Fornazzo, la tranquillità ritrovata

Il paesaggio che si staglia sullo sfondo del grande vulcano è denso di suggestioni, addormentato nel sonno incantato d’una quiete irreale.

Un’immagine di Fornazzo a inizio del secolo

Anche i sassi parlano in alcuni luoghi dello scandire lento del tempo, dell’immutabile ritorno delle stagioni, del lavoro tenace ma silenzioso degli uomini. Molti di questi sassi si ammassano ai bordi delle stradine che s’inerpicano sulle pendici del più maestoso e temibile vulcano d’Europa, l’Etna o “a muntagna“, come la chiamano da queste parti, la montagna solenne, madre e matrigna di quelle genti che alle sue rocce rimangono aggrappate da secoli, caparbie come la ginestra, testarde come i popoli della terra di Sicilia. Genti che hanno segnato nel tempo le falde del vulcano delle impronte di una civiltà contadina povera ma orgogliosa, che nulla chiede alla Natura se non di convivere con essa in pacifica operosità.

Sulle pendici orientali del Mongibello s’incastonano tra le nere rocce laviche suggestivi paesini e borghi, la cui serena quiete appare al visitatore come affresco incantato che fa scivolare la mente nel fiume d’oro della nostalgia. Tra questi, arroccato a settecentocinquanta metri sul livello del mare vi è Milo, il cui nome giunge a noi da un’antica voce greca che identifica il “nero”, a ricordare la negra immagine della pietra lavica per la quale scorre l’acqua salvifica delle contrade milesi.

Ma è Fornazzo, piccolo borgo di Milo, che più d’ogni altro tra quelli etnei innamora della propria quiete chi lo raggiunge dal tormento agitato delle città divorate dall’ ansia. Fornazzo, che si raggiunge salendo da Giarre fino a Zafferana Etnea e deviando successivamente per Milo, con l’aria tersa e pulita, le strade silenziose, i cortiletti verdi e ombreggiati, le cisterne colme d’acqua limpida e fresca, è stato prescelto a dimora e rifugio dal turbinio delle metropoli da gente semplice e da uomini di successo. Tra questi ultimi, i cantautori Franco Battiato e Lucio Dalla l’hanno eletto a proprio angolo di paradiso, tranquillo ritiro dove ritrovare se stessi.

Una panoramica odierna della vallata in cui sorge il borgo

Sono appena trecentoventi gli abitanti di questo minuscolo borgo: molti vecchi; pochi giovani; pochissimi bambini. Tutta gente serena, che vive in questi luoghi quasi con discrezione, rispettosa di quella Natura che sente come madre, e come madre ama di amore profondo e tenerissimo. Qui i fanciulli si accompagnano ancora ai vecchi, che raccontano loro le storie degli anni lontani della giovinezza tracciando ampi segni nell’ aria con le mani indurite e deformi dalla fatica. Qui il postino è l’amico di tutti. Con le lettere porta le voci rumorose del mondo che si agita a valle, ma che rimane lontano, a sicura distanza da queste strade dove si può ascoltare il rumore scandito dai passi.

Fornazzo è però conosciuto dai molti dalle ferite con le quali, più volte in questo secolo, lo ha segnato il gigantesco vulcano sul quale riposa. Il suo ribollente sangue lavico è ora una crosta nera aggrumata nella scura pietra che delinea per sempre i solchi di queste ferite. Su quelle cicatrici, su quelle rocce nere, la fatica tenace dell’uomo ha riedificato case e speranze, nell’indomita battaglia per la sopravvivenza sulla terra degli antenati, così come la tradizione vuole che abbia fatto un uomo che accanto ad una grotta, formata dall’onda minacciosa di una colata lavica ormai rappresa, costruì la propria dimora quale trattato di pace con il vulcano. Quella grotta sembrava a chi la guardasse un grande forno: un “fornazzo“.

La Cappelletta della Madonna della Lava, sopra Fornazzo di Milo, dove si bloccò una delle colate laviche che stava per giungere in paese

Qui il tempo non ha mutato la serena quiete dei luoghi, adorni di abeti e larici, di pini, di faggi e di castagni che offrono da sempre frescura e sostentamento alla gente che vi dimora. E soprattutto con i tronchi dei possenti castagni, i “maestri d’ascia” rifornivano un tempo le segherie artigianali del luogo che ancora oggi mantengono una fiorente attività. Nel rispetto prudente e secolare per la Natura, questi uomini tagliano tuttora gli alberi provvedendo con pazienza alla cura dei ceppi rimasti perché possano ricrescere rinnovando l’imperscrutabile ciclo di vita.

Ma i terreni boschivi di queste contrade hanno nel passato più remoto dato vita ad un altro antico mestiere tuttora praticato, quello del carbonaio. “U carbunaru” conosce gli oscuri segreti della trasformazione del legno in carbone, che attua durante lunghe ore di estenuante lavoro e per la quale sa attendere con pazienza accoccolato sotto “u pagghiaru”, precario ricovero approntato con rami secchi ed arbusti.

Giovane o vecchio che sia, chi abita a Fornazzo è segnato nel cuore dal suo paesaggio: dipinto dalla Natura ora con i tratti incisivi e netti dei dirupi, ora con le linee ondulate e serene delle colline; violentato dal vulcano con l’aspra pietra nera figlia della lava; lavorato dall’uomo con i frutteti ricchi di mele, pere, ciliege e nocciole e con le terrazze coltivate a viti. Da queste, il generoso vino dell’Etna, forte e schietto, che qui si produce in proprio per la gioia di vederlo sgorgare scuro e scintillante di riflessi dalle botti costruite con l’esperienza di generazioni.

