La città ideale esiste anche in Sicilia: è Grammichele, costruita con uno schema perfettamente regolare costituito da un esagono avente al centro una piazza, anch'essa esagonale, con gli angoli chiusi da edifici ad angolo ottuso .


i volle un terremoto per portare anche in Sicilia, seppur con un ritardo di due secoli, il mito della città ideale del rinascimento italiano: quella città, situata lungo il margine settentrionale dell'altipiano Ibleo, c'è ancora e si chiama Grammichele. Deve la sua fama all'originale impianto urbanistico esagonale a "tela di ragno" voluto da Carlo Maria Branciforte, principe di Butera, quando il terremoto del 1693, che devastò la Val di Noto e la piana di Catania distrusse il vecchio borgo contadino di Occhiolà (oggi contrada Terravecchia) dei principi Butera.

L'antico borgo sorgeva su un originario luogo d'insediamento greco-siculo, di cui recenti scavi (orario di accesso dalle ore 9 alle ore 13 e dalle 15 alle 17 in inverno o dalle 16 alle 19 in estate) hanno riportato alla luce numerose testimonianze, in gran parte conservate nel Museo Paolo Orsi di Siracusa. Più della metà degli abitanti rimase vittima del sisma nel gennaio del 1693. Nel giro di pochissimo tempo i superstiti vennero radunati nel vicino piano "di li purrazza", due chilometri a sud-est di Occhiolà, dove il principe di Butera aveva deciso di fondare la nuova città.

Pochi mesi più tardi, il dieci aprile, Carlo Maria Carafa Branciforte fece il suo ingresso trionfale nella baraccopoli, accompagnato dal padre minorita e architetto Michele da Ferla, che tracciò sul terreno la pianta della città con le indicazioni dei luoghi su cui dovevano sorgere gli edifici più importanti, secondo il disegno e la volontà del principe. Il disegno dell'impianto urbano, oltre ad ispirarsi prevalentemente ai modelli rinascimentali radiocentrici, evidenzia anche l'interesse nutrito dal fondatore stesso per le scienze astronomiche e gli studi matematici. La rifondazione della città ex novo e su un luogo diverso da quello su cui sorgeva in precedenza, frutto di una decisione unilaterale del signore del luogo, non sembra aver suscitato opposizioni fra le nobiltà locali, a differenza di quanto avvenne a Ragusa e a Noto.

Ed ecco Grammichele oggi: al centro della città si trova la piazza Umberto l, su cui si affacciano la chiesa Matrice e il palazzo Comunale, che formano l'unico angolo aperto dell'esagono, definito per il resto da una cortina edilizia omogenea, caratterizzata dalle marcate comici delle aperture e scandita dalle paraste sulle facciate e dei pilastri d'angolo. Il palazzo Comunale venne costruito su progetto dell'architetto C. Sada nel 1896, sul posto della precedente Domus Juratoria, edificate nel 1720 dal capomastro O. Grosso. Nel palazzo è custodita una planimetria originale della città incisa su lastra di ardesia.

La Matrice, realizzata sempre da Grosso su un progetto del 1723 di A. Amato, era ormai conclusa nel 1765, ma per tutto il secolo successivo proseguirono i lavori di rifinitura; e il fastigio che corona la facciata e il campanile, con la loggia a tre luci, venne realizzato da C. Sada solo alla fine dell'800.

Nella piazza s'intersecano le tre direttrici che dividono la città in sei sestieri. Partendo dalla Matrice e proseguendo in senso orario, s'incontrano i sestieri dell'Angelo Custode, di San Michele, di San Carlo, di Santa Caterina, dell'Annunziata e di San Rocco. Percorrendo via Roma a destra della Matrice s'incontra, subito, la chiesa di San Leonardo, ricostruzione ottocentesca della primitiva Matrice. Proseguendo diritti si raggiunge, oltre il borgo Calvario, il Convento dei Cappuccini, già eremo del Calvario.

Partendo da piazza Manzoni, la piazza centrale del borgo, percorrendo in senso orario la circonvallazione che unisce le sei piazze periferiche dei borghi, s'incontra per prima piazza Dante - al centro del borgo che doveva ospitare il mai edificato palazzo Baronale - su cui prospetta la settecentesca chiesa di San Giuseppe.

S'incontra quindi il borgo di Sant'Anna, dove troviamo l'omonima chiesa iniziata nel 1698, e quindi, in piazza Marconi la chiesa del convento dei Minori Osservanti.

Forse contemporaneo alla ricostruzione del centro, presenta un prospetto sobrio, ravvivato nella facciata della chiesa da grafiche decorazioni a rilievo molto basso e dal fastigio che sormonta il timpano.

Superato il borgo Valverde, si arriva al borgo Santo Spirito dove, sulla piazza XX Settembre, è la chiesa di Santo Spirito, ricostruita nel 1816. Percorrendo la via Vittorio Emanuele si raggiungono le rovine della vecchia Occhiolà. Su largo Occhiolà si trova la chiesa di San Rocco, la cui posizione irregolare rispetto al tracciato urbano sembrerebbe indicare il sito della prima chiesetta in legno costruita dai profughi, all'indomani del sisma.

L'ultimo borgo che s'incontra è borgo Canali dove, in seguito ad una depressione del terreno, venne costruito nel 1877 un cavalcavia in piazza Melli, che livella la via Cavour. Fuori del borgo si trova la fonte Canali, che fu utilizzata al momento della fondazione, per il rifornimento idrico della città.

Alfio Triolo
(2007)
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