E San Pietro fu rapito

Lentini tra chiese, feste e affreschi incustoditi: un paese e una zona ricchi di testimonianze d’epoche passate spesso in grave stato di degrado.

Lentini, Piazza Duomo

Non sempre fare una gita, gustare nuovi sapori, andare a scoprire luoghi, aneddoti e storie strane comporta il percorrere lunghe distanze o sottoporsi a “sfacchinate stradali”. Paesi a noi vicini, in termini chilometrici, nascondono angoli, storie, monumenti, ricette, indirizzi “alternativi”, da scoprire durante le gite domenicali.

Nel corso di queste nostre periodiche puntate ci dedicheremo ogni tanto a qualcuno di questi luoghi “fuori porta” per darvi l’occasione di visitarli con occhio diverso.

Lentini

Ci si dirige a Lentini, da Catania, girando a destra dopo il ponte Primosole. Dopo un paio di chilometri, con la strada in leggera scesa e con un meraviglioso panorama con vista sull’Etna, in contrada Torrazza si ritrovano i resti di una vasta necropoli, l’antica Symaethus. Dopo circa 20 km. si giunge a Leontinoi, colonia greca fondata dai calcidesi nello stesso periodo di Catania.

La sua storia è costellata di ricorrenti guerre e occupazioni. Siracusani, Cartaginesi, Agrigentini, Geloi, tutti hanno avuto a che fare con Lentini, tutti hanno lasciato tracce, ahimè spesso distrutte irrimediabilmente.

Il piccolo museo archeologico, la domenica aperto fino alle 13, è tutto da scoprire, con reperti risalenti alla preistoria, al periodo calcidese, all’età arcaica, con ceramiche fregi, corredi di tombe, crateri, monete.

Vale certamente una visita accurata all’imponente zona archeologica – magari accedendo da Carlentini – tutta da gustare dopo la visita al Museo in cui è tracciata una breve storia del paese. Partite dal colle del Castallaccio e attraverso la valle di S. Mauro portatevi alle fortificazioni, quindi al villaggio preistorico, alla necropoli e alla valle Ruccia con la grotta del Crocifisso. Trovare una guida è la migliore soluzione per vedere tutto, per esempio le quasi inaccessibili chiesette rupestri – per fortuna ancora integre nonostante la dilagante incuria e barbarie anche se nella chiesetta di San Mauro è stato asportato, incredibile a dirsi, un affresco raffigurante San Pietro – e gli antichi insediamenti di Sant’ Ilario e Santa Anania.

In paese pregevoli sono la chiesa Madre – o di S. Alfio – con il ricco fercolo, la chiesa della Fontana, e quella della Badia, ricostruita con le pietre di un palazzo nobiliare distrutto nel terremoto del 1693.

Le feste

Ancora bella, anche se un po’ decaduta, la festa di S. Giuseppe con il vecchio, la giovane e il bambino – si fa per dire, perché in genere è un bel giovanotto – scelti tra gli indigenti del paese. A essi viene offerto un pubblico pranzo con un’enorme tavola imbandita. I resti vengono venduti.

Carlentini, paese rivale, anticonformisticamente, festeggia San Giuseppe il giorno di Pasquetta con un ricco (una volta era così) corteo di carretti siciliani. Da non mancare, per Sant’Alfio, i tre rituali giorni di festa: la notte del 9 Maggio la corsa un po’ “osé” dei Nudi col cero e il giorno dopo i bambini che vengono spogliati al passare del fercolo con i loro abiti regalati, seduta stante, al Santo.

La rappresentazione del martirio nella grotta ha perso un po’ del suo fascino da quando le vecchie statue di cartapesta di epoca fascista – Re Tartullo, si intuisce il perché, era nero e somigliante al Negus d’Etiopia, mentre la sorella, miracolo genetico, essendo cristiana era biondissima ed ariana – sono state sostituite da moderne statue con il re cattivo che adesso sembra un attore hollywoodiano un po’ abbronzato che recita in un serial d’epoca romana di Berlusconi.

La Gastronomia

La presenza del lago – ora ex lago – condiziona ancora la gastronomia di Lentini. Prodotti allora comuni, ora molto ricercati, sono ancora appetiti dai lentinesi, quasi che in questi ingredienti ricercassero l’essenza stessa delle loro origini.

Le rane in guazzetto o impanate, l’anguilla alla brace o “a ghiotta”, le tinche in carpione o con capperi, pomodoro, mollica e uovo, fanno ancora parte, anche se con qualche difficoltà, della tradizione in cucina. Così come la cacciagione; ancora adesso qualche cacciatore vende in piazza folaghe e pernici cacciate altrove e che i lentinesi comprano quasi per memoria affettiva ricordando con un pizzico di malinconia i tempi in cui la “caccia” abbondava intorno al lago.

Rimane viva la tradizione del “cudduruni” sia nella versione salata (broccoli e tuma) che dolce (ricotta, cannella e zucchero) mentre non è del tutto estinta la “‘mpanata” di anguille, una pasta di pane non lievitata, lavorata con vino stravecchio e ripiena di anguille, capperi e cipolla.

I ristoranti di Domenica sono quasi tutti chiusi, tranne il Pic-Nic che si trova appena fuori paese e conserva una sua certa aria di trattoria “out” messicana, di moda nei primi anni ’70 tra gli “alternativi” catanesi. Ancora adesso è possibile mangiare la pasta aglio e olio e il pollo alla brace. In alternativa, in paese, il bar Navarria, vicino alla piazza – dove oltre i dolci è possibile trovare una tavola calda – e il bar Lo Castro in via Garibaldi.

I Gattopardi

Il Barone Beneventano dominò la vita politica di Lentini a cavallo del secolo. Da gabelloto dei Trabia a gestore di esattorie, da braccio armato nelle repressioni contadine del 1860 a guida e capopolo degli stessi nelle occupazioni delle terre del primo dopoguerra: il Barone è sempre li ad anticipare e prevenire il nuovo, a ricercare il consenso e mantenere privilegi e autorità.

Cambiare tutto perché niente cambi: il Gattopardo è passato anche da Lentini.

Alfio Triolo
(2005)