Nel cuore degli Iblei tra natura e storia

L’itinerario che vi proponiamo si snoda nel territorio alle spalle di Siracusa, in quei centri dalla cultura millenaria che videro le antiche popolazioni sicule, terre di conquista e civiltà greca, romana, bizantina, luoghi di tradizione contadina, di povertà e voglia di riscatto, in un ambiente naturale di straordinaria bellezza.

 

Il teatro di Akrai

La prima tappa è Sortino, dove si produce un apprezzato miele, che ha belle chiese barocche e palazzi nobiliari del Settecento dalle eleganti facciate. Girovagando nel centro storico, scopriamo, adiacente al monastero delle Benedettine, la suggestiva chiesa della Natività di Maria, del XVIII secolo. Ha un’armoniosa facciata con elementi concavi e convessi e conserva all’interno un pavimento originale in piastrelle di maiolica raffigurante “la Pesca miracolosa”. Una gentile suora ci apre la porta della chiesa e si sofferma a chiacchierare con noi, che restiamo colpiti dalla sua serenità e dalla sua mitezza. Giungiamo poi alla Chiesa Madre, dedicata a San Giovanni Evangelista, la cui maestosa facciata barocca, ornata di statue e con il portale affiancato da due colonne tortili, domina il largo sagrato lastricato con ciottoli bianchi e neri del fiume Anapo, a formare bei disegni geometrici.

Scendendo da Sortino verso la Riserva della Valle dell’Anaposi attraversano tornanti che si snodano tra boschi e profumatissimi agrumeti. Ai lati della strada fioriscono numerosi i ciuffi rosa della valeriana. L’Anapo, “l’invisibile”, così detto perché spesso si nasconde nella roccia e riappare più a valle, nasce dal monte Lauro (986 metri), la cima più alta degli Iblei, l’arido altopiano calcareo che domina la Sicilia sud-orientale. Nella sua valle fu costruita, agli inizi del secolo, la linea ferroviaria Siracusa-Vizzini, che ebbe anche un’importanza turistica e venne resa famosa nel 1933 dalla visita del Re d’Italia Vittorio Emanuele. Dopo la guerra la linea venne soppressa e il luogo subì il massimo degrado fino a diventare sede di una pizzeria e di una discoteca. La sua costituzione in Riserva orientata, con il rimboschimento e l’introduzione di piante autoctone, ne ha consentito negli anni novanta il rilancio e la valorizzazione.

Scendiamo nel greto del fiume e ci troviamo immersi in un paesaggio naturale di grande bellezza. La vegetazione è ricchissima: vi dominano il platano ed il leccio, il pioppo ed il salice, e tutta una serie di piante mediterranee usate fin dai tempi più antichi in medicina, per la tintura dei tessuti, per la costruzione di cesti e arnesi da lavoro. Qui fiorisce l’orchidea selvatica, crescono il fico, il timo e l’artemisia. Vivono protetti la martora e il ghiro, la lepre e la biscia, volano indisturbati i falchi pellegrini, i corvi e i passeri. Alla vecchia stazione, un piccolo museo conserva gli utensili e gli attrezzi da lavoro usati dai contadini fino a non molto tempo fa.

Tra i due alvei, scavati nei millenni dall’Anapo e dal suo affluente, il Calcinara, si erge selvaggia la collina rocciosa su cui sorse Pantalica. Luogo isolato e sicuro, fu rifugio ai primi abitanti. Nel XIII secolo a.C., le popolazioni sicule, provenienti forse dalla Liguria, si insediarono nella Sicilia sud-orientale e su questa altura fondarono una grande città inespugnabile. I greci, dopo la fondazione di Siracusa, ne ampliarono le abitazioni preesistenti, costruirono grandi cisterne per raccogliere l’acqua piovana e scavarono nella roccia l’acquedotto, tutt’oggi in funzione, per portare l’acqua del Calcinara a Siracusa. Si possono vedere, sulla pareti del dirupo, le grandi aperture rettangolari che servivano per l’areazione ed il controllo del condotto. La città fu ancora abitata in periodo bizantino quando la sua posizione inaccessibile fu difesa contro le incursioni degli arabi. Sulle pareti a strapiombo i Siculi scavarono nella rupe calcarea circa 5000 tombe dall’apertura rettangolare La grande necropoli, la maggiore della Sicilia, appare oggi come un immenso bianco alveare, suggestivo nel verde della vegetazione circostante.

