Sentieri Rossi (U.S.A.)

Tra L’Arizona e il Montana sulle tracce dei nativi d’America.

 

Il mio amore viscerale per i nativi d’America mi ha portato, come ogni volta che ne parlo, a strafare o addirittura a sfiorare la retorica; me ne rendo conto ma non riesco a trattenermi, è più forte di me; sento questa forza che mi pervade e gioisco quando posso farli quasi rivivere in tutta la loro grande fierezza, nel loro grande amore per la natura, per tutta la natura, nessuna cosa esclusa…Gli Stati Uniti d’America, dalle lussureggianti foreste del New England ad Est, alle meravigliose zone del mitico Ovest, dai grandi Parchi Nazionali del Nord ai deserti del Sud, dalle Montagne Rocciose alle Grandi Pianure, costituiscono un vero e proprio continente da esplorare, da scoprire, da gustare. A questo si aggiunga il carattere sempre un po’ avventuriero, lo spirito di conservazione e la tutela della natura che sono tipici dell’americano: basti pensare che già alla fine del secolo scorso furono emanate delle leggi per la protezione dell’ambiente e l’istituzione del primo grande parco nazionale.

A differenza degli europei e degli italiani in particolar modo, gli americani non si sentono legati profondamente al luogo in cui abitano e vivono, per diverse ragioni; anche il loro tipo di rapporto di lavoro li porta a trasferirsi, tante volte nel corso della vita, da un posto all’altro di questo immenso paese. E tutto questo non fa altro che accrescere il loro spirito di avventura. Ho conosciuto tante famiglie che hanno trascorso la loro vita, per ragioni lavorative, nelle freddissime regioni dell’Alaska, nel Maine, nel Montana, nell’Oregon; poi, giunti nell’età della pensione, hanno venduto tutto, casa e terreno, acquistando un camper e decidendo di vivere a Sud, in Arizona, nel caldo secco di questo stato che tanto bene apporta alla loro salute; e mi sembra ancora di vederli, questi automezzi, color alluminio, brillare anche a diversi chilometri di distanza nelle strade diritte ed assolate, mentre si spostano dai loro grandi campeggi attrezzati per ospitarli (solitamente, almeno in Italia, camper è sinonimo di famiglia giovane, molto spesso con bambini al seguito, mentre negli Stati Uniti lo spirito d’avventura sembra appunto non avere età, anzi sembra sposarsi meglio con le esigenze climatiche e di vita in generale degli anziani).

Per noi europei, oltre alle caratteristiche di tipo naturalistico, c’è la possibilità, in un viaggio negli USA, di ripercorrere anni di storia vivendo accanto alle tribù dei nativi d’America. E’ giusto infatti ricordare che al tempo della scoperta dell’America da parte di Colombo, gli indiani erano oltre 70 milioni, cioè circa in quinto di tutta la popolazione delle terre conosciute; l’uomo bianco li ha distrutti sistematicamente, non solo con le guerre, ma portando, in questi luoghi, tutte in una volta, delle malattie terribili che gli indiani non conoscevano: la tubercolosi, la peste bubbonica, il vaiolo, la malaria, la febbre gialla che decimarono le oltre 500 tribù che da sempre vivevano libere in quelle terre che poi furono chiamate “America”. Per non parlare poi dell’introduzione di altre…malattie più civilizzate quali il whisky e le pallottole. Alla fine delle guerre “indiane”, restavano soltanto poche centinaia di migliaia dei nativi d’America.

Non sono sicuro che tutti quanti noi, uomini bianchi e civilizzati, abbiamo veramente il senso di questo immenso genocidio. E non dovrebbe certo bastare fare dei nuovi film nei quali gli indiani vengono, finalmente, rivisitati in un’altra ottica per farci sentire a posto con la nostra coscienza. Essi vivono ancora oggi nelle riserve, molte delle quali non hanno niente a che vedere con la bellezza dei luoghi in cui essi nacquero e vissero, praticamente da sempre. Vi sono tantissime occasioni, in un viaggio negli USA, per poterli avvicinare, vivere qualche giorno al loro fianco, per conoscerli meglio, per assistere alle loro feste sociali e religiose, per ascoltare i loro silenzi, le loro canzoni, le loro parole fatte d’alba.

L’Arizona e i Navajo

L’Arizona, il sesto stato per estensione degli USA, come tutti gli altri stati ha un motto che viene riportato anche nelle targhe automobilistiche: Gran Canyon State, il Gran Canyon del fiume Colorado, lungo 445 Km, largo 29 e profondo 1600 metri. Lo spazio geografico al quale siamo abituati non prevede questi colori, queste profondità, questo dilatarsi e confondersi di cielo ed orizzonte, di guglie e di pinnacoli; qualcuno ha definito il Gran Canyon “la più grandiosa manifestazione della presenza di Dio su tutta la terra”.

La sensazione che provai quando lo vidi per la prima volta fu come qualcosa che toglie subito il fiato per poi sentirmi veramente piccolo rispetto alla maestosità ed alla forza della natura. Secondo molti statunitensi, che non sono mai stati in Arizona, non sarebbe altro che un gigantesco deserto, uno scatolone di sabbia; invece è un territorio dove si può osservare una grande varietà di flora, fauna e di scenari naturali; il disegno altimetrico passa dai 20 metri più alto del livello del mare agli oltre 3800 metri delle catene montuose; le temperature oscillano, fra giugno e gennaio, fra deserto e montagna, tra i 50° ed i -40°.

