Il rifugio dei pipistrelli a Pantalica

Famosa già nella seconda metà del 700, Pantalica è uno dei luoghi più belli e suggestivi della Sicilia.

Pantalica ha sempre esercitato un fascino particolarissimo sul visitatore, con quei cinquemila sepolcri scavati nella roccia calcarea che sembrano altrettanti occhi che ti scrutano e che fanno assumere all’intera zona l’aspetto di un immenso alveare. Oltre ad attirare l’interesse degli archeologi e degli escursionisti, Pantalica è da tempo un polo di attrazione speleologica. Sono infatti note una decina di cavità, di modeste dimensioni e lunghe pure quasi trecento metri, sparse in un’area di oltre ottanta ettari.

La caverna più lunga (280 metri) fino a oggi esplorata e topografata a Pantalica dagli speleologi del Centro Speleologico Etneo di Catania è la grotta Trovata, che ha l’ingresso situato a poche decine di metri dal tratto terminale della strada che collega il paesino di Ferla con la necropoli. I geologi che l’hanno studiata dicono che si tratta di una “paleorisorgenza”, cioè di una cavità dalla quale fuoriusciva acqua prima dell’abbassamento del livello della falda freatica in seguito al sollevamento tettonico che ha interessato la zona in tempi geologici relativamente recenti (circa un milione di anni fa). Oggi, purtroppo, la grotta si trova in un deprecabile stato di abbandono e molte splendide stalattiti, stalagmiti e colonne sono state distrutte o asportate da occasionali ma incivili visitatori, che hanno letteralmente demolito ciò che la natura aveva “costruito” nel corso dei millenni.

Decisamente migliore è lo stato di conservazione della grotta dei Pipistrelli, l’altra grande caverna (è lunga 270 metri) di Pantalica. L’ampio ingresso è situato su una parete rocciosa quasi a strapiombo sul torrente Calcinara, a una decina di metri dall’alveo dei piccolo corso d’acqua. La caverna, così chiamata perché offre rifugio a una numerosa colonia di pipistrelli (cospicue quantità di guano sono presenti sul pavimento della cavità), ha un andamento orizzontale ed è comodamente percorribile, perché è larga mediamente una decina di metri e in alcuni punti la volta raggiunge anche i venticinque metri d’altezza. All’interno è scarsamente concrezionata, ma presenta le cosiddette “marmitte inverse”, che fanno assumere alla volta un aspetto a cupola più o meno arrotondata. Fino al secolo scorso (come testimoniano alcune scritte incise sulle pareti), la grotta è stata intensamente sfruttata dall’uomo come miniera di guano che – come si sa – è un ottimo fertilizzante naturale.

Poco distanti dalla grotta dei Pipistrelli, si aprono gli ingressi di altre due cavità: la grotta del Tunnel (localmente conosciuta col nome di “rutta ‘a rina”) e lo grotta Faria. La prima è un tunnel lungo una settantina di metri che perfora una sorta di sporgenza rocciosa che costringe, in quel punto, a una brusca curva a gomito il torrente Calcinara. La grotta Farìa si apre invece sul versante opposto a quello della grotta dei Pipistrelli, ma a quasi trecento metri di quota. Questa caverna è probabilmente collegata con lo vicina grotta Trovata, ma tali rapporti di continuità si sarebbero interrotti in seguito al catastrofico terremoto del 1693, che devastò tutta la Sicilia orientale. L’ampio ingresso di questa cavità è stato sicuramente abitato dall’uomo in epoche ormai remote, come testimoniano le numerose nicchie scavate nella roccia.

Alfio Triolo
(2004)