Ci dirigiamo quindi verso Siracusa e sostiamo a Canicattini Bagni, il cui nome non ha alcuna attinenza con acque termali o qualcosa del genere, ma trae origine dal nome del suo fondatore, il marchese Mario Bagni, che agli inizi del XVII secolo fondò il paese. A Canicattini visitiamo l’interessante “Museo del tessuto” allestito in un edificio che fa parte delle cosiddette “case degli emigranti”, così chiamate perché costruite dagli emigranti al loro rientro in patria Vi si può osservare la ricostruzione degli ambienti del paese, dalla povera camera del contadino, ai ricchi arredi dell’abitazione dell’emigrante che, nei primi decenni del secolo, partiva col pensiero di tornare e, fatta fortuna, cercava la rivalsa tra la gente che aveva visto la sua miseria. Si costruiva così una casa elegante, dalla facciata sovraccarica di ornamenti e disegni floreali, che dimostrasse a tutti il raggiunto benessere. Nel museo sono esposti oggetti, foto e lettere commoventi che danno un’ idea della vita dei poveri costretti a lasciare tutto per tentare la fortuna in un nuovo, lontano paese . “Qua tutti mangiano finché sono sazi…..”, si legge in una lettera scritta con grafia stentata.

Nei locali dell’edificio da circa un anno è allestita una mostra permanente sulla tinteggiatura e la lavorazione dei tessuti, attività fiorente nel Siracusano fin dall’antichità. Vi sono esposti gli attrezzi per la filatura e la tintura, fatta prevalentemente con elementi naturali, e poi manufatti delle donne del luogo e delle suore dei conventi, dai merletti, alle copertine da culla, ai preziosi ricami in seta, oro e argento per le cerimonie liturgiche e per gli abiti e gli arredi dell’aristocrazia siciliana. Segno della cultura del tempo, fa sorridere un curioso camicione da notte che impediva il contatto diretto tra gli sposi. Ci riporta alla mente “Il gattopardo” e lo sfogo di Don Fabrizio, che, pur avendo avuto sette figli, non aveva mai visto l’ombelico della moglie! Nella casa fa bella mostra di sé il telaio, su cui le donne lavoravano per sé e per gli altri e preparavano il corredo, necessario per un buon matrimonio. Conservavano gelosamente i segreti di questo che per loro era un vero e proprio mestiere, al punto che, al momento dell’orditura del telaio, facevano uscire dalla stanza anche le proprietarie del telaio stesso, per non “arrubbari l’urditura” (cioè, perché non rubassero loro il mestiere).

Giungiamo quindi a Siracusa, dove posteggiamo i camper sul largo piazzale del mercato, alle porte di Ortigia. La sera girovaghiamo per le stradine del centro storico di Ortigia fino alla piazza del Duomo, affascinante sotto le luci.

L’indomani ci rechiamo nella Riserva naturale orientata del Ciane, il fiume “azzurro” alle porte di Siracusa, dove nasce spontaneo e cresce rigoglioso il papiro, la “pianta dei faraoni”, che altrove è quasi completamente estinto. Ci imbarchiamo su due grossi barconi, su cui risaliremo lo stretto corso del fiume in una suggestiva passeggiata tra la vegetazione. Superato il largo canale che sbocca nel Porto Grande di Siracusa, ci immettiamo nel Ciane e procediamo lentamente tra gli agrumeti, immersi ancora una volta nel profumo intenso della zagara. Sulle sponde si innalzano alti eucalipti e maestosi frassini che affondano le loro radici nell’acqua e protendono i rami sul fiume a fare da tetto verde. Passiamo la chiusa che fa superare un dislivello e finalmente vediamo i papiri. Sui fragili steli si erge la chioma verdissima di fili sottili come capelli, che ondeggiano al minimo soffio di vento, in uno scenario di eccezionale bellezza. Ed è con rammarico che ascoltiamo il barcaiolo parlare di negligenza e ritardi nella gestione di quest’ambiente che ha bisogno di cure adeguate e razionali che non ne turbino il delicato equilibrio.

