Randazzo, la città degli Aragonesi

Un crocevia di popoli nella Sicilia del medioevo.

 

Situata alle falde settentrionali dell’Etna fra i corsi dell’Alcantara e del Simeto, la città di Randazzo appare fortemente caratterizzata dalla natura del territorio, sia per quanto riguarda la struttura fisica (gli edifici sono costruiti con conci di pietra lavica), che per le vicende legate alla sua evoluzione storica.
Come si è potuto stabilire dai numerosi reperti rinvenuti nella vicina contrada di Sant’Anastasia, nell’antichità la zona fu oggetto dì una massiccia penetrazione greca; fu poi luogo di insediamenti bizantini in epoca medievale. Si deve comunque ai normanni un’organizzazione più stabile del territorio randazzese: fra l’XI e il XII secolo la città diventò il nodo fondamentale del traffico fra la costa ionica della Sicilia e l’interno, tanto che nel 1154 l’accurato resoconto di un viaggiatore la descrive già come una città con chiese e palazzi signorili, protetta da mura e attraversata da numerose porte.
Sotto Pietro d’Aragona la città venne cinta da una nuova e più salda cerchia di mura – alcuni tratti sono ancora visibili nei pressi della porta aragonese – divenendo così sede fissa di numerose famiglie feudali e di una attiva borghesia imprenditoriale. Se agli inizi del ‘300 la città contava già 5000-6000 abitanti, verso la fine del secolo iniziò una lenta fase di declino dovuta in gran parte alle aspre lotte baronali. Alla fine del secolo successivo una vigorosa ripresa in campo agricolo riportò Randazzo ad un periodo di grande fioritura che fu minato soltanto, dalla metà del XVII secolo, dalla vicinanza di Bronte che, fondata nel 1537 per volere di Carlo V, aveva iniziato ad opporre una fiera concorrenza.
Abitata da una popolazione costituita da tre ceppi differenziati etnicamente e linguisticamente (uno greco, uno latino e uno lombardo), Randazzo ebbe tre chiese basilicali che si alternarono a rotazione il titolo dì Chiesa Madre fino a che, nel 1916, questo toccò definitivamente alla chiesa di Santa Maria.

Il museo Vagliasindi

Può essere interessante far precedere la visita della città da una preliminare tappa al museo Vagliasindi, situato fuori dalle mura non lontano dalla porta aragonese: un ampio ed accurato materiale archeologico testimonia le varie fasi della colonizzazione greca e bizantina sul territorio circostante.

L’oinochoe Vagliasindi

Il museo si trova al secondo piano della Casa di Riposo, in piazza Rabatà, mentre prima dei bombardamenti dell’ultima guerra era situato nell’omonimo palazzo di via Umberto I. Ciò che resta della collezione, costituita prevalentemente dei reperti rinvenuti alla fine del secolo scorso dal nobile Paolo Vagliasindi nella contrada di Santa Anastasia, è distribuito oggi nelle due sale di questa nuova sede del museo: una importante raccolta di vasi attici; una serie di vasi policromi di fabbrica italiota che attestano come dal III sec. a. C. le fabbriche attiche furono sostituite in Sicilia da quella campana; alcuni vasettini orientali di produzione fenicia o rodia (475 a.C.); un gruppo di terrecotte tra le quali si possono citare due busti e un frammento di piedi uniti appartenenti ad una statua greca del periodo arcaico; infine, i bronzi e le oreficerie.
Ma il pezzo più importante della collezione è senz’ altro costituito dalla cosiddetta oinochoe Vagliasindi, un elegante vaso a fondo nero e figure rosse sul quale è raffigurato il mito di Fineo e dei Boreadi. Delimitate da due fregi ad ovuli, le sei figure si susseguono narrando la storia di Fineo, il profetico re di Salmidasso che, condannato dagli dei alla cecità e al tormento delle Arpie, per svelare a Giasone come impossessarsi del vello d’oro, chiese di essere liberato dalle sue orrende aguzzine. La scena raffigura infatti i Boreadi (i due fratelli alati che partecipavano alla spedizione degli argonauti) intenti a legare le due mostruose creature. Questa raffigurazione si colloca fra le rare pitture vascolari che, ispirandosi al mito degli argonauti, rappresentano l’episodio della liberazione di Fineo.

