Un solo Stato, un solo Popolo, un solo Capo

Il male simboleggiato da Auschwitz non è iniziato nel momento in cui si aprirono per la prima volta le porte del campo e non è finito nel momento in cui furono spenti i suoi forni crematori. Ed il timore che ciò possa avvenire di nuovo non può farci dimenticare Auschwitz né ci permette di minimizzarne il significato.
Ecco l’articolo vincitore del 1° premio del concorso giornalistico 2007 del Club.

 

L’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz

28 edifici di un piano, 20.000 prigionieri; 5 milioni gli internati; 1,5 milioni i morti accertati; 2000 alla volta entravano nelle docce da 250 mq; 15/20 i minuti per morire; 300.000 i marchi che ha guadagnato la ditta produttrice del gas Ziklon B; 5/7 i Kg di gas necessari per eliminare 1500 persone; 7000 kg i resti di capelli che non erano riusciti ad inviare alle fabbriche; migliaia le scarpe, i vestiti, le spazzole, i pennelli da barba, gli occhiali, le protesi; 1300 pro-capite le calorie giornaliere: 1 litro di caffé, 1 litro di minestra senza carne, 300 gr. di pane duro come la pietra, 30 gr. di margarina; 23/35 kg. il peso dei corpi trovati; 200 le persone che dormivano in camerate adatte a 40/50; 1 forca mobile; 1 muro della morte; 3 forni crematori; 350 i corpi cremati ogni 24 ore…

E’ una gentile, garbata e distinta signora dai capelli bianchi che ci accompagna nella visita, che parla. Una quantità di numeri che ci piovono sulla testa, ancor più impressionanti in quanto legati ognuno ad un evento drammatico, sconcertante.

C’eravamo già stati nel 1995 ed all’epoca il piccolo Sergio aveva cinque anni, pochi per fissare e creare un processo logico su dei fatti difficilmente comprensibili anche a noi adulti. Crescendo, ha sempre manifestato un vivo interesse per la storia di quel periodo e un po’ per curiosità, un po’ per confrontare il “sentito dire” con la narrazione diretta dei fatti ha avuto il desiderio di ritornare a visitare quei luoghi. E poiché anche a me e ad Annamaria faceva piacere tornare nella bella terra di Polonia… siam partiti.

La stessa emozione che mi spinse allora a scrivere qualche riga sull’argomento muove ancora la necessità di testimoniare lo stupore, lo sgomento, l’incredulità che possa davvero essere accaduto, con queste righe che di sicuro non possono far passare i sentimenti ma che almeno possano trasmettere, con dati obiettivi ed inconfutabili, quello che è stato riconosciuto uno dei più spietati ed efferati, genocidi della storia di tutti i tempi. Un solo stato, un solo popolo, un solo capo, questo era lo slogan che faceva capo al pensiero di Hitler e dei vertici del III Reich, che non volevano la germanizzazione dell’Est europeo, ma una sua colonizzazione da parte di gente di razza pura, di pura origine tedesca.

Fino al 1939 Oswiecim era un tranquillo minuscolo paese di povere case alla confluenza della Sola con la Vistola, nella regione di Cracovia; a quel tempo i nazisti cambiarono il suo nome, imponendole il più tristemente noto nome di Auschwitz. L’essere un importante nodo ferroviario, l’esistenza delle caserme polacche pre-belliche abbandonate, il trovarsi al di fuori del centro abitato con possibilità di ampliamento ed isolamento delle costruzioni, furono tutte motivazioni che determinarono la scelta per fondarvi il campo di concentramento. Il continuo aumento degli internati (poco importa che fossero, ebrei, zingari, omosessuali, criminali, studiosi delle Sacre Scritture, detenuti ritenuti asociali dai nazisti) rese necessario l’ampliamento del campo. Ma non fu sufficiente. Così Auschwitz divenne il campo “madre” per tutta la rete dei nuovi campi. Nel 1941, a circa tre chilometri da Oswiecim, iniziò la costruzione di un altro campo chiamato in seguito Auschwitz II – Birkenau e nel 1942 ne fu costruito un altro a Monowice: Auschwitz III.

Alcune baracche divise anche fra di loro da barriere di filo spinato collegate ad elettricità ad alto voltaggio

Unica l’entrata al campo, ma altrettanto unica l’uscita. Nel campo di Auschwitz si accedeva da una porta sovrastata da una scritta cinica: “ARBEIT MACHT FREI” (Il lavoro rende liberi), mentre l’unica uscita era.. dai camini dei forni crematori. Varcando quella soglia, lunghe fila di tetri edifici, le vecchie camerate dei prigionieri del campo, sono oggi gli occhi della memoria.

