Il regno di Hyblon

Arrivano gli arabi e la necropoli si trasforma nella ”città dei vivi”.

 

Il fiume Anapo, che taglia la necropoli, visto dall’alto

Arrivarono qui, nelle rovine dell’antichissima Hybla, esuli da ogni parte della Sicilia, soprattutto di fede bizantina, cercando di fuggire all’incalzare degli Arabi, che sbarcati a Mazara il 17 giugno dell’anno 827 e guidati da Asad-Ibnal Furat, seminavano il terrore tra le popolazioni. Diecimila fanti e settecento cavalieri fecero gridare alla gente “Mamma i turchi”. Da quell’anno in poi la conquista della Sicilia da parte degli Arabi assunse un carattere organizzato e sistematico, riducendo gli abitanti a vassalli e molta gente preferì non legarsi alla volontà mussulmana cercando rifugio in fortezze naturali.

La montagna, sulla cui sommità Hyblon aveva posto il suo regno e sulla cui parete rocciosa circa dodici secoli prima di Cristo era stata traforata migliaia di volte dal popolo siculo per far posto alle tombe, dava garanzie di sicurezza dalle continue scorrerie dei Saraceni e, quindi, più di mille anni dopo queste stesse tombe venivano trasformate in abitazioni di viventi. Nasceva Pantalica, con la trasformazione della città dei morti in città dei vivi.

Le tombe a grotticella che per secoli avevano ospitato i defunti della preistoria, chiuse da una lastra monolita che impediva di entrare nell’antro artificiale a uccelli rapaci ed altri mimali, con la forza della disperazione furono aperte a colpi di scalpello da quei profughi siculo-bizantini. Tagliando alberi d’alto fusto, di cui questi luoghi un tempo erano ricchi, i sopravvissuti delle scorribande arabe crearono delle strutture adatte, come scale, pertiche, piattaforme, che consentissero loro la fruizione di quelle impervie, ma sicure, dimore. Si cercò di collegare i piani superiori con quelli inferiori, sempre con gradini di legno assicurati alla parete rocciosa. Oltre alle abitazioni, da queste tombe furono ricavati anche spazi sufficienti ad ospitare stalle e magazzini ed inoltre la loro fede religiosa cristiana li spinse a realizzare persino delle chiese rupestri come quella di San Nocolicchio e di San Micidiario.

Il nuovo popolo di Pantalica dimorò in questi luoghi sicuramente fino al 1169, anno in cui si verificò uno dei più tremendi terremoti. Su questi tre secoli di pieno medioevo siciliano le notizie storiche sono assai scarse, in quanto proprio in questo periodo si ha un netto distacco della storia di Sicilia da quella d’Italia. L’esistenza di questa città è confermata da una bolla del 1093 ed in altri diplomi del tempo e inoltre viene menzionata dal Malaterra e dal geografo Edrisi.

Un’immagine attuale della necropoli di Pantalica, nel siracusano

Il Malaterra, infatti, scrive che “fra le città che il conte Ruggero concesse al figlio Giordano era un Castello, vicino Siracusa che si chiamava Pentargia”. Altri però, invece di Pentargia la chiamarono Panterga, mentre nei diplomi è scritto Pantegna e Pentargo. Edrisi determina e descrive specificatamente il sito, fugando ogni dubbio circa l’esistenza di questa città.

In questa fortezza naturale dopo aver trovato scampo i profughi incalzati dai Mussulmani, furono gli stessi Mussulmani ad occuparli quando nel 1060 Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla iniziarono quella penetrazione militare che in trent’anni portò alla liberazione della Sicilia dagli Arabi per far posto alla dominazione normanna.

Con l’arrivo dei Normanni, guerrieri e navigatori vichinghi che venivano dalla Scandinavia e già nel 1029 si erano stabiliti nel Meridione italiano, inizia la decadenza della città di Pantalica fino alla sua definitiva scomparsa. Infatti, la città si andò sempre più spopolando per l’allontanamento di gran parte dei Saraceni dall’Isola e dietro i supplizi del 1153 e le stragi del 1161, fino a quando fu definitivamente abbattuta dal terremoto del 1169.

Alfio Triolo
(2008)