La cattedrale di Santa Maria

Entrati attraverso le mura duecentesche all’interno della città fortificata, si può quindi iniziare la visita del centro storico, percorrendo via Duca degli Abruzzi che, oltrepassata l’area dell’ antico convento delle Benedettine, conduce alla Cattedrale di Santa Maria, al centro dell’omonimo quartiere. Secondo la tradizione la chiesa fu fondata prima dell’anno Mille, ma è certo che, quando nel 1089 Urbano II giunse in Sicilia per convincere il gran conte Ruggero a partecipare alla prima Crociata, passando per Randazzo, si fermò qui a celebrare una messa.

Come indica un’epigrafe scolpita nel basamento di un pilastro sotto la sacrestia, l’assetto attuale risale comunque al 1217-1239. Eretta in conci squadrati di pietra lavica, la cattedrale rappresenta una delle manifestazioni più interessanti dello stile gotico-federiciano: della struttura originaria restano oggi le tre absidi, che sono coronati da una fila di archetti pensili poggiati su colonnine mozze e capitelli floreali di chiara ispirazione lombarda.
Una serie di monofore, bifore e trifore alleggeriscono le masse compatte delle fiancate, mentre su un ripiano a fIanco della facciata principale si erge l’elegante campanile cuspidato ricostruito nel XIX sec. a sostituzione di quello originale del XIII sec.
L’interno, diviso in tre ampie navate e un transetto a croce latina, è invece opera di A. Camalech che ne progettò la trasformazione nel XVI secolo; la cupola fu parte di un rifacimento posteriore del XVIII secolo. Tra le numerose opere pittoriche del XVI e XVII secolo si segnala la “Salvezza di Randazzo” di G. Alibrandi, dove si scorge una interessante veduta della città ai primi del ‘500.

Le altre chiese

Oltrepassato poi il seicentesco palazzo Licari, si procede fino a scorgere la barocca facciata della chiesa di San Nicola: ricostruita su un precedente edificio trecentesco del quale si conservano l’abside, esternamente coronata da archetti e merlature, e il transetto; all’interno si può ammirare un San Nicola in cattedra (1523) di Antonello Gagini e un fonte battesimale tardo-gotico in marmo rosso (1447).
Proseguendo per via Duca degli Abruzzi, l’arteria principale della città, si giunge al medievale quartiere di San Martino, dove sulla destra si può ammirare palazzo Scala, l’antica residenza estiva dei reali pesantemente rimaneggiata dopo il terremoto del 1693; poco più avanti la trecentesca chiesetta dell’Agonia. Poco prima di terminare la via, su un largo spiazzo sulla sinistra si affaccia la chiesa di San Martino, la terza chiesa basilicale della città, che deve la sua facciata a un rifacimento dei primi dei ‘600, mentre la spettacolare torre campanaria, con due ordini di monofore e un ordine di trifore sormontati da una cuspide ottagonale, risale al XIV secolo; all’interno, di chiara ispirazione rinascimentale, è conservato un polittico su tavola della fine del XV secolo con al centro la Madonna, Santa Lucia e Santa Maria attribuito ad Antonio de Salibra, una Madonna delle Grazie, opera di Antonello Gagini, e un ricco Tesoro.
Procedendo ancora e girando a sinistra su via Garibaldi, si incontra la medievale casa dei Romeo, tornando invece in direzione della porta Aragonese per via Umberto I, l’antico asse della città aragonese, è possibile scorgere alcune testimonianze dell’antica città trecentesca, come il palazzo Rumbolo o casa Lanza.
Ma non si può lasciare Randazzo senza aver visitato anche il castello svevo, o meglio la superstite costruzione delle otto torri che circondavano la città. Più che l’esterno, l’interesse va all’interno della costruzione, dove è stato allestito un interessante museo dei pupi siciliani.

Altre notizie

Randazzo si raggiunge attraverso la S.S.120 che costeggia nella parte settentrionale le pendici dell’Etna.
Tutte le domeniche a Randazzo si svolge una fiera-mercato di grande proporzione e con molto afflusso di gente, con prodotti alimentari e artigianali del comprensorio dell’Etna e dell’Alcantara.
Una nota anche per i golosi: presso il ristorante “Veneziano” si possono gustare buonissimi piatti a base di funghi.
La sosta per i camper è infine consentita nello slargo adiacente al distributore di benzina adiacente alla grande piazza.

Alfio Triolo
(2005)