Poche aree al mondo possono vantare la ricchezza faunistica dell’Arizona dove si concentra oltre il 60% della fauna selvatica del Nord America. Il tutto è rigorosamente protetto grazie ai movimenti ecologisti locali ed alle leggi federali vigenti.

Nessun’altra regione del Sud-Ovest degli Stati Uniti può paragonarsi per dimensioni e bellezza ai 17 milioni di acri della Riserva Navajo, la più grande degli U.S.A.; si estende, infatti, dal settore nordorientale dell’Arizona fino oltre i confini del New Messico e dello Utah. In ogni direzione si estende uno scenario infinito di dune rossastre, di canyon spettacolari, di gole e sassaie. Il cielo è di un blu intenso e trasparente; in estate l’aria umida proveniente dal Golfo del Messico si scontra con l’aria calda del deserto e nel giro di 15-20 minuti viene giù una muraglia d’acqua. Window Rock, al confine col New Mexico, è la sede del governo Navajo, un complesso di edifici di arenaria costruiti nello stile tipico del Sud Ovest, nascosti in un piccolo canyon sul quale si erge il celebre arco “la finestra di pietra”, cui la cittadina deve il nome. Sempre in questa cittadina c’è un grande emporio gestito dalla tribù (Navajo Arts and Crafts Enterprise), una tappa irrinunciabile per chi voglia acquistare tappeti, gioielli e ceramiche locali. Intorno al 4 di Luglio si svolge uno dei più importanti rodei indiani del paese, mentre in Settembre, per nove giorni, la cittadina ospita la Navajo Nation Fair, una grande festa che richiama oltre 50.000 persone anche delle tribù vicine, in cui si può gustare lo stufato di montone e pane fritto, delizia dei palati Navajo.

L’attrazione numero uno per i turisti in visita alla riserva resta, probabilmente, il Canyon de Chelly, il cui ingresso si trova circa al 30° miglio della statale 264 in direzione Nord. Le pareti raggiungono, in certi punti, i 240 metri di altezza e gli Anasazi, progenitori dei Navajo, vi hanno lasciato centinaia di abitazioni rupestri. L’accesso al Canyon è riservato esclusivamente alle visite guidate organizzate, poiché in fondo al canyon vivono tuttora numerose famiglie navajo dedite all’agricoltura ed alla pastorizia. Lungo le sponde del canyon corrono strade asfaltate in buone condizioni che offrono panorami spettacolari. Dall’alto, vi sono alcuni sentieri che scendono all’interno fino a raggiungere gli antichi insediamenti Anasazi, ma sono necessarie almeno 2 ore per arrivare. All’intersezione delle Highways 59 e 160 ci si può fermare per dare un’occhiata intorno: a nord si ergono le spettacolari cattedrali del deserto della Monument Valley, a ovest, oltre la cittadina di Kayenta, i canyon profondi e serpeggianti della Skeleton Mesa e davanti, la mole di Church Rock, una delle tante guglie vulcaniche che spuntano all’improvviso dal fondo di arenaria rosso-arancione. La Monument Valley è un autentico gioiello del paese dei Navajo, un miraggio di monoliti d’arenaria rossa reso famoso in tutto il mondo dagli indimenticabili film western di John Ford.

L’area è oggi un parco tribale con ingresso a pagamento (1 dollaro per auto). Il percorso lungo la pista polverosa può sembrare disagevole, specialmente con il caldo estivo, ma l’esperienza che offre è di quelle che non si dimenticano mai. Anche qui, ancora oggi, vivono molte famiglie di indiani Navajo. Ricordo ancora la prima volta che visitai, con la mia famiglia, la Monument Valley: eravamo partiti da Las Vegas di buon ora con un aereo ad elica a sei posti, proprio nel giorno di inizio della stagione delle piogge, attorno al 10 di Luglio; era una splendida ma caldissima giornata. Prima di salire ci pesarono per bilanciare il carico sull’aereo e ricordo ancora l’espressione non proprio molto rilassata di mia moglie e dei miei figli quando l’aereo staccò le ruote dalla pista per dirigersi verso il Gran Canyon. Il pilota volava a bassa quota facendoci gustare lo spettacolo delle gole del canyon, panorami che solo dall’alto si possono godere e, dopo una fermata di servizio nella cittadina di Page, arrivammo a destinazione: la riserva indiana Navajo nella zona della Monument Valley. Il pilota dell’aereo ci aveva avvertiti che gli indiani stessi ci avrebbero fatto visitare la riserva e che la durata e la natura dell’escursione stessa poteva variare sensibilmente, dipendentemente dal livello di simpatia che avremmo suscitato loro, mentre lui, il pilota, ci avrebbe aspettato in una stanza d’albergo affittata all’uopo.

