Viaggio nel pleistocene

Risale proprio a quel periodo geologico l’avvio della grandiosa opera di erosione compiuta dal fiume Cassibile nel siracusano per creare l’omonima Cava, dove un microclima particolare consente il protrarsi della bella stagione fino in inverno.

 

Cavagrande del Cassibile vista dall’alto

Se il paradiso fosse un ambiente fluviale, certamente la Cava Grande del Cassibile potrebbe rappresentarne la sede distaccata. Ci troviamo vicino al paese di Avola, e ci inerpichiamo su per Avola Antica: una decina di chilometri tutti di brevi rettilinei e tornanti a gomito (è il percorso della famosa cronoscalata automobilistica), con i quali si scala la gialla montagna costituita da roccia calcarea vecchia più di 12 milioni di anni. Colori e odori tipici della collina a macchia mediterranea, in cui esiste ancora l’architettura rurale dei muri a secco in pietra bianca, ci accompagnano fino all’altopiano sommitale.

Dopo un po’, oltre il nucleo di Avola Antica, troveremo un bivio e volteremo a destra per il belvedere. Siamo a quota 505. Lo scenario è da brivido: un canyon, profondo più di 300 metri, si apre sotto di noi. Giù, nella valle, scorre il fiume Cassibile, già imbrigliato a monte dalla conduttura della centrale idroelettrica dell’Enel. Le acque del fiume vengono interamente deviate nell’opera di presa e, quindi, a valle della derivazione il letto dovrebbe essere asciutto. Ma non è così.

Inoltrandoci a piedi lungo il sentiero battuto sul fianco della montagna, scendiamo di quota e… compiamo pure un viaggio all’indietro nel tempo. Un milione e ottocentomila anni fa, quando cominciò il penultimo periodo geologico, il Pleistocene, il fiume scorreva più o meno dove oggi si trova il belvedere. In settecentomila anni, l’azione erosiva delle sue acque scavò e sciolse la roccia carbonatica per più della metà dell’attuale incisione. Poi il fiume ha messo a nudo la formazione geologica sottostante, costituita da un’alternanza di calcari e calcari-marnosi che, essendo insolubili e meno facili da erodere, hanno dato vita a una morfologia fluviale unica. L’acqua limpida, di colore verde smeraldo, scorre veloce tra piccole rapide per poi placarsi in un incantevole laghetto, intercomunicante con un altro più in basso attraverso delle marmitte (cavità cilindriche

che si formano per l’azione turbolenta dell’acqua). L’erosione differenziata ha messo a nudo le gradinate più dure, in una catena di straordinaria bellezza naturale, in cui oleandri sono cresciuti nelle fenditure delle pareti di roccia. Fichi e una moltitudine di piante grasse incorniciano il fiume. Abbassandoci fino al pelo dell’acqua, potremo notare come, appena sotto la superficie, ci sia una corrente che viene dalla montagna. Si tratta di una sorgente di contatto tra le rocce permeabili superiori e quelle inferiori, impermeabili. Proprio da questa e altre sorgenti il fiume, altrimenti secco, viene alimentato.

Notiamo inoltre come, in questo microclima, la bella stagione duri più a lungo che nelle zone circostanti: anche in dicembre, si può rimanere con una t-shirt. Accade perché la valle è riparata dai venti dai fianchi profondi e ripidi del canyon e perfino gli inquinanti atmosferici della zona industriale di Priolo non risiedono a Cava Grande. L’assenza di vento protegge inoltre la valle dai rumori, isolandola.

Dal 13 luglio 1990, la Cava Grande del fiume Cassibile è Riserva Naturale, tutelata da leggi regionali che la proteggono integralmente per 10 chilometri. Un’area di preriserva arriva fino al mare, comprendendo pure la celebre Grotta di Spinagallo, dove furono trovati i resti di un elefante nano pleistocenico, in una pineta che si spinge fino a pochi metri dalla riva. Fitti canneti, ricca e lussureggiante vegetazione tra la roccia biancastra che rende l’acqua colore dello smeraldo, laghetti cristallini in cui è possibile ancora bagnarsi, fanno di Cava Grande un eden selvaggio tra le brulle montagne che la circondano. Il prezzo da pagare è la risalita: novanta minuti di strada vi separano dal vostro autocaravan su in alto.

Riti, miti, leggende e molte disavventure

Cavagrande del Cassibile è un immenso canyon, tra i più grandi d’Europa, la cui estensione, di circa tremila ettari, ricade nei territori dei Comuni di Avola, Noto e Siracusa. Tuttavia è soprattutto Avola che la sente come parte integrante del suo paesaggio e della sua storia. Ogni tanto si va a trovarla, si scende ai laghetti, come si dice comunemente; si gode della sua incomparabile bellezza naturale, considerando anzi quasi come folli le migliaia di turisti che affrontano una notevolissima fatica per scendere a fondo valle e, soprattutto, per poi risalire.

Pochi ormai, ad Avola, conoscono l’antichissima e assai triste leggenda di Maruzza (“Maruzza, vedi laggiù? Il precipizio? Quello è la tua tomba”) e quasi nessuno sa delle tribù sicule che l’hanno abitata per secoli fino all’avvento dei greci prima, e poi dei romani, e ancora della sua civiltà rupestre bizantino o dell’emiro arabo AI Kasem, che espugnando l’antica Avola ne espugnò i contrafforti e le segrete gallerie situate appunto nella Cava. Così come nessuno sa più davvero del grande pullulare di vita e di lavoro che vi trovava spazio: erano famose in tutta la Sicilia le sue antiche officine per la lavorazione della canna da zucchero (la “cannamela”).

E, per venire a tempi più vicini ai nostri, nessuno ricorda più l’incredibile e quasi tragicomica storia della fallita, faraonica, impresa della ditta Charleston Spa, dei coniugi De Andrè-Caruso che, negli anni Sessanta, vi avrebbe voluto realizzare un’enorme funivia, che attraversando in lungo tutta la cava fino al mare, avrebbe dovuto raggiungere una portaerei americana, la Charleston, dismessa e riadattata a dar vita ad un albergo di lusso.

Il resto è storia dei giorni nostri. La legge regionale istitutiva della riserva è la n. 98 del 1981, e poi ben tre decreti istitutivi, il primo nel 1984 (contrastato da molti proprietari terrieri nella zona), il secondo nel 1988, che trovò anch’esso non poche difficoltà burocratiche e giudiziarie (non si poteva accettare che la riserva si trovasse solo nel territorio di Avola e non anche in quelli di Siracusa e Noto), infine l’ultimo decreto assessoriale nell’ottobre del ’90.

Nel contempo non furono poche le iniziative delle amministrazioni comunali avo lesi che, del resto si erano occupate almeno sin dal 1979 della valorizzazione della cava prima e della riserva poi. Attualmente Cava Grande è una riserva orientata, atta alla protezione di determinate specie di vegetali o di animali nel loro originario habitat, ed è gestita dal Corpo forestale regionale. Una riserva naturale che ogni anno accoglie in media trentamila visitatori.

Alfio Triolo
(2006)