Riprendiamo la strada in direzione di Avola, famosa per le sue mandorle, il miele ed il vino. Distrutta dal terremoto del 1693 il vecchio abitato, Avola fu ricostruita in pianura in prossimità del mare secondo una particolare struttura a pianta esagonale e circondata da fortificazioni, oggi scomparse. Al centro si trova una grande piazza quadrata, dove si affaccia la settecentesca chiesa Madre dalla facciata a torre, ornata sul sagrato da numerose statue dei santi protettori del paese. Dalla piazza si dipartono a croce quattro lunghe strade che terminano con altrettante piazze, in ognuna delle quali si erge una chiesa dove si trovano parecchie opere provenienti da Avola antica. Nei primi decenni del secolo, la città si è arricchita di numerosi edifici liberty.

Trascorsa la notte ad Avola marina, in un largo spiazzo sul grande viale che congiunge il lido al centro storico, il mattino del giorno successivo, sabato 27 Aprile, partiamo alla volta della vicina Cava Grande del Cassibile. Nella roccia calcarea degli Iblei, scavata nei millenni dallo scorrimento dei piccoli corsi d’acqua che la solcano, si aprono le cosiddette “cave”, straordinari canyon lunghi e stretti dalle ripide pareti. La Cava Grande del Cassibile è una delle più imponenti, lunga 10 km. e profonda fino a 300 metri. Per raggiungere l’accesso alla cava, saliamo su fino ad Avola antica per ripidi tornanti che si affacciano su vasti agrumeti. A mano a mano che si sale, il panorama è più ampio e più brullo. La giornata è bellissima, finalmente senza una nuvola: condizione ideale per la nostra passeggiata che si preannuncia impegnativa. Giungiamo al pianoro dove sorgeva la prima città. Lo sguardo spazia sull’altopiano ed il profondo canyon. Di fronte giganteggia il cono dell’Etna coperto di neve, come galleggiante nella nebbia dell’orizzonte. In fondo alla valle si intravede tra gli alberi il verde intenso dell’acqua del piccolo fiume.

Cassibile

Iniziamo a scendere lungo lo scosceso sentiero scavato nella roccia. Scendiamo facilmente, anche se già cominciamo a pensare ai problemi della risalita. Ci fa da guida il signor Paolo Uccello (omonimo del famoso antropologo siciliano cui è dedicato un museo a Palazzolo Acreide), che da anni si occupa con passione dei problemi relativi alle Riserve naturali del Siracusano ed è anche autore di alcune pubblicazioni sull’ambiente, l’idioma e le tradizioni locali. A mano a mano che scendiamo egli ci mostra alcune specie di piante, ci parla degli antichi abitanti che usarono questi luoghi come rifugio o per le loro attività (una grotta, che appare inaccessibile, veniva utilizzata dai conciatori di pelli in tempi non lontani). Ormai “esperti” della flora degli Iblei, riconosciamo la valeriana dal grande fiore a grappolo, l’aglio e il pisello selvatico, il “salvione” dal fiorellino giallo che ha dentro una goccia di miele, il convolvolo e i grandi cespugli di lentisco.

Giunti in basso, ci appare una verdissima pozza d’acqua, uno dei cosiddetti “laghetti”, le cavità cilindriche profonde fino a 13 metri formate dal turbinare dell’acqua carica di detriti. In fondo al canyon il sentiero si snoda nella fitta vegetazione, tra i frassini e gli oleandri. Qui fioriscono anche le orchidee e una rara specie di felci, ma non abbiamo avuto la fortuna di vederne. Tutt’intorno si ergono i grandi platani orientali, altrove quasi del tutto scomparsi. Sono esemplari maestosi, il loro diametro può raggiungere anche i due metri. Purtroppo bisogna lottare contro una malattia che li ha colpiti, il cancro colorato, un fungo che distrugge i tessuti e fa ingiallire le foglie. L’unico rimedio è bruciare la pianta sul posto e poi rimboschire. La guida ci parla della fauna che trova in questo ambiente un habitat ideale: nel fiume si trovano anguille, trote, tinche, gamberi di fiume, e in queste acque pesca il martin pescatore. Estinta forse l’aquila, si possono avvistare falchi e poiane, gheppi e passeri. Camminiamo seguendo il corso del piccolo fiume, tra cascatelle, laghetti, larghi gradini scavati nella roccia dal suo scorrere millenario. Sostiamo ai bordi dell’acqua limpida e pulitissima, che sgorga da mille sorgenti. Solo le nostre voci rompono il profondo silenzio della valle. In estate, invece, moltissima gente affronta il duro percorso per scendere a bagnarsi nell’acqua freschissima e cristallina.

