondono. La sala, fornita di moderna attrezzatura per la traduzione simultanea, è arricchita da un grande dipinto a vivaci colori dove sono rappresentati in forma simbolica motivi della tradizione sami: la tenda con al centro il fuoco, la montagna e il mare con riferimento ai due diversi tipi di popolazione, l’aurora boreale. Nel 2002 l’edificio del Sámediggi ha ricevuto il premio per l’architettura della Norvegia del nord. Il Samipark è un museo all’aperto dove sono esposte antiche tende, capanne per la conservazione del cibo, strumenti di lavoro, recinti per le renne. Qui è stato creato un mondo un po’ artificiale, in parte organizzato a beneficio dei turisti che si spingono fin quassù, ma che comunque riesce a dare un’idea di quella società così lontana. Il visitatore può essere coinvolto nella ricostruzione della vita di contadini e pastori, visitando le loro capanne riscaldate dal fuoco, gustando il loro cibo, esercitandosi nel lancio del lazo tirato sulle corna delle renne per la loro cattura. All’interno del museo un filmato molto interessante e suggestivo esprime la spiritualità di questa gente antica, il suo legame con la natura, il suo rispetto per il sole e la terra. Di contro, mostra l’odierna vita automatizzata che usa strumenti moderni e li ha allontanati dalla stretta simbiosi con la natura che fu dei loro avi.

Kautokeino, nel centro dell’alto-piano del Finmark, vive la maggior parte dei Sami e non è difficile incontrarne qualcuno che anche al supermercato indossa il tipico costume di panno blu decorato da galloni rossi. Il villaggio ha l’aspetto di una luogo di frontiera: nel piccolissimo centro si trovano il supermercato, la banca, qualche locale; e poi case sparse nella brulla tundra circostante. La chiesa in legno è stata ricostruita recentemente sulle rovine dell’incendio della precedente. All’interno, l’altare è rosso e blu, i sedili rossi e verdi, i caratteristici, luminosi colori della tradizione sami.

Il Museo espone attrezzi, manufatti del passato, slitte usate per i trasferimenti, abiti in panno e pelle, da sovrapporre nel grande freddo, calzari in pelle di renna con la caratteristica punta ricurva per poter essere attaccati agli sci, culle da sospendere al soffitto, cui era fissata la catenina a sonagli per tenere lontani gli spiriti maligni.

A circa due chilometri dal centro si trova la famosa Silver Gallery, alloggiata in un originale edificio dalla forma caratteristica che riprende il motivo della tenda. Due coniugi, Frank e Regine Juhls, hanno creato dal nulla questi locali, dove espongono gioielli in argento che riproducono gli antichi motivi dei Sami, e anche originali gioielli moderni creati da Regine e ispirati alla natura. Sono esposti anche oggetti di fattura scandinava e oggetti orientali provenienti dall’India.

Un po’ dovunque nel nord Europa sono oggi sorti musei dove sono esposti oggetti dell’artigianato sami (lavori in pelle, in legno, in ossa di renna, oggetti in argento, coltelli). Purtroppo anche il consumismo ed il turismo a buon mercato hanno oggi la loro parte, e non tutto di quello che si incontra è autentico. Il popolo Sami, però, pur integrato nella società moderna, è realmente fiero della propria cultura e intende mantenerla intatta e tramandarla ai propri figli insieme al senso profondo della sua identità e al forte legame al proprio passato, con la speranza che un giorno lontano si possa realizzare il sogno di avere una loro terra comune, il Sapmi dei loro padri.

Ti ha detto qualcuno che noi viviamo nella terra dei Sami?
Ha detto che questa è il Sápmi?
Ha anche ammesso che è nostro?
Non ha parlato della cultura primitiva di gente semplice?
O ha affermato che essi son venuti con la luce? 
Nils Aslak Valkeapää
(Uno dei più noti autori sami contemporanei)
Testo di Anna Maria Carabillò, foto di Enzo Triolo
(2005)