La montagna dei cinghiali

Fondato dagli arabi intorno all’anno mille, San Michele di Ganzaria si sviluppa in mezzo a boschi di eucalipti e a vegetazione di palme nane. All’ingresso i resti del castello ducale, residenza dei Gravina.

 

Ruderi del castello

La montagna della Ganzaria, a circa venti chilometri da Caltagirone, dà il suo nome al paese che, quasi aggrappato al suo fianco a 400 metri di altezza. in mezzo ai boschi di eucalipti e a vegetazione di palme nane, si è sviluppato intorno all’anno mille. E’ stato fondato dagli arabi, da cui il nome “Hianzaryak”, ossia luogo frequentato dai cinghiali, che evidentemente a quel tempo popolavano la zona. Anche molte contrade portano ancora i nomi dati dagli Arabi come Favara, da “fawarah” (sorgente); Giarrizza, da giara; Cuba, da “qubba” (cupola).

In seguito il paese fu dominio degli Angioini che nel XIII secolo edificarono la Chiesa Madre, un tempo più nota come “tempio dei francesi”. Divenuta baronia, fu assegnata alla potente famiglia dei Gravina. Quando il vecchio casale fu distrutto, don Antonio Gravina, detto “il bellicoso”, per farlo ricostruire, permise a trenta famiglie di esuli greco-albanesi di insediarsi nel luogo, a patto che entro un anno avrebbero dovuto costruire le case in muratura. In cambio diede loro, in tre anni, 100 bovini e 100 salme di frumento. Era l’anno 1534 e il nuovo casale detto “dei greci” andò espandendosi nell’attuale paese. La baronia dei Gravina continuò fino al 1812.

Oggi il paese si presenta al visitatore come un nucleo urbano in espansione ordinato attorno a quella croce formata dalla via Roma e dalla via dei Greci. All’ingresso i resti del castello ducale residenza dei Gravina. Più avanti incontriamo l’ex palazzo comunale, dei primi del Novecento, su rifacimenti medievali (da qui le finestre bifore e trifore).

La passeggiata – è consigliabile girare il paese a piedi – prosegue con la visita della cinquecentesca chiesa del Rosario rifatta nel Settecento, al cui interno, oltre ad un pregevole marmoreo altare maggiore, si possono ammirare stucchi e affreschi del Settecento. In piazza Garibaldi si trova una fontana ottocentesca, interessante e originale per le sue sculture di serpenti dal volto di drago, cigni poggianti su tartarughe e delfini intrecciati.

Imboccata la via dei Greci, si arriva alla Chiesa Madre, l’antico “tempio dei francesi” o “fanum gallorum”. Nelle varie ristrutturazioni la chiesa venne ingrandita e abbellita e nella prima metà dell’Ottocento ricevette 100 monete d’oro in dono dai reali di Napoli Ferdinando II di Borbone e Maria Teresa d’Asburgo-Lorena, che l’avevano visitata e che inviarono il regalo affinché venisse rifatto il pavimento. La chiesa, con il suo stile gotico-cistercense, è l’unico esempio, presente in Sicilia, ed è dedicata al Santo patrono che è appunto San Michele Arcangelo. Il mistero del nome del paese è svelato. La chiesa è certamente 1’edificio più interessante, all’interno una pregevole fonte battesimale, in pietra pece, del Seicento e il Crocefisso in legno donato nel 1336 dal beato Guglielmo.

Certamente ci attarderemo a curiosare qua e là tra le stradine e le botteghe e ci fermeremo a gustare un dolce tipico, prima del pranzo o meglio della cena, perché è molto difficile, in questa cittadina, resistere ai piaceri della gola. Non disdegnate di scambiare quattro chiacchiere con i saggi del paese, da loro un vecchio e allegro proverbio: “A fimmina cucinera pigghitilla pi mugghiera, a fimmina affascinanti pigghitilla p’ amanti”.

Come arrivare
A San Michele di Ganzaria si arriva dalla S.S.147 Gela – Catania, uscendo a Caltagirone Nord e imboccando la S.S. 124, oppure dalla S.S117 bis Enna-Gela, uscendo al relativo svincolo. Possiamo prenderlo come base per visitare i paesi vicini: Mirabella Imbaccari e San Cono e visto che sono molto ospitali ed accoglienti si possono raggiungere anche Caltagirone e Piazza Armerina.

Per i golosi
Per mangiare c’è solo l’imbarazzo della scelta e tutti i locali offrono un’ ottima cucina siciliana. Si potranno gustare ottimi primi come la pasta con il finocchietto e la “muddicata” (la catanese pasta con la mollica e le acciughe) e le lasagne caserecce con sugo di coniglio o con sugo e cotenna di maiale, ma non si può perdere il piatto più rinomato: la “cuccia”. Sui secondi piatti, rigidamente di carne, andremo dalle costolette di agnello “i custitti”, al coniglio in agrodolce, “castragneddu” al forno e poi funghi in ogni tentazione, i cardi bolliti “curilli”, la frittata di asparagi “frocia”, i carciofi arrostiti, in umido, e ripieni ca muddica. Andando ai dolci “u purciddatu”, dolce a base di una pasta di miele, mandorle tritate e aromi di arancia, con la variante del ripieno al vino cotto. I formaggi e i vini rossi sono infine ottimi.

Alfio Triolo
(2005)