Palazzolo Acreide

A malincuore iniziamo la risalita lungo il ripido sentiero. Sappiamo già che sarà dura e quindi ci apprestiamo a farla con calma. In effetti è piuttosto pesante: dobbiamo fermarci ogni tanto, guardiamo un po’ meno la bellezza che ci circonda, tutti intenti ad andare avanti, facendo appello a tutte le nostre forze…. Si giunge infine alla sommità, e non ci sembra vero! Lì troviamo ad accoglierci i nostri fedeli mezzi per un meritato riposo. Alcuni di noi gustano con piacere la cucina casereccia della trattoria che si trova proprio di fronte all’ingresso alla Riserva.

Nel pomeriggio di nuovo in cammino, verso Palazzolo Acreide, la bella cittadina ricca di magnifiche chiese e di bei palazzi nobiliari. Arrivati in città, sostiamo nel piazzale intitolato al cardinale Carpino, a duecento metri dal centro, vicino anche alla bellissima villa comunale. Le nostre gambe, già duramente provate dall’escursione mattutina, ci sostengono ancora nel giro della città, alla scoperta delle sue bellissime chiese: la chiesa di San Sebastiano, che dall’alta scalinata domina, maestosa ed imponente, la grande piazza del Popolo, la barocca chiesa di San Paolo dalla splendida facciata a torre ornata di statue e loggette, la vicina Chiesa Madre, la chiesa dell’Annunziata dall’elegante portale settecentesco ornato da due colonne tortili scolpite, per la quale venne commissionata ad Antonello da Messina la celebre “Annunciazione” che oggi si trova a Siracusa. Si incontrano diversi palazzi nobiliari dalle aggraziate facciate, con balconi dalle belle mensole scolpite, spesso una diversa dall’altra.

Il giorno successivo, l’ultima tappa di questo nostro interessantissimo percorso. Ci rechiamo ad Akrai, il sito dove sorgeva l’antica città. Fondata su un colle dai corinzi siracusani nel 664 a.C., la città occupava una posizione strategica per la difesa dei confini meridionali di Siracusa ed ebbe uno grande sviluppo socio-economico. Ben conservato rimane oggi il piccolo teatro, poggiato su un pendio naturale e rivolto a nord di fronte all’Etna. Sopra il teatro, un pianoro da cui si può osservare tutta l’area archeologica: il bouleuterion, dove si riuniva il Senato, la strada greco-romana pavimentata in pietra lavica, le due latomie dell’Intagliata e dell’Intagliatella, le ampie cave da cui i coloni fondatori estrassero la pietra per costruire la città. In età bizantina le cave servirono anche come luoghi di culto, abitazioni rupestri e sepolture ipogee. Nell’Intagliatella, la più piccola e stretta delle due latomie, si trovano, scavati nella parete di roccia, piccoli incavi di forma rettangolare, in cui erano inserite sculture votive dedicate al culto dei defunti illustri venerati come eroi. Un bassorilievo rupestre del I sec. a.C. rappresenta a sinistra la scena di un sacrificio e a destra il banchetto degli Eroi. Al di sopra delle latomie, nel punto più alto della città, si trovava il tempio di Afrodite, di cui rimangono soltanto alcuni blocchi squadrati del basamento. Alcuni frammenti sono conservati al Museo archeologico di Siracusa.

Poco lontano dall’area archeologica sorgeva il tempio della dea Cibele, madre degli dei e degli uomini, dea della fecondità della terra e signora delle belve e della natura. Il suo culto, originario della Frigia, a partire dal III sec. a.C si diffuse anche a Roma dove alla Magna Mater furono dedicati i ludi megalesi. Del tempio rimangono tracce di alcune colonne e gradini. Qui visitiamo il complesso dei cosiddetti “Santoni”, resti di dodici grandi sculture rupestri scolpite dentro nicchie ricavate nella roccia, raffiguranti la dea seduta o in piedi, accompagnata da leoni e altre figure.

Mondi e civiltà diversi di un’area, quella degli Iblei, che è davvero imperdibile per chi voglia visitare la Sicilia.

Anna Maria Carabillò Triolo
(1999)