Iniziamo dal blocco 7 dove c’erano le camere di prima “accoglienza”: centinaia di foto appese alle pareti, la marchiatura e il taglio dei capelli e lo smistamento nei vari settori. Il blocco 10, sede di criminosi esperimenti medici di massa, aveva le finestre oscurate da tavole di legno perché si affacciavano sul vicino muro della morte dove i prigionieri venivano portati nudi e fucilati, alcuni vegetavano per mesi in celle sotterranee inumane. Il blocco 11, quella della morte, era composto da celle di rigore da dove non si usciva vivi, con una piccola apertura nel muro per l’aria: alcune misuravano 90 x 90 e vi mettevano quattro prigionieri… Padre Maksymiliam Kolbe vi morì dopo aver scelto di dare la propria vita in cambio di un altro prigioniero e venne fatto Santo nel 1982 da Giovanni Paolo II. Una costruzione bassa ospita i forni crematori: c’e’ poca luce in questi locali, anche perché i muri e il soffitto sono completamente anneriti.

Il blocco 5 è adibito a museo e raccoglie le migliaia di oggetti trovati dopo l’evacuazione, montagne di scarpe, capelli, valigie, vestiti, occhiali, documenti ecc… sono conservati in memoria di questo luogo. All’esterno le indimenticabili recinzioni di filo spinato con la corrente elettrica: a volte alcuni vi si lanciavano contro esausti di vivere… Ai nuovi arrivati si confiscavano i vestiti e qualsiasi effetto personale, si rasava loro i capelli, quindi venivano contrassegnati con un numero e registrati. Inizialmente ogni detenuto veniva fotografato in tre pose, ma poi per l’alto costo del sistema, fu introdotto il tatuaggio e, a secondo dei motivi dell’arresto, i detenuti venivano contrassegnati da triangoli di diverso colore cuciti sulle casacche insieme al numero di matricola. Gli Ebrei ricevevano una stella formata da un triangolo di colore giallo incrociato con un triangolo che indicava il motivo dell’arresto. Agli zingari triangolo nero, agli studiosi delle Sacre Scritture triangolo viola, agli omosessuali rosa, ai criminali verde.

Dall’Alta Slesia, dalla Slovacchia, dalla Francia, dal Belgio, dall’Olanda, dalla Germania, dalla Norvegia, dalla Lituania, dall’URSS, dalla Grecia, dall’Ungheria e da altri Paesi dell’Europa occupata, migliaia e migliaia di Ebrei europei morirono gradualmente per fame, per le micidiali condizioni igieniche, per le malattie, le epidemie, per gli esperimenti, le vessazioni, le percosse, le violenze e per le esecuzioni singole e collettive che venivano spesso eseguite dopo 5-10 minuti di processo molto sommario. Molti degli Ebrei condotti allo sterminio nel campo di Auschwitz erano convinti di essere deportati ad abitare aree dell’Europa orientale. Furono ingannati con l’offerta di un lavoro o di una fabbriche, con la vendita di inesistenti terreni edilizi e fattorie, ed è per questo che spesso portavano con sé, al campo di concentramento, le cose più preziose che possedevano.

I treni si fermavano alla stazione ferroviaria di Auschwitz dopo sette ma anche dieci giorni di viaggio, piombati e sigillati. Quando si levavano le spranghe per aprire le porte dei vagoni, spesso parte dei deportati, specialmente vecchi e bambini, era deceduta e i rimanenti si trovavano in un estremo stato di degrado e di esaurimento fisico. Si ritiene che circa il 70/75% dei deportati che arrivavano ad Auschwitz sia stato portato direttamente nelle camere a gas. Le persone entravano tranquille negli spogliatoi sotterranei, rassicurate dal fatto che si sarebbero andate a lavare. Passavano quindi in un altro locale simile ad una sala da bagno con al soffitto installate delle docce, per le quali però non è mai passata dell’acqua. Dopo la chiusura delle porte 15-20 minuti e le vittime morivano soffocate. Per i bambini nessuna particolare pietà: venivano trattati come gli adulti, contrassegnati come prigionieri politici dovevano lavorare duramente, i gemelli servivano da cavie per esperimenti criminali.

Auschwitz II – Birchenau: la fine del binario che vi conduceva i deportati

Il clima malarico di Oswiecim, le pessime condizioni abitative, la fame, il freddo, il vestiario insufficiente ed impotente contro il freddo, non cambiato e non lavato per lunghi periodi, i topi e gli insetti, erano causa della diffusione di malattie ed epidemie che decimavano i prigionieri. I più deboli o coloro che non davano speranze per una pronta guarigione, venivano portati nelle camere a gas oppure soppressi in ospedale con un’iniezione di fenolo al cuore. I medici delle SS con il prof. Carl Clauberg ed il dott. Mengele sottoposero ad esperimenti criminosi di sterilizzazione molte donne ed i bambini, gemelli o menomati fisici, ad esperimenti terribili. Rottura di ossa, uso di acidi, innesti di pelle, mutilazioni permanenti.

