Taormina: più bella d’inverno

A passeggio per la più famosa località della Sicilia con gli occhi di quei viaggiatori che la conobbero e la fecero conoscere quando ancora non c’era il grande impatto turistico di oggi.

 

Il teatro antico di Taormina

Taormina, straniera in Sicilia, traboccante di parole distillate nei diari di viaggio e nelle descrizioni di mille poeti e sognatorl, costruita sui fogli acquerellatl e dentro le stampe sbiadite dal tempo.

Portoni, architravi, mensole, balconi e inferriate si confondono in un mosaico di invenzioni impreziosite dalla tagliente trasparenza della luce. Tra le pittoresche scalinate, che hanno come sfondo le alte pareti di roccia, si intravedono le tracce di un itinerario segreto, che vi suggeriamo di scoprire in inverno, quando il frastuono della folla dei turisti è solo un appannato ricordo.

Noi Taormina siamo abituati a vederla nella calda luce dell’estate, ma in inverno l’avete mai vissuta? Sembra incredibile, ma si ode il rumore dei passi della gente, il fischio freddo del vento, il gemito leggero delle imposte delle finestre medievali. C’è più tempo per guardare le vetrine e per scegliere, con calma, i souvenir da regalare ad un amico lontano; i volti delle maschere teatrali in terracotta esposte sulle bancarelle cl riportano indietro nel tempo quando il teatro aveva in Sicilia un posto di rilievo. Anche Taormina aveva il suo piccolo Odeon incastonato tra le mura della chiesa di Santa Caterina. monumenti e culture che si Incontrano. tecniche e stili che si fondono e confondono in un intrico di trame e tessiture di pietra.

Una delle botteghe di Taormina

Il cuore antico della città è il borgo e i giochi sorprendenti delle architetture si svelano lungo il Corso in un ritmo incessante di portali gotici e quattrocenteschi che chiudono i cortili impaginati come libri di una vecchia biblioteca. Nella pallida luce di una mattina di dicembre si scorgono le facciate delle chiese nascoste, rimaneggiate o trasformate e il profilo degli archi ribassati con gli intrecci e le sovrapposizioni cromatiche. Il forte contrasto del bianco calcare e della nera lava sottolinea e ricalca i contorni dei semplici balconi, dei larghi cornicioni e delle bifore ricamate sostenute da colonne sottili.

Il lungo Corso è continuamente interrotto dalle insegne colorate dei locali di ristoro tradotte in tante lingue, ora anche in giapponese. All’improvviso si allarga la piazzetta del Duomo con la fontana della Centauressa che spilla acqua ghiacciata: di fronte è la Cattedrale la cui rustica facciata è ritagliata, in alto, da una merlatura posticcia che evoca suggestioni toscane. Se alziamo gli occhi scorgiamo la piccola e verdissima terrazza del ristorante “Il Duomo” nel piccolo vicolo degli Ebrei. Il proprietario. un omaccione dalla faccia buona, vi inviterà ad entrare e gustare le caponate, le parmigiane, le “spaccatelle” di pasta fresca con le alici, i piselli, il finocchietto e il pangrattato.

Isola Bella vista da Taormina

Ma l’aria fresca invoglia. anche dopo pranzo, a continuare la ricerca delle vetrine più invitanti: gioielli in oro e argento. mobili rustici e antichi. trumeaux e lampadari, bastoni da passeggio, tavoli preziosi, madonne maiolicate, pupi di latta, angiolettl barocchi e acquasantiere, decori in ferro battuto. un vero paradiso per chi cerca qualcosa di diverso dal comune. Le tele e le ceramiche con i canestri di frutta e di fiori evocano le tavole gioiose dei ristoranti e delle trattorie su cui poggiano trionfi di dolci e di vivande. Stessi trionfi di colore nelle gelaterie e nelle pasticcerie con le vetrine piene di provole. funghi. castagne e melanzane in marzapane, così simili a quelle vere da trarre in inganno gli stessi siciliani.

Nella stupenda piazzetta Belvedere che in inverno è avvolta spesso da una nube bassa e leggera. si affaccia il Mokambo con i tavolini pieni zeppi di gentiluomini d’altri tempi che evocano i fasti della Taormina in cui si poteva incontrare per strada Sophla Loren. Liz Taylor. Richard Burton e l’intenso Mastroianni. Raccontano, a chi si ferma per un caffè, i mille amori con le straniere di passaggio. sempre svedesi e sempre bellissime. oggi svanite come i fasti del Festival del Cinema.

Di fronte, accanto alla chiesetta di San Giorgio, un giovane pittore di acquerelli, stringe la testa nel bavero vecchio macchiato di colore: aspetta la commissione di un cliente per un ritratto e, intanto, colora un angolo di cielo.

La Taormina sognata

La Taormina di oggi è una scoperta degli stranieri capaci di dare risalto a quello che i siciliani non vedono perché ce l’hanno sotto gli occhi tutti i giorni“. Così si esprimeva Sciascia a proposito dell’amore incondizionato del viaggiatori del passato.

Già la vista ed il pensiero di Goethe si posarono sul profilo della grande cavea di pietra rosata In un giorno di maggio del 1787. “Mai – scrisse il poeta tedesco – il pubblico di un teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile. A destra, sopra le rupi elevate, sorgono dei fortilizi; laggiù, in basso, la città. Lo sguardo abbraccia tutta la lunga schiera montuosa dell’Etna, a sinistra la spiaggia fino a Catania, anzi fino a Siracusa. L’enorme vulcano fumante conclude il quadro sterminato”.

Queste entusiastiche parole sono all’origine del mito di Taormina e della scoperta della città da parte dell’Europa moderna. Seguendo le orme di Goethe, Taormina divenne meta di viaggiatori e sognatori in cerca del paradiso perduto. Alcuni come il pittore Ottone Geleng e il fotografo barone Von Gloeden vi si stabilirono contribuirono contribuendo a far nascere la leggenda che a Taormina, anche se per pochi istanti, è possibile vivere felici, immersi nella natura incantata.

Il giardino comunale, avvolto nel verde cupo dei cipressi, nasconde il ricordo di un’altra turista innamorata, miss Florence Trevelyan. Fu lei ad immaginare le sagome folli e pittoresche delle Victorian Follies che sbucano dalla fitta distesa di alberi e di siepi. Sono fantasmi di stanze immaginarie abbellite da logge vuote, eleganti ed inutili, sono balconi senza vita. Un relitto sul mare d’inverno.

Alfio Triolo
(2006)