Ci accolse quindi un enorme ragazzo navajo, con i tipici lineamenti inconfondibili: zigomi sporgenti, capelli ed occhi nerissimi, guardingo e sospettoso. In effetti, la maggior parte dei visitatori di queste riserve, vogliono soltanto fotografare, si aspettano di trovare ancora le tende (Tepee) o di vederli vestiti come nei film, ignorando che quelli sono abiti da cerimonia a sfondo religioso; dovremmo entrare in quei posti invece come si entra nelle chiese, in silenzio , in punta di piedi e con il cappello in mano, invece continuiamo a comportarci come se gli ospiti fossero loro. Ci fece salire in un enorme furgone tappezzato, internamente, con pelle di montone e ci portò verso la riserva, attraversando quelle lunghissime strade dritte e leggermente dunose, proprio come quelle che si vedono nelle pubblicità, con i pali dell’elettricità ai bordi e poi un irreale deserto rosso attorno.

Arrivammo al primo punto di osservazione, da dove si potevano ammirare e fotografare delle vere e proprie sculture bellissime modellate dal vento e dal tempo, in quel deserto rosso e con quel cielo azzurro che davano un’aria irreale a tutto quanto. La guida indiana ci mostrava i posti dove furono girati gli epici film western e, benché andasse “contro natura”, ci parlava enfatizzando quello che di bello c’era da dire per uomini bianchi come noi; si turbò visibilmente, infatti, quando, vincendo una certa paura mista ad emozione, io gli chiesi di parlarmi della sua gente, dei suoi antenati, quando gli dissi che volevo sentire la versione della storia raccontata dagli indiani invece che dai film. Il suo atteggiamento cambiò repentinamente nei nostri confronti: da scostante ed austero si tramutò in gioviale ed amichevole e, quando risalimmo in macchina per un’altra tappa, acceso il motore, ci chiese se volevamo fare del ‘rock and roll’ e noi, senza capire bene cosa volesse precisamente dire, annuimmo. Ma la risposta ci fu subito chiara: cominciò a divertirsi fra le rosse dune sabbiose facendo del cross con quell’enorme mezzo motorizzato che mostrò un’inaspettata potenza; le altre macchine che ci precedevano nei sentieri, vedendo dagli specchietti retrovisori il gran polverone che alzavamo, si mettevano di lato per darci strada e lui, con un’aria contenta, guidava con sicurezza in quei sentieri che conosceva come le sue tasche, e ci guardava sorridendo, segno che si era rotto il ghiaccio.

Infatti, dopo altre tre o quattro tappe che solitamente concludevano l’escursione, ci portò proprio all’interno della Monument Valley, e con nostro grande stupore, fermò la macchina vicino un Hogan, la tipica casa dei Navajo, invitandoci a scendere e ad entrare. La prima grande sorpresa fu la temperatura all’interno di questa rudimentale costruzione: mentre fuori vi erano oltre 40 gradi, all’interno si stava abbastanza freschi tanto da notare una certa umidità. Dentro vi era una donna seduta per terra, su un tappeto, che lavorava la lana; aveva un’età indefinibile, come tutte le donne indiane ed i suoi occhi erano velocissimi e svegli. Ci fecero sedere e ci offrirono da mangiare, del cibo che a noi sembrò ottimo, forse per l’ora tarda o per le troppe emozioni in così poco tempo; da bere ci offrirono un bicchiere ciascuno di una sostanza che non ho mai capito cosa fosse e di cui mi ricordo solo il colore rosa ed il gusto appena dolciastro. Ma, a dimostrazione che i Navajo conoscono meglio degli altri i segreti del deserto, visto che ci vivono, e che riescono a trarne sostentamento, un bicchiere di quella sostanza servì a dissetarci per l’intera giornata, malgrado il caldo e la terra che scottava.

Ma non riuscivamo a staccare lo sguardo da quella donna che ci mostrava quello a cui stava lavorando, in silenzio; in quegli occhi c’era tutto il loro mondo, c’era tutta la storia dei nativi d’America, come a loro piace giustamente chiamarsi. Le chiesi il permesso di baciarla sulla guancia e lei, abituata a ricevere soltanto un rapido bye-bye dagli avventori, acconsentì; quando stavamo per andarcene, chiamò mia moglie e mia figlia, ambedue con i capelli lunghi e disse, in segno di amicizia, che avrebbe voluto pettinare i loro capelli arrangiandoli secondo lo stile Navajo; e mentre pettinava mia moglie, sentivo una grande gioia dentro, sentivo che c’era qualcosa che mi univa a loro, qualcosa che non riesco bene a spiegare ma che, dopo quattro volte che li ho visitati, dal Quebec all’Arizona, dal Montana al Wyoming, mi fa sentire uno di loro, almeno spiritualmente.

A nord della Monument Valley c’è la cittadina di Page, nota per la diga del Glen Canyon alta 215 metri che fornisce energia pulita alla zona e per lo splendido lago Powell, le cui meraviglie si possono scoprire soltanto con la barca affittabile sul posto. Di lì a poco si scorge il Rainbow Bridge National Monument, il più grande arco naturale del mondo, con oltre 90 metri d’altezza.