Dalla terra porosa e fertile, la gente di Fornazzo trae gran parte del proprio sostentamento, nonostante il commercio dei prodotti ortofrutticoli non offra allettanti guadagni. Ma la caparbia volontà di questa gente non conosce ostacoli, ed è frequente osservare sull’uscio di casa qualcuno che, approntato un provvisorio banco di vendita, attende paziente chi vorrà acquistare le mele e le nocciole poste in bella mostra, o il gustoso miele lavorato in proprio che gli apicoltori offrono all’ acquirente in differenti varietà: di zagara, di eucaliptus, di timo, di acacia, di “sudda“, il “millefiori”.

Se il tempo non ha deturpato questi luoghi, e non li ha resi mostruosi come i dedali inestricabili ed opprimenti dei moderni insediamenti urbani, è pur vero che in essi ha cancellato alcuni mestieri che il progresso tecnologico ha ormai sancito essere superati ed economicamente improduttivi. Tra questi, quello del lavoratore della neve. Soltanto i vecchi ne ricordano oggi la figura umile ed infaticabile, quando erano in molti a scavare nel terreno le “tacche“, buche larghe e profonde che servivano a raccogliere la neve caduta copiosa nei mesi freddi dell’inverno e che prendevano nome dalle contrade nelle quali si trovavano: “tacca ‘a petra“, “tacca ‘U favu“, “tacca di munti cirasa“. Un vecchio carrettiere racconta ai bambini di Fornazzo come la neve venisse un tempo battuta nelle “tacche” con speciali tavolette fissate ai piedi, i “trippiaturi“, e poi ricoperta di foglie perché si trasformasse in ghiaccio. Giunta la calda estate, con il “falanguni” il ghiaccio veniva tagliato in blocchi per essere trasportato a dorso di mulo o sul carretto nelle città, fino alla lontana Calabria.

La chiesetta di Fornazzo

Alla storia dei popoli più antichi, appartiene anche la pastorizia, che a Fornazzo si pratica tutt’oggi in modo arcaico. Qui esiste ancora chi conduce il gregge al pascolo con i cani che raccolgono e guidano le pecore, e la notte veglia su esso dinnanzi al fuoco che illumina gli occhi di riflessi di fiamma. Qui il pastore fa cagliare il latte appena munto nelle “quarare”, vasche di ferro battuto nelle quali prende corpo l’appetitoso formaggio dell’Etna e si aggruma candida ricotta che giovani e vecchi possono gustare come si faceva in anni lontanissimi.

L’inverno è freddo in questi luoghi, ed ogni anno imbianca i tetti delle case e la campagna silenziosa. Il paesaggio che si staglia sulla sfondo della grande montagna è allora denso di suggestioni, addormentato nel sonno incantato d’una quiete irreale che insensibilmente lascia le cose per insinuarsi come nebbia sottile nelle profondità del cuore. I rigori invernali portano ad una maggiore intimità i fornazzesi, che per loro natura hanno sacro il culto della famiglia e del focolare domestico.

Nelle case, costruite pietra su pietra da una volontà tenace e secolare, vi è il segno dell’amore per questi luoghi. Lo testimonia la nera e forte pietra lavica degli archi che sormontano le porte, addolcita però dai colori tenui e delicati delle pareti; lo testimoniano le edicole incastonate nelle facciate, con la Madonna o il Santo che proteggono dai pericoli della vita ed indirizzano al cielo le preghiere, come quella della Vergine Maria ai piedi della quale molti anni or sono s’arrestò, acquietandosi, un’imponente colata lavica.

In quelle case abitano molti vecchi, i tratti asciutti, i volti scavati dagli anni e le mani nodose e offese dalla fatica; unici sacerdoti della memoria che a Fomazzo sostano spesso in silenzio a guardare dalle loro rughe pensose il mare della costa jonica, azzurro e luminoso, che dal belvedere gli occhi abbracciano da Augusta a Taormina. I bambini sono invece pochissimi a Fomazzo, bruni, con gli occhi neri e mobilissimi, e le guance rosse quando corrono verso la piccola scuola dove il maestro insegna loro a leggere e scrivere, e ad amare il borgo e la grande montagna che gli è madre. E mangiano il pane caldo e fragrante i bambini, quello che le massaie impastano con le proprie mani e cuociono negli artigianali forni a pietra; quel pane genuino con il quale si sono nutriti i loro padri, e i padri dei loro padri, per generazioni di uomini forti e sani, figli della terra e del cielo dell’Etna.

Il paesaggio rurale attorno al borgo

La piccola chiesa del borgo è uno dei punti di riferimento per i ragazzi che vogliono conoscersi e confrontarsi con le problematiche e le contraddizioni della propria età, e nella parrocchia essi organizzano ogni anno la festa per il Sacro Cuore di Gesù. Ma la ricorrenza non rappresenta soltanto un momento religioso, essa è anche occasione di conoscenza e dialogo, opportunità di stimolo alla comune volontà di migliorarsi.

A Fornazzo i giovani credono nelle tradizioni, ma sentono forte il desiderio di aggregarsi in gruppi ed associazioni proiettate verso il futuro che nella salvaguardia del passato guardi con intelligenza al nuovo. E’ in questo spirito che hanno proposto alcuni itinerari turistici, definiti “sentieri natura”, che ricadono nell’incantevole territorio del grande Parco dell’Etna.

Così, per coloro che desiderano conoscere le meraviglie naturali del vulcano e siano disposti ad accettare quanto la vita della montagna impone, sono praticabili due percorsi: il primo dal punto base di Pietra Cannone giunge alla Valle del Bove; il secondo, sempre dal punto base, s’inerpica fino al Rifugio Citelli.

Alfio Triolo
(2007)