Il detenuto poteva essere punito per tutto: per aver colto una mela, per aver sbrigato un bisogno fisiologico durante il lavoro, perché ritenuto lento nel lavoro. Si punivano con le fustigazioni, appendendoli ad appositi paletti per le mani legate dietro la schiena, con lavori punitivi speciali, con esercitazioni punitive, obbligandoli a stare per ore ed ore in posizione eretta, costringendoli in minuscole celle, con un foro per l’aerazione di cinque centimetri anche in quattro, in piedi. Non ci si poteva sedere, non si poteva dormire, si poteva morire per soffocamento. Spesso i puniti ricevevano le razioni alimentari ridotte ed erano costretti ad eseguire i lavori più duri… Visitando Auschwitz, quindi, l’angoscia è totale. Prima di lasciare il campo mi soffermo davanti all’unico forno crematorio ancora esistente, sul quale è stata adagiata una ghirlanda tricolore… Davanti a quel forno, dove i corpi venivano bruciati, ti senti inerme, inutile. Tutta l’umanità dovrebbe almeno una volta prostrarsi davanti al più grande monumento dell’odio.

Ci spostiamo col camper a pochi chilometri per raggiungere Birkenau (Auschwitz 2), posteggiamo a pochi metri dall’ingresso del campo. Quando nel 1944 fu terminata la costruzione di un apposito scalo ferroviario, i morti viventi proseguivano fino a Birzezinka (Auschwitz II – Birkenau). Entriamo da sotto la torretta di sorveglianza, chiamato il cancello della morte, da dove entravano i treni con i deportati; questo era molto più grande del campo precedente, e qui vennero sterminati 1 milione di ebrei.

L’impatto è, se possibile, ancora più forte. Davanti agli occhi si estende un campo infinito, tutto delimitato da alti pali, uniti fra loro da cupi e lunghi fili spinati e vi posso garantire che, appena avvistate le baracche con i binari che tagliano in due il campo di concentramento, allora vi vengono i brividi; il giro a piedi è lungo, ma è consigliabile farlo tutto entrando nelle baracche a vedere le classiche strutture in legno trasformate in letti. Dopo questa visita avrete ancora più chiara l’idea di ciò che è stato lo sterminio degli ebrei.

L’ingresso è attraverso un arco sovrastato da una grande torretta di avvistamento. Sotto l’arco scorrono i binari del treno, sui quali correvano i convogli dei deportati. I binari corrono rettilinei per circa un chilometro, terminando in un grande spiazzo dove fino al 1945, prima di essere distrutti dai tedeschi poco prima della liberazione del campo, sorgevano i tre grandi forni crematori dove allora, ufficiali e medici selezionavano gli ebrei deportati, inviando gli abili al lavoro ed i disabili alla camere a gas e dove oggi, si ergono, a memoria eterna, funebri macerie ed un monumento in ricordo dei morti.

A destra e sinistra dei binari si ergono le grandi baracche in legno e muratura dove erano ammassati gli ospiti del campo. Dentro quegli ambienti, camminando sullo sconnesso pavimento in cemento grezzo, fra i letti a castello fatti con rozze tavolacce, sembra di vedere i deportati, lì ammassati come bestie dentro quei cassoni in legno che di letto non hanno neanche la funzione.

Uno dei dormitori

Non saprei spiegare meglio di come riportato da un libro, il trattamento riservato agli ospiti del campo: Le donne a Birkenau furono collocate in baracche predestinate a stalle per cavalli, senza finestre, solo piccoli vetri opachi sotto al soffitto, fra il tetto e le pareti vi erano aperture per ventilare da dove entrava pioggia, vento, neve, come del resto dal soffitto bucato. Il pavimento di argilla diventava presto infangato, le scarpe costituiscono una rarità, le poche fortunate posseggono zoccoli di legno; il cambio della biancheria è molto raro e quando avviene si ricevono solo stracci sporchi e laceri, all’inizio non era previsto lavarsi, le donne si lavavano con il caffé o tè che compravano dalle compagne in cambio di pane; i pidocchi, la scabbia, la mancanza d’acqua non erano la cosa peggiore, l’incubo era il quotidiano uso delle latrine, lunghi blocchi di cemento dove vi erano due file di fori, alla fine del blocco il canale di scolo trasformava la terra in fango misto ad escrementi una latrina serviva ad alcune migliaia di donne…

Nessuno è in grado di comprendere in pieno né di ricostruire le condizioni di vita ed il dramma di oltre un milione di deportati nel campo. Auschwitz, il più grande e noto campo nazista di morte è diventato il simbolo stesso dell’olocausto, ovvero dell’annientamento sistematico di ebrei, zingari, prigionieri di guerra e deportati di varie nazionalità. Ciò che rimane dalla visita, grazie anche alle informazioni della gentile guida, è la profonda persuasione che il male simboleggiato da Auschwitz non è iniziato nel momento in cui si aprirono per la prima volta le porte del campo e non è finito nel momento in cui furono spenti i suoi forni crematori. Ed il timore che ciò possa avvenire di nuovo non può farci dimenticare Auschwitz né ci permette di minimizzarne il significato.

Luigi Fiscella
(2007)