Nel Montana, il Paese degli orsi

Il Montana con i suoi 380.000 Km quadrati, quanto l’Italia e la Svizzera insieme, è il quarto stato per estensione degli Stati Uniti, preceduto dall’Alaska, Texas e California. E’ composto da una parte rocciosa formata dalle imponenti e bellissime Montagne Rocciose che si sviluppano verso ovest, mentre verso est vi sono le grandi praterie, ricco di fiumi fra i quali lo Yellowstone ed il Missouri, il più grande degli USA. A questo stato sono stati dati due soprannomi: “The Treasure State”, lo stato del tesoro, per le ricchezze del suo sottosuolo e “Big Sky Country” per ricordare gli spettacolari orizzonti creati dal grandissimo cielo. Le cifre, per quanto aride, danno un’idea di cosa sia in Montana: 10 foreste nazionali con ben 12 aree protette, cioè oltre 7 milioni di ettari di territorio demaniale dedicati alle attività ricreative (dalle passeggiate in mountain bike alle discese di rafting), 26.000 Km di fiumi e torrenti aperti alla pesca, 100.000 ettari coperti da laghetti. L’unico parco nazionale del Montana è il Glacier National Park con 1.500 Km di sentieri attrezzati ed è, naturalmente, il più grande degli Stati Uniti. Inoltre, come se non bastasse, tre delle cinque entrate al parco nazionale di Yellowstone, per intenderci è quello dell’orso Yoghi, si trovano all’interno del Montana. Se siete ancora dubbiosi se visitarlo o meno, aggiungo che vi sono ben sette riserve indiane che ospitano fra le tribù più famose del Nord America: Sioux, Blackfeet, Chippewa, Crow, Assiniboine, Cheyenne del nord, Gros Ventres. Gli abi-tanti arrivano a malapena a 800.000 con una densità di 2 abitanti per Kmq, contro i 180 dell’Italia, e la città più popolosa (!) è Billings che conta 67.000 abitanti.

E’ abbastanza facile, in questo stato, incontrare degli orsi verso i quali bisogna adottare sempre un comportamento molto attento: è infatti consigliabile far sentire la propria presenza, battendo le mani, per esempio, o facendo dei rumori al fine di permettere all’orso di allontanarsi, invece di ritrovarselo a pochi metri di distanza. La distanza di sicurezza da questi animali è di 200-300 metri, visto che sarebbe del tutto inutile darsi alla fuga, poichè questi plantigradi, benchè il loro peso sia notevole (un orso Grizzly può arrivare a 630 chili), lanciati in velocità coprono in appena tre secondi la distanza di 60 metri. Le guide consigliano, nel caso di un incontro …ravvicinato, di non guardare l’orso negli occhi e di piegarsi sulle gambe al fine di sembrare più piccoli. Inoltre l’orso, se dovesse una sola volta venire a contatto con il cibo che l’uomo consuma durante i pic-nic e nelle gite in genere, subirebbe una grave crisi di dipendenza che lo porterebbe, sempre con più insistenza, ad avvicinarsi all’uomo per procurarsi quel cibo, costringendo i rangers a trasferirlo in altri luoghi oppure, purtroppo, talvolta ad abbatterli. Dal 1993 è in commercio uno spray anti-orso a base di pepe rosso che spruzzato a debita distanza provoca una temporanea irritazione delle prime vie respiratorie dell’animale, ma non è sempre detto che…funzioni.

Un’attrazione bellissima del Montana è costituita dal Glacier National Park, un insieme di ghiacciai incastonati come diamanti sulle vette e poi ancora laghi, foreste, vallate ricoperte da una vegetazione di un verde intenso e assoluto dove vivono centinaia di specie animali. John Muir, padre del movimento ambientalista americano, nel 1901 così scriveva a proposito del Glacier National Park: “Passate almeno un mese in questa riserva; il tempo non verrà sottratto, in termini di anni, dalla vostra vita ma la dilaterà indefinitamente e vi renderà immortali. Il tempo non vi sembrerà breve o interminabile e non soccomberete sotto il peso degli affanni della vita perchè essi si trasformeranno in doni dal cielo”.

Helena, la capitale dello stato del Montana, è una piccola cittadina nella quale si respira ancora l’atmosfera delle bramosie e delle speranze di vecchi minatori ed avventurieri; molti musei, monumenti e gallerie testimoniano questo antico passato costruito sull’attività mineraria, rendendo questa città, nel secolo scorso, la più ricca della nazione.

La danza del sole

Ogni anno gli indiani celebravano collettivamente il rito della Danza del Sole con un unico danzatore principale che ballava legato ad un palo centrale con dei legacci di cuoio terminanti con degli uncini trafitti al petto; l’aspetto del sacrificio del proprio sangue è certamente quello più frainteso ed osteggiato dalla nostra cultura. Negando il suo ego, il suo spirito di conservazione, il danzatore poteva provare nel senso più pieno lo sciogliersi di uno degli enigmi fondamentali dell’esistenza. Diversamente da noi Cristiani che passivamente veneriamo il sacrificio della crocifissione di Cristo e tuttavia professiamo la comprensione di quel sacrificio, l’indiano, che voleva comprenderlo pienamente, doveva egli stesso provare il sacrificio fisicamente, mentalmente e spiritualmente.

L’argomento divise irrimediabilmente bianchi ed indiani e fu il più tenace, in quanto squisitamente religioso e connesso al contrasto insanabile tra le due civiltà. In ballo c’era l’intera struttura sociale, religiosa ed economica di una razza basata su una scala di valori che non trovavano alcun punto di contatto, purtroppo, con la mentalità degli oppressori. Da una parte stava l’indiano ed il suo sentimento di comunione religiosa con la natura ed il Grande Spirito, la cui creazione riteneva inviolabile; dall’altra, l’uomo bianco, l’avanzare di una civiltà in continuo sviluppo ed il decrescere del suo patrimonio spirituale a mano a mano che ne cresceva l’abilità tecnica.

Little Bighorn

Durante l’ultimo anno della guerra di secessione (1864) le attenzioni dei coloni bianchi si spostarono verso i territori in cui, da sempre, vivevano i Cheyenne (il termine letteralmente significa “Popolo Magnifico”) e gli Araphao, proprio un po’ più a nord della città di Denver, in Colorado, lungo il fiume Republican. L’artefice della spietata campagna contro i “selvaggi ostili” fu il colonnello J. M. Chivington, un ex pastore metodista il quale aveva capito che la spada era uno strumento più rapido della Bibbia per civilizzare gli indiani; mi sembra di sentire la sua frase, purtroppo tanto celebre: “I want you to kill and scalp all, big and little: nicks make lice” (voglio che uccidiate e scalpiate tutti, grandi e piccoli: le uova fanno i pidocchi).

Una triste mattina di novembre, all’alba, il terzo reggimento di cavalleria, forte di 800 uomini e di alcuni cannoni, avvistava ed attaccava l’accampamento Cheyenne immerso ancora nel sonno, lungo il torrente Sand Creek; nel villaggio vi erano oltre 100 tende con circa 800 indiani, di cui 200 uomini e 600 fra vecchi, donne e bambini. Il loro capo era chiamato Black Kettle ed aveva ricevuto in dono, qualche tempo prima, una bandiera americana sotto la quale, gli era stato detto, sarebbe stato sempre al sicuro, lui e la sua gente. Subito dopo l’attacco dei bianchi, gli indiani mostrarono la bandiera americana e le donne ed i bambini vi si affollarono sotto, ma il fuoco non cessò ed iniziò un enorme massacro: gli indiani cercarono una via di fuga lungo il fiume Sand Creek ma trovarono i soldati a cavallo che gli sbarravano la strada, utilizzando anche i cannoni; a questo punto, i guerrieri indiani si lanciarono a mani nude contro i soldati.

In un resoconto scritto più tardi da un tenente si legge: “Non ho mai visto sulla faccia della terra e ad opera di qualche altro popolo, nulla di simile al valore dimostrato da questi indiani; caricavano da soli contro un’intera compagnia, decisi ad uccidere qualcuno prima di essere uccisi a loro volta….naturalmente noi non prendevamo prigionieri….”. I soldati scotennarono i morti, tagliarono e mutilarono i cadaveri e portarono a Denver più di cento scalpi che furono esibiti trionfalmente durante uno spettacolo teatrale; donne e bambini che avevano chiesto pietà e protezione ai soldati furono scotennati, uccisi a colpi di revolver e fatti a pezzi con le sciabole. Il numero degli indiani morti ufficialmente fu di 750. Il capo Black Kettle sopravvisse al massacro della sua gente ma subì, alcuni mesi dopo, una seconda carica, lungo il fiume Washita, ad opera del 7° cavalleria di Custer che lo attaccò, come consuetudine, all’alba e mentre i soldati uccidevano donne e bambini, la fanfara del reggimento suonava “Garry Owen”.

Gli indiani non avrebbero scordato tanto facilmente le insegne a coda di rondine del 7° cavalleria né i lunghi riccioli del suo comandante. Il massacro del fiume Sand Creek ispirò Fabrizio De Andrè che scrisse una bellissima canzone (o poesia?), interpretata anche da Mia Martini, il cui titolo è, appunto, “Fiume Sand Creek” il cui ritornello ripete: “Fu un generale di 20 anni, occhi turchini e giacca uguale, un generale di 20 anni e figlio di un temporale…. Ora i bambini dormono sul letto del Sand Creek”.

Gli indiani sapevano bene cosa comportava la guerra, ma sconosciuto era il concetto di genocidio e di eliminazione attuata con metodo; l’orrore per le atrocità commesse su donne e bambini non sarebbero mai state dimenticate; gli indiani, infatti, mai avrebbero ucciso o torto un capello ad un bambino o ad una donna bianca e restarono traumatizzati per il massacro dei Cheyenne, così altri Cheyenne, Araphao e Sioux (che costituivano non una tribù ma una vera nazione) decisero di vendicarsi.

Essi si riunirono e l’accampamento andava assumendo dimensioni enormi; vi erano infatti i Sioux Hunkpapa di Toro Seduto, i Cheyenne, i Sioux Oglala di Cavallo Pazzo, i Sioux Miniconjou, i Sioux Brule, i Sans Arc ed i Blackfeet, suddivisi in sei campi tribali orientati ad oriente. I rispettivi capi tribali avevano rimesso il comando supremo a Tatanka Yotanka (Sitting Bull o Toro Seduto). Era il mese di maggio del 1876 quando Toro Seduto decise di offrire al Grande Spirito, in prossimità dello scontro all’ultimo sangue con i “wasichu” (soldati bianchi), una imponente Danza del Sole in cui, egli stesso, avrebbe sacrificato il suo stesso sangue e la sua stessa carne. Quella Danza del Sole restò nella mente di tutti gli indiani che vi assistettero che, fra l’altro, vissero incredibilmente a lungo (ricordo, per i più scettici, che tutto quanto è scrupolosamente e dettagliatamente documentato, sia da fonti indiane che da quelle dei bianchi).

L’accampamento si trovava lungo il fiume Rosebud (bocciolo di rosa), nel Montana meridionale. Dopo aver piantato al centro l’albero sacro per la cerimonia, accuratamente scelto e tagliato soltanto da donne indiani vergini, con un coltello particolare un indiano tagliò 50 pezzetti di carne dal braccio destro e 50 da quello sinistro, dal polso alla spalla, di Toro Seduto che, durante l’operazione, tenne gli occhi chiusi cantando salmi rituali. Quando furono asportati tutti i pezzetti di carne, Toro Seduto, legato al palo centrale con delle fibbie terminanti con degli uncini conficcati nel torace, cominciò a danzare allontanandosi ed avvicinandosi al palo; dopo un giorno, una notte ed un’altra mezza giornata, cadde a terra quasi privo di conoscenza; con dell’acqua fresca sulla testa si cercò di rianimarlo un po’ e lui, con voce fioca, cominciò a parlare ed a dire che aveva avuto una visione: “molti soldati bianchi, numerosi come locuste, si sarebbero diretti, come impazziti, verso l’accampamento indiano; ma gli uomini ed i cavalli erano capovolti, con la testa per terra ed i piedi in aria, mentre una voce diceva <>”. Il significato della visione era evidente: i soldati, senza orecchie perché incapaci di ascoltare la parola del Grande Spirito, sarebbero giunti nel villaggio cercando di massacrarne gli abitanti, ma sarebbero morti tutti.

Questa visione ricaricò moralmente gli indiani che, nel frattempo, erano oltre 5.000, di cui 1.500 guerrieri. Il 21 giugno si riunirono a bordo del Far West (il battello per i rifornimenti della spedizione attraccato sulle rive del fiume Yellowstone, Montana, nei pressi della foce del Rosebud), il colonnello Gibbon, Custer e Terry, comandanti di altrettanti tronconi di soldati americani. Al 7° cavalleria di Custer sarebbe toccato l’onore di sferrare il primo attacco, sincronizzandosi, però, con il resto della fanteria a supporto. E così, con degli scout indiani Crow (da sempre acerrimi nemici dei Sioux e dei Cheyenne) al suo fianco, Custer costeggiò il Rosebud con le sue truppe che dopo tre giorni si imbatterono nelle rovine del campo dove aveva avuto luogo la Danza del Sole di Toro Seduto. Subito le guide indiane Crow mostrarono un certo disagio davanti a quella formidabile manifestazione di potenza rituale, ma Custer non se ne curò più di tanto.

All’alba del 25 giugno, dalle cime delle colline più alte, gli esploratori Crow avvistarono l’immensa estensione dell’accampamento indiano che si distendeva per oltre 5 km. lungo le sponde del fiume Little Bighorn (Montana meridionale); benché vi erano 25 Km. di distanza fra gli esploratori Crow e l’accampamento, quest’ultimo faceva già intendere il suo enorme potenziale di fuoco. Quando anche Custer raggiunse quelle alte colline, era già mattina avanzata ed una coltre di foschia estiva copriva parte dell’accampamento lontano e, anche questa volta, non ascoltò gli indiani Crow al suo seguito; inoltre, contrariamente alle sue abitudini, non decise di attaccare all’alba dell’indomani per trovare l’accampamento ancora sonnecchiante, ma, credendo di essere stato visto dagli indiani, volle attaccare quel giorno stesso, pur avendo i cavalli stanchi per il lungo viaggio. Ma i leggeri e scattanti cavalli indiani (mustang) ebbero la meglio sui grossi e sfiniti cavalli del reggimento, cosicché la maggior parte dei soldati americani fu massacrata. I migliori combattenti delle varie tribù indiane si lanciarono personalmente contro Custer e le sue truppe: Crazy Horse, Gall, Two Moons (Cavallo Pazzo, Fiele, Due Lune) con altre centinaia e centinaia di guerrieri pronti a tutto per difendere i loro figli, le loro mogli, le loro tende, la loro terra; erano oltre un migliaio contro i 210 soldati di Lunghi Capelli (così era chiamato Custer dagli indiani). Tutto fu vano e gli “uomini senza orecchie” caddero tutti come nella visione di Toro Seduto. Il capitano Tom Custer, fratello minore del generale al comando, fu decapitato ed il suo petto venne squarciato. Anche il generale Custer morì: nel suo cadavere fu trovato un colpo al cuore ed il segno di un altro colpo alla tempia sinistra; in seguito si parlò di suicidio in quanto non fu scalpato, e gli indiani non scalpavano i suicidi. Ma da morto egli divenne per l’uomo bianco un eroe, e la cosa servì egregiamente a far scattare l’offensiva finale contro gli indiani rimasti, così da lavare l’onta dell’efferatezza compiuta ai danni dei “bravi ragazzi” del glorioso 7° cavalleria.

Nonostante la grande vittoria ottenuta sul campo, il Little BigHorn segnò la fine del Popolo Magnifico, su cui calò la scure prima che su tutte le altre tribù. Toro Seduto, nel dicembre del 1890, fu assassinato a tradimento dopo essersi arreso all’uomo bianco, dagli agenti di una polizia indiana rinnegata. Crazy Horse, Cavallo Pazzo, formidabile guerriero dei Sioux Oglala, venne arrestato nel 1877 contro gli accordi presi e fu trafitto alla schiena con un coltello da un soldato americano; di Cavallo Pazzo non si ha alcun ritratto o fotografia, contrariamente agli altri grandi capi indiani, perché non volle mai posare né per i fotografi né per coloro che facevano i ritratti; ancora oggi, di lui, si parla in tono mitico anche presso l’università degli Oglala (leggere, a proposito, il libro di Vittorio Zucconi “Gli Spiriti non Dimenticano – il mistero di Cavallo Pazzo e la tragedia dei Sioux”, una vera grande biografia del guerriero).

I luoghi della memoria

In quei luoghi, nel Montana, rimane il campo di battaglia che è diventato monumento nazionale, con annesso il cimitero. Rimane solo la terra, il profumo e la maestosa serenità del Montana, uno stato fuori da ogni misura, con l’appellativo di Big Sky, un cielo senza limiti, una terra bagnata da fiumi che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, diviso a metà tra le Montagne Rocciose che guardano l’orizzonte verso l’oceano e le grandi praterie che sentono ancora il profumo, antico e lontano, delle mandrie di bisonti selvaggi sotto il ritmo dei tamburi della Danza del Sole. Le grandi praterie dei Sioux, dei Cheyenne, dei cavalli mustang, di capi leggendari. Terra, aria, montagne, fiumi, vento e cielo, tanto cielo, un cielo smisurato. L’unico tassello della tradizione dell’uomo rosso che non venne strappato dalle mani di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo.

Io li ho visti questi indiani, cent’anni dopo Custer, seduti lungo il banco a bere ed a guardare fisso, là dove il tempo ha un senso e le antiche radici le ha seppellite il fango. Loro danno alla parola un significato che noi abbiamo perduto, non la sprecano, sapendo bene che la parola traduce il pensiero ed il pensiero il moto del cuore; e fra tutte le strade da seguire, quella del cuore è la più difficile, perché la più pura, quella che raccoglie l’essenza di ogni uomo nella sua più acuta e nascosta profondità. Possiamo fare finta che siano scomparsi, che vaghino come ombre di un passato che è appena ieri e che alla nostra mente di uomini creatori del tempo sembra ormai così remoto. Ma sono qui, accanto a noi, nella memoria di quelli che lottarono per affermare l’amore per la natura e per la terra, e sempre qui, nella presenza di quelli che ancora penano per esistere ed essere considerati uomini. E ad ogni Natale, sempre più freddo, idealmente ci scambiamo i doni: io la mia bianca comprensione, gli indiani il grande sogno che domani sia ancora un bel Little BigHorn.

INFORMAZIONI UTILI 
(a cura di Nuccio Giordano)

Viaggiare senza problemi di alberghi, ristoranti e orari, essere liberi di cambiare strada ogni volta che se ne ha voglia, insomma una vacanza all’insegna della piena libertà e dell’avventura: tutto questo non sulle strade di casa nostra o della cara vecchia Europa, ma dall’altra parte dell’Oceano, ossia in America. Un sogno? Forse no. Dedicato a noi grandi viaggiatori che, un po’ turisti, un po’ esploratori, scegliamo itinerari inconsueti alla ricerca di forti emozioni, questo è sì il viaggio che fa parte dei nostri sogni, ma è un viaggio realizzabile; certo non con i nostri mezzi, a causa dell’enorme costo del “traghettamento” e della difficoltà delle pratiche burocratiche cui soggiacere prima di entrare sul suolo degli Stati Uniti (a meno che non si abbia la voglia e la possibilità di stare oltre oceano per qualche mese!), bensì con i mezzi da noleggiare in loco dopo esservi giunti in aereo: il costo di un biglietto aereo A/R dall’Italia agli Stati Uniti costa infatti oggi anche meno di un milione a persona.

Molto diffusa negli Stati Uniti per esplorare le zone dei parchi e le aree naturali è infatti la vacanza in camper, che è senz’altro all’insegna di una grande libertà, concetto questo che ha grossissime radici storiche (si pensi ai pionieri sui carri tirati dai cavalli e alla conquista del west). Ma anche noi abbiamo ben chiaro questo concetto.

Per noleggiare un camper da quelle parti la prima condizione è l’avere almeno 21 anni ed essere in possesso della patente di guida italiana (è sufficiente il tipo “B”) in regolare corso di validità. Non obbligatoria, ma comunque raccomandata, la patente internazionale.

E’ possibile noleggiare il mezzo direttamente dall’Italia, ritirandolo in una città e lasciarlo poi in una località differente, dietro pagamento di un supplemento, rispetto al costo del noleggio, che varia da un minimo di 100 a un massimo di 400 dollari a seconda della località di rilascio. Questo tipo di noleggio è denominato “one-way“. Il ritiro del camper è possibile anche negli aeroporti internazionali, come una normale autovettura, ai banchi di noleggio delle partenze/arrivi o in prossimità degli hotel situati in aeroporti. Qualora intenzionati ad alternarvi alla guida con un’altra persona dovrete segnalarlo all’incaricato al momento del ritiro del mezzo.

E’ possibile la sottoscrizione in loco di pacchetti assicurativi complementari all’assicurazione standard già inclusa nella tariffa di noleggio. In base alle assicurazioni stipulate varierà l’ammontare del deposito cauzionale richiesto al momento della stesura del contratto di noleggio, da un minimo di 300 a un massimo di 2.000 dollari USA (vengono accettate tutte le carte di credito, tipo VISA, Master Card, American Express, Diner’s, ecc.).

Il “parco” dei veicoli è a misura delle diverse fascie di utenza e dell’esperienza degli operatori; la maggior parte di camper sono equipaggiati con attrezzature avanzate e complete, tutti i mezzi sono dotati di cambio automatico, servosterzo, ecc. Bastano poche miglia per familiarizzarsi con il mezzo. Nel caso di inconvenienti è comunque disponibile un numero di emergenza contattabile 24 ore su 24, per ricevere assistenza.

Il camper viene consegnato con il pieno di carburante e così deve essere restituito. Al momento del noleggio vengono forniti dei manuali in lingua italiana per le necessarie istruzioni sull’utilizzo del mezzo. Con 30 dollari a persona da pagarsi in loco è possibile anche ritirare un kit che comprende lenzuola, coperte, federe, cuscini, asciugamani da bagno e da cucina, nonché piatti, stoviglie e bicchieri. Con altri 100 dollari si ottengono pentole e padelle, caffettiera e teiera, apriscatole, scopa e altri arnesi da cucina, e inoltre una tanica di gas propano, il necessario per il w.c. chimico, un adattatore di corrente, la guida dei campeggi americani e l’atlante stradale (negli Stati Uniti vi sono campeggi e aree attrezzate ovunque, e tutte le stazioni di servizio sono dotate di punto carico e scarico per camper!). Una cosa importante: non è possibile portare con sè animali domestici.

Il camper lo si noleggia per un minimo di 7 giorni. Tanti sono gli operatori del settore (“Go Vacation”, “El Monte Rv”, “Cruise America”, “Motorius”, ecc.). Le stazioni di noleggio sono aperte in genere dal lunedì al sabato, dalle ore 8 alle ore 17, e talvolta anche la domenica (tranne che a New York). Il camper deve essere preso in consegna fra le ore 13 e le ore 17 e deve essere riconsegnato nel giorno stabilito entro le ore 11; in caso di ritardo viene applicata una penale. Le compagnie di noleggio forniscono anche un servizio gratuito di trasferimento dagli aeroporti alle stazioni di noleggio, che si trovano in California a Los Angeles e San Francisco, nel Nevada a Las Vegas, in Florida a Orlando e Fort Lauderdale e infine a New York. Nessun rimborso spetta in caso di riconsegna anticipata.

Molte sono le società, professionalmente all’altezza, che organizzano viaggi negli States ed è significativo che, in tutti i cataloghi, vi siano tante possibilità da scegliere: spostamenti interni con diverse linee americane, viaggi organizzati in pullman e, sempre, una buona parte dei cataloghi è dedicata alla combinazione “fly and dry”, nella quale gli spostamenti vengono effettuati, dopo essere arrivati in aereo negli USA, noleggiando una macchina oppure un camper, con la descrizione dettagliata degli itinerari più spettacolari, con la descrizione del chilometraggio e delle strade da percorrere.

Per noleggiare un’automobile o un camper bisogna aver compiuto i 25 anni di età, anche se in alcuni stati il limite è fissato a 21 ma soltanto se non si trasportano passeggeri. E’ sufficiente avere la regolare patente B italiana, ma a volte per i camper è richiesta la patente C; ma meglio sarebbe richiedere all’ACI la IDP (Patente di Guida Internazionale, che è valida per un anno: essa viene preferita poichè è di più facile comprensione anche da parte della polizia americana. Le automobili americane possiedono aria condizionata, stereo e cambio automatico con sei posizioni. Si possono scegliere diverse tipologie: da 4 posti fino al Van, da 7 a 9 posti ed il prezzo della benzina (gasoline), che viene misurata in galloni (poco meno di 4 litri), è inferiore alle 500 lire al litro. Tutti coloro che scelgono il camper trovano, negli USA, tante facilitazioni: intanto non è richiesta alcuna patente speciale e, all’atto del noleggio, viene consegnato un elenco delle zone attrezzate in cui parcheggiare; negli USA ci sono oltre 20.000 campeggi, alcuni dei quali sono prenotabili in anticipo, e tutti posizionati nelle zone più belle del paese, a partire dai bellissimi parchi nazionali. I camper vengono divisi in due categorie: “truck camper” se di dimensioni di un furgone e “motor home” se di dimensioni di un pulmino; un camper per 5 persone, in media, consuma un litro di benzina ogni 5 chilometri.

Goacchino